Ciao Bepi, seguirà uno scritto che penso,visto ciò che hai scritto, tu possa molto apprezzare; è un pò lungo, ma son certo che l'administrator, mi perdonerà.
Il padre della parabola del figliol prodigo.
Chi è questo padre che concede tutto al figlio minore quando questi gli chiede la parte; questo padre che non grida, non minaccia, non si lamenta, non scaccia, non si offende; che abbraccia il figlio con immenso amore non appena ritorna e vuole che si faccia festa; questo padre che esce a parlare con il figlio maggiore fermo sulla soglia di casa per convincerlo che era giusto fare festa a suo fratello; questo padre è un forte? E' un debole? E' un ingenuo che si lascia guidare da un cieco amore paterno? E' un uomo già logoro dagli anni che non sa più comandare, né mettere un argine alle prepotenze dei figli?
Certamente non è un padre autoritario, non ha il culto della personalità. Non ha l'ambizione del potere; non è un accentratore. Inoltre non è un avaro, poiché non discute nemmeno su ciò che il figlio gli chiede: glielo dà. Opera concedendo, non imponendo. Pure non è un debole. I deboli non sopportano in silenzio certe cose: debbono urlare, piangere, ribellarsi, impazzire.
Abbiamo visto il figlio minore partire e tornare; abbiamo visto la crisi del figlio maggiore sulla soglia della casa paterna, e l'uno e l'altro li capiamo perché rappresentano passioni che ritroviamo in noi, momenti della nostra vita di insofferenza o di sottomissione forzata, mascherata e vile per paura del peggio. Ma il padre? Questo essere che porta su di sé le crisi dell'uno e dell'altro figlio; che sopporta le loro ribellioni ed i loro pentimenti; che si lascia spogliare e ingannare, che vede tradite le sue speranze, senza mai parlare di sé, senza mai dire le sue delusioni, il suo dolore e le lacerazioni del suo Cuore per lunghi anni: chi è?
E come può sopportare tutte queste vicende senza lamentarsi? Chi è quest'uomo gettato nella tempesta dall'immaturità di coloro che ama, dall'egoismo, dalla viltà, dalla paura, dalla gelosia dei suoi figli, e che tutto sopporta senza gridare, senza impazzire, senza morire? Chi è questo re Lear che nella tragedia ha il cuore che non scoppia e la mente che non si disorienta? Chi è questo Giobbe che accetta di perdere senza lamentarsi? Che tutto sopporta sempre restando nell'amore e nella pazienza? Chi è e dove trova la sua forza?
Questo padre è simile a quei vecchi larici che stanno in alto, soli, sui fianchi delle montagne, sospesi tra le rocce e il cielo a subire venti e tempeste e nevi e geli senza mai spezzarsi, e non capisci come ciò possa essere. Non capisci, perché tu non puoi essere così. Tutti urlano attorno e infieriscono su di essi; forze immani si scatenano: li colpiscono, li feriscono, li scuotono, li fanno fremere; ed essi restano lì, sopportando ogni cosa, ma senza crollare, senza spezzarsi. Non sai come facciano.
E' un debole questo padre? E' un forte, come forti sono questi larici.
Ma se è un forte, perché non resiste ai figli? Perché non urla e non contesta e non li scaccia?
Questo Padre ha una forza di ben altre dimensioni; è un forte che ha vinto la tentazione del potere, questa tentazione autoritaria che preme su chiunque ha in mano la possibilità di comandare e gli fa dimenticare il proprio ruolo di servizio. Questo pagare non fa valere l'autorità contro le esigenze dello spirito. Egli sa che non deve comandare, ma servire ciò che Dio sta facendo nei suoi figli, anche se questo gli costa tutto, pur di non spegnere lo spirito e l'amore in essi. Questo padre ha capito che il vero problema è quello di ricuperare l'uomo, ovunque sia, e salvarlo: perché si tratta di salvare l’uomo, non un patrimonio, non un istituzione, non un nome, non una struttura, non una tradizione, non una regola.
E' un padre che sa mettere i figli al disopra di tutto e di ogni interesse, di ogni figura, di ogni ambizione: anche al disopra dell'onore di sé e della propria casa, del proprio nome, perché un figlio è più grande dell’onore e di ogni ricchezza.
E' un padre che sapendo ciò che c'è nell'animo dei figli, non se ne stupisce e non spezza la canna incrinata, non spegne la fiamma fumigante, perché sa la difficoltà di diventare uomini: un padre cui non sfugge la vastità e la profondità dell'animo umano e quante siano le tempeste che si scatenano in esso prima che giunga in porto.
Questo padre è tutto un intimo e commosso vibrare di amore che vede lontano: un ideale di intelligenza, di pazienza, di comprensione.
Questo padre insegna come si serve l'uomo: insegna cioè che servire è assumersi il peso dell'altro, la dispersione dell'altro, la difficoltà, la debolezza, il peccato, la povertà, la miseria, il disonore dell'altro: senza rimproverare, senza mai far pesare, perché indimenticabile resti il ricordo di una casa, di un focolare, di un amore: perché servire è amare fino al sacrificio di sé. Non sminuisce le colpe, le perdona.
Una profonda ragione lo guida. Il suo amore è un inno alla carità di Dio.
Ecco perché non possiamo capire quel padre: ci supera infinitamente. In lui c'è la grandezza del cuore di Dio. E' Dio che trova giusto fare festa per ogni ritorno. E' Dio che lascia rovinare tutte le sue ricchezze, tutti i suoi doni, tutto il suo mondo, pur di salvare l'uomo. E' Dio che attende in silenzio i nostri ritorni. E' Dio che chiede alle strade del mondo di restituirgli i suoi figli. Chiunque l'ha abbandonato può ritornare a Lui sicuro di essere compreso, perché non si può dubitare di Colui che ci narra la parabola del figliuol prodigo, di Colui che l'ha creata per noi. Non si può dubitare di Colui che insegna a perdonare sempre e vuole che le sue creature perdonino anche settanta volte sette al giorno. Per Lui e con Lui nessun male è irrimediabile: il suo perdono non conosce confini, non ha misure, né limiti di tempo. Non giudica, ma sempre va in cerca di colui che è perduto, per liberare chi è rimasto prigioniero delle sue colpe, dei suoi sentieri ambiziosi ed egoistici. Ci accetta quali siamo e ci ricopre con il suo amore. Opera in modo che indimenticabile sia il ricordo del suo amore ovunque ce ne andiamo e ci ricolmi di beni e di feste ad ogni ritorno.
(tratto dal libro “Parabole del Signore” di Luigi Bracco)