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Al Colosseo, presieduta da Benedetto XVI, la preghiera che ripercorre
la Passione di Cristo. Le meditazioni del vescovo indiano Thomas
Menamparampil di Mimmo Muolo (Avvenire )
Ci
sono tutte le sofferenze del mondo nella Via Crucis di questa sera al
Colosseo. Fotografate in maniera davvero impressionante da monsignor Thomas Menamparampil, arcivescovo di Guwahati in India, che nelle meditazioni scritte per l’occasione riecheggia anche la tragica esperienza della Chiesa indiana negli ultimi mesi.
«Gesù continua a soffrire nei suoi discepoli perseguitati». «Gesù
continua ad essere ridicolizzato». «Cristo è in agonia tra di noi e nei
nostri tempi». Sì, perché il Cammino della croce, nelle sue 14
stazioni, diventa icona ed emblema delle mille fragilità umane: sia
quelle inflitte dai carnefici, sia quelle patite dalle vittime. Guerre,
violenze, corruzione, sfruttamento delle donne e dei bambini, conflitti
etnici e religiosi, problemi ecologici. Nulla sfugge allo sguardo del
presule indiano, che meditazione dopo meditazione si fa compagno di
strada dei tanti che anche oggi portano la croce sui marciapiedi del
mondo.
Tuttavia non è un messaggio disperato, ma anzi di
grande speranza, quello che emerge dai testi di monsignor
Menamparampil. «Possa l’esperienza del dolore e dell’oscurità interiore
insegnarci la grande verità che in te nulla è perduto, che perfino i
nostri peccati – una volta riconosciuti nel pentimento – servono a uno
scopo, come legna secca nel freddo dell’inverno ». L’itinerario del
dolore salvifico comincia fin dalla prima stazione (Gesù in agonia
nell’orto degli ulivi). E se proprio «il dolore resta una sfida per
noi», l’autore delle meditazioni ricorda che «poiché la sofferenza è
entrata nella vita umana attraverso il peccato», il piano di Dio «ha
previsto che l’umanità fosse salvata dal peccato attraverso la
sofferenza». Un ribaltamento di prospettive che nella seconda
(tradimento di Giuda) e terza (Gesù davanti al Sinedrio) stazione
l’arcivescovo di Guwahati applica alla violenza. «Essa non si sconfigge
con altra violenza, ma con una superiore energia spirituale, che si
estende agli altri in forma di amore risanante». Questo vale per ogni
tipo di conflitto: «Tra persone, gruppi etnici e religiosi, nazioni,
interessi economici e politici ». «Una risposta gentile calma la
collera».
Il tema della quarta stazione (Gesù rinnegato da
Pietro) offre al presule indiano la possibilità di riflettere tra fede
professata e vita vissuta. Di qui la sua invocazione: «Rendici capaci
di essere saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio». In un
certo senso affine è il tema della quinta stazione (il giudizio di
Pilato), che rivela in controluce l’indifferenza quanto mai attuale del
procuratore romano nei confronti della verità. «Non scegliendo opzioni
moralmente responsabili, si danneggiano gli interessi vitali della
persona umana e della famiglia umana».
Con la coronazione di
spine (sesta stazione) monsignor Menamparampil ripensa «alla storia
piena di odio e di guerre». «Anche oggi siamo testimoni di violenze al
di là del credibile: omicidi, violenze su donne e bambini, sequestri,
estorsioni, conflitti etnici, violenza urbana, torture fisiche e
mentali, violazioni dei diritti umani». È forse questa una delle
meditazioni più toccanti. «Gesù continua a soffrire quando i credenti
sono perseguitati, quando la giustizia viene amministrata in modo
distorto nei tribunali, quando la corruzione è radicata, le strutture
ingiuste schiacciano i poveri, le minoranze sono soppresse, i rifugiati
e i migranti maltrattati. Gesù viene spogliato delle vesti quando la
persona umana è disonorata sullo schermo, quando le donne sono
costrette a umiliarsi, quando i bambini dei quartieri poveri vanno in
giro per le strade a raccogliere i rifiuti. Chi sono i colpevoli? Non
puntiamo il dito verso gli altri, poiché anche noi possiamo avere avuto
la nostra parte in queste forme di disumanità».
Ma non c’è solo
la persecuzione esplicita. Nella settima stazione (Gesù è fatto oggetto
di scherno) si sottolinea che oggi «le questioni più importanti sono
collocate tra le inezie e le banalità glorificate». Così nell’ottava
(la stazione del cireneo) viene messa in luce «la sacralità
dell’ordinario e la grandezza di ciò che sembra piccolo » e si ricorda
«il servizio della Chiesa alle comunità svantaggiate», secondo
l’esempio di Madre Teresa di Calcutta. Nella nona (Gesù incontra le
donne di Gerusalemme) la riflessione verte sul ruolo femminile. «I
destini delle società sono strettamente connessi col benessere delle
loro donne. Dovunque sono tenute in scarsa stima o il loro ruolo resta
sminuito, le società non riescono a elevarsi fino a raggiungere le loro
autentiche potenzialità ». Monsignor Menamparampil parla a questo
proposito di «noncuranza per il futuro» e inserisce nel concetto anche
le preoccupazioni ecologiche, «quando interferiamo nei sistemi di vita,
quando indeboliamo il potere nutritivo della natura, inquiniamo i corsi
d’acqua, l’azzurro profondo dei mari o le nevi del Settentrione». «Non
permettere – chiede a Gesù – che trasciniamo la nostra civiltà sul
sentiero del declino ».
Le ultime cinque stazioni sono un
crescendo di immedesimazione nel dolore salvifico di Cristo. La
crocifissione (decima) fa dire al vescovo che anche se «le sofferenze
di Gesù raggiungono il culmine», in Lui nulla è perduto. L’undicesima
(il buon ladrone) è l’occasione per invocare Dio di ricordarsi di ogni
uomo e di aiutare coloro che «procedono con fatica nella via verso
l’eterno destino». La dodicesima (Maria e Giovanni sotto la croce)
presenta la Vergine come «un archetipo del perdono nella fede e nella
speranza». «Vi sono offese storiche – annota l’autore delle meditazioni
– che per secoli feriscono le memorie delle società. Se non
trasformiamo la nostra ira collettiva in nuove energie d’amore
attraverso il perdono, periremo congiuntamente. Quando la guarigione
avviene attraverso il perdono, accendiamo una lampada che annuncia
future possibilità per 'la vita e il benessere' dell’umanità ». Quindi,
davanti alla morte di Gesù (tredicesima stazione), l’arcivescovo
indiano oltre a notare che essa «porta la redenzione», sottolinea:
«Signore, per i miei peccati sei stato inchiodato sulla Croce. Aiutami
ad acquisire maggiore consapevolezza della gravità delle mie colpe e
dell’immensità del tuo amore».
E infine, meditando sulla
deposizione (quattordicesima stazione), annota: «Le tragedie ci fanno
riflettere. Uno tsunami ci dice che la vita va presa seriamente.
Hiroshima e Nagasaki restano luoghi di pellegrinaggio. Quando la morte
colpisce da vicino, un altro mondo ci si fa accanto. Allora ci
liberiamo dalle illusioni e abbiamo la percezione di una realtà più
profonda». Questa realtà è anche il nostro destino. Essere
definitivamente con lui. Oltre la morte e le sofferenze, nella luce
della risurrezione. (RomaSette)
Le parole di Benedetto XVI al termine della Via Crucis al Colosseo

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Cari fratelli e sorelle!
Al termine del drammatico racconto della Passione, l’evangelista san
Marco annota: “ Il centurione, che si trovava di fronte a lui avendolo
visto spirare in quel modo disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio
!” (Mc 15, 39). Non può non sorprenderci la professione di fede di
questo soldato romano, che aveva assistito al succedersi delle varie
fasi della crocifissione. Quando le tenebre della notte si apprestavano
a scendere su quel Venerdì unico nella storia, quando ormai il
sacrificio della Croce si era consumato e i presenti si affrettavano
per poter celebrare regolarmente la Pasqua ebraica, le poche parole,
carpite dalle labbra di un anonimo comandante della truppa romana,
risuonarono nel silenzio dinanzi a quella morte molto singolare. Questo
ufficiale della truppa romana, che aveva assistito all’esecuzione di
uno dei tanti condannati alla pena capitale, seppe riconoscere in
quell’Uomo crocifisso il Figlio di Dio, spirato nel più umiliante
abbandono. La sua fine ignominiosa avrebbe dovuto segnare il trionfo
definitivo dell’odio e della morte sull’amore e sulla vita. Ma così non
fu! Sul Golgota si ergeva la Croce da cui pendeva un uomo ormai morto,
ma quell’Uomo era il “Figlio di Dio”, come ebbe a confessare il
centurione - “vedendolo morire così”, precisa l’evangelista.
La
professione di fede di questo soldato ci viene riproposta ogni volta
che riascoltiamo il racconto della Passione secondo san Marco. Questa
sera anche noi, come lui, ci soffermiamo a fissare il volto esanime del
Crocifisso, al termine di questa tradizionale Via Crucis, che ha
riunito, grazie ai collegamenti radiotelevisivi, molta gente da ogni
parte del mondo. Abbiamo rivissuto la vicenda tragica di un Uomo unico
nella storia di tutti i tempi, che ha cambiato il mondo non uccidendo
gli altri, ma lasciandosi uccidere appeso ad una croce. Quest’Uomo,
apparentemente uno di noi, che mentre viene ucciso perdona i suoi
carnefici, è il “Figlio di Dio”, che - come ci ricorda l’apostolo Paolo
- “ non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo… umiliò se stesso facendosi
obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6-8).
La
dolorosa passione del Signore Gesù non può non muovere a pietà anche i
cuori più duri, poiché costituisce l’apice della rivelazione dell’amore
di Dio per ciascuno di noi. Osserva san Giovanni: “Dio ha tanto amato
il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non
vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). E’ per amore nostro
che Cristo muore in croce! Lungo il corso dei millenni, schiere di
uomini e donne si sono lasciati affascinare da questo mistero e hanno
seguito Lui, facendo a loro volta, come Lui e grazie al suo aiuto,
della propria vita un dono ai fratelli. Sono i santi ed i martiri,
molti dei quali restano a noi sconosciuti. Anche in questo nostro
tempo, quante persone, nel silenzio della loro quotidiana esistenza,
uniscono i loro patimenti a quelli del Crocifisso e diventano apostoli
di un vero rinnovamento spirituale e sociale! Cosa sarebbe l’uomo senza
Cristo? Osserva sant’Agostino: “Ti saresti trovato sempre in uno stato
di miseria, se Lui non ti avesse usato misericordia. Non saresti
ritornato a vivere, se Lui non avesse condiviso la tua morte. Saresti
venuto meno, se Lui non fosse venuto in tuo aiuto. Ti saresti perduto,
se Lui non fosse arrivato” ( Discorso 185,1). Perché allora non
accoglierLo nella nostra vita?
Fermiamoci questa
sera a contemplare il Suo volto sfigurato: è il volto dell’Uomo dei
dolori, che si è fatto carico di tutte le nostre angosce mortali. Il
suo volto si riflette in quello di ogni persona umiliata ed offesa,
ammalata e sofferente, sola, abbandonata e disprezzata. Versando il suo
sangue, Egli ci ha riscattati dalla schiavitù della morte, ha spezzato
la solitudine delle nostre lacrime, è entrato in ogni nostra pena ed in
ogni nostro affanno.
Fratelli e sorelle! Mentre
svetta la Croce sul Golgota, lo sguardo della nostra fede si proietta
verso l’alba del Giorno nuovo ed assaporiamo già la gioia e il fulgore
della Pasqua. “ Se siamo morti con Cristo, - scrive san Paolo -
crediamo che anche vivremo con Lui” (Rm 6,8). Con questa certezza,
continuiamo il nostro cammino. Domani, Sabato Santo, veglieremo
pregando insieme a Maria, la Vergine Addolorata, e preghiamo con tutti
gli addolorati, preghiamo sopratutto con tutti i sofferenti della terra
terremotata dell'Aquila, preghiamo perche anche a loro in questa notte
oscura appaia la stella della speranza, la luce del Signore risorto.
Fin d’ora auguro a tutti: Buona Pasqua nella luce del Signore risorto!
Contemplare
il volto sfigurato di Cristo: nella notte del Venerdì Santo, al termine
della tradizionale Via Crucis al Colosseo, Benedetto XVI ha invitato i
cristiani a volgere lo sguardo a Colui che si è fatto carico “di tutte
le nostre angosce mortali” e a pregare soprattutto per i “sofferenti
della terra terremotata dell’Aquila”. Il volto di Gesù oggi – ha detto
il Papa – si riflette “in quello di ogni persona umiliata ed offesa,
ammalata e sofferente, sola, abbandonata e disprezzata”. Parole, quelle
del Pontefice, che hanno fatto eco alle meditazioni dell’arcivescovo di
Guwahati, mons. Thomas Menamparampil, nelle cui riflessioni sulle 14
stazioni il Calvario viene visto nel dolore di oggi. Il servizio di
Tiziana Campisi:
(RADIO VATICANA )
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