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  • veronica78 : preghiamo per chi nel mondo,sta pensando di compiere un gesto come quello che ha ucciso Melissa,che l'amore del Signore possa entrare nei loro cuori chiusi e far cambiare loro idea!
  • maria luigia : Sorelle e fratelli carissimi,con l'aiuto di S.Rita da Cascia e per intercessione di Maria, sempre Vergine,affrontiamo anche oggi il nostro piccolo calvario, con Fede e grande Speranza. Nella preghiera siamo nel giusto e Gesù ci esaudirà nelle piccole cose terrene. Che oggi sia per tutti un nuovo giorno lieto e positivo, nella tristezza dei danni del terremoto e della strage di Brindisi.Buona giornata.
  • marypoppins : Sant'Emidio, protettore nel terremoto, prega per noi!Amen!
  • marypoppins : Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».
  • maria luigia : Carissimi fratelli e sorelle, a tutti una serena buona notte. Non abbiate paura del terremoto, del diluvio di pioggia. Il Signore ci protegge.AMEN
  • Myriam : Preghiamo con te Giona
  • giona29 : vi chiedo una preghiera per la mia famiglia che sta passando un periodo difficile nella malattia
  • astrea : Maria tieni sotto il tuo manto Melissa e consola quei genitori in lacrime.
  • maria luigia : S.Pio da Pietrelcina, Tu che hai consolato molti tuoi figli, consola i genitori della povera Melissa, volata in cielo per la barbarie assassina di peccatori incivili. Rendi la loro vita meno dolorosa, meno assillata, più religiosamente commossa. Fai un miracolo S.Pio: quella madre in lacrime e quel padre distrutto dal dolore consolali, facendo loro sentire il caldo affetto di Maria, Madre gloriosa. AMEN
  • eco47 : Buona Domenica a tutti!

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Nella Via Crucis le voci e i volti dei perseguitati Stampa E-mail
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Al Colosseo, presieduta da Benedetto XVI, la preghiera che ripercorre la Passione di Cristo. Le meditazioni del vescovo indiano Thomas Menamparampil di Mimmo Muolo (Avvenire )

Ci sono tutte le sofferenze del mondo nella Via Crucis di questa sera al Colosseo. Fotografate in maniera davvero impressionante da monsignor Thomas Menamparampil, arcivescovo di Guwahati in India, che nelle meditazioni scritte per l’occasione riecheggia anche la tragica esperienza della Chiesa indiana negli ultimi mesi.
«Gesù continua a soffrire nei suoi discepoli perseguitati». «Gesù continua ad essere ridicolizzato». «Cristo è in agonia tra di noi e nei nostri tempi». Sì, perché il Cammino della croce, nelle sue 14 stazioni, diventa icona ed emblema delle mille fragilità umane: sia quelle inflitte dai carnefici, sia quelle patite dalle vittime. Guerre, violenze, corruzione, sfruttamento delle donne e dei bambini, conflitti etnici e religiosi, problemi ecologici. Nulla sfugge allo sguardo del presule indiano, che meditazione dopo meditazione si fa compagno di strada dei tanti che anche oggi portano la croce sui marciapiedi del mondo.

Tuttavia non è un messaggio disperato, ma anzi di grande speranza, quello che emerge dai testi di monsignor Menamparampil. «Possa l’esperienza del dolore e dell’oscurità interiore insegnarci la grande verità che in te nulla è perduto, che perfino i nostri peccati – una volta riconosciuti nel pentimento – servono a uno scopo, come legna secca nel freddo dell’inverno ». L’itinerario del dolore salvifico comincia fin dalla prima stazione (Gesù in agonia nell’orto degli ulivi). E se proprio «il dolore resta una sfida per noi», l’autore delle meditazioni ricorda che «poiché la sofferenza è entrata nella vita umana attraverso il peccato», il piano di Dio «ha previsto che l’umanità fosse salvata dal peccato attraverso la sofferenza». Un ribaltamento di prospettive che nella seconda (tradimento di Giuda) e terza (Gesù davanti al Sinedrio) stazione l’arcivescovo di Guwahati applica alla violenza. «Essa non si sconfigge con altra violenza, ma con una superiore energia spirituale, che si estende agli altri in forma di amore risanante». Questo vale per ogni tipo di conflitto: «Tra persone, gruppi etnici e religiosi, nazioni, interessi economici e politici ». «Una risposta gentile calma la collera».

Il tema della quarta stazione (Gesù rinnegato da Pietro) offre al presule indiano la possibilità di riflettere tra fede professata e vita vissuta. Di qui la sua invocazione: «Rendici capaci di essere saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio». In un certo senso affine è il tema della quinta stazione (il giudizio di Pilato), che rivela in controluce l’indifferenza quanto mai attuale del procuratore romano nei confronti della verità. «Non scegliendo opzioni moralmente responsabili, si danneggiano gli interessi vitali della persona umana e della famiglia umana».

Con la coronazione di spine (sesta stazione) monsignor Menamparampil ripensa «alla storia piena di odio e di guerre». «Anche oggi siamo testimoni di violenze al di là del credibile: omicidi, violenze su donne e bambini, sequestri, estorsioni, conflitti etnici, violenza urbana, torture fisiche e mentali, violazioni dei diritti umani». È forse questa una delle meditazioni più toccanti. «Gesù continua a soffrire quando i credenti sono perseguitati, quando la giustizia viene amministrata in modo distorto nei tribunali, quando la corruzione è radicata, le strutture ingiuste schiacciano i poveri, le minoranze sono soppresse, i rifugiati e i migranti maltrattati. Gesù viene spogliato delle vesti quando la persona umana è disonorata sullo schermo, quando le donne sono costrette a umiliarsi, quando i bambini dei quartieri poveri vanno in giro per le strade a raccogliere i rifiuti. Chi sono i colpevoli? Non puntiamo il dito verso gli altri, poiché anche noi possiamo avere avuto la nostra parte in queste forme di disumanità».

Ma non c’è solo la persecuzione esplicita. Nella settima stazione (Gesù è fatto oggetto di scherno) si sottolinea che oggi «le questioni più importanti sono collocate tra le inezie e le banalità glorificate». Così nell’ottava (la stazione del cireneo) viene messa in luce «la sacralità dell’ordinario e la grandezza di ciò che sembra piccolo » e si ricorda «il servizio della Chiesa alle comunità svantaggiate», secondo l’esempio di Madre Teresa di Calcutta. Nella nona (Gesù incontra le donne di Gerusalemme) la riflessione verte sul ruolo femminile. «I destini delle società sono strettamente connessi col benessere delle loro donne. Dovunque sono tenute in scarsa stima o il loro ruolo resta sminuito, le società non riescono a elevarsi fino a raggiungere le loro autentiche potenzialità ». Monsignor Menamparampil parla a questo proposito di «noncuranza per il futuro» e inserisce nel concetto anche le preoccupazioni ecologiche, «quando interferiamo nei sistemi di vita, quando indeboliamo il potere nutritivo della natura, inquiniamo i corsi d’acqua, l’azzurro profondo dei mari o le nevi del Settentrione». «Non permettere – chiede a Gesù – che trasciniamo la nostra civiltà sul sentiero del declino ».

Le ultime cinque stazioni sono un crescendo di immedesimazione nel dolore salvifico di Cristo. La crocifissione (decima) fa dire al vescovo che anche se «le sofferenze di Gesù raggiungono il culmine», in Lui nulla è perduto. L’undicesima (il buon ladrone) è l’occasione per invocare Dio di ricordarsi di ogni uomo e di aiutare coloro che «procedono con fatica nella via verso l’eterno destino». La dodicesima (Maria e Giovanni sotto la croce) presenta la Vergine come «un archetipo del perdono nella fede e nella speranza». «Vi sono offese storiche – annota l’autore delle meditazioni – che per secoli feriscono le memorie delle società. Se non trasformiamo la nostra ira collettiva in nuove energie d’amore attraverso il perdono, periremo congiuntamente. Quando la guarigione avviene attraverso il perdono, accendiamo una lampada che annuncia future possibilità per 'la vita e il benessere' dell’umanità ». Quindi, davanti alla morte di Gesù (tredicesima stazione), l’arcivescovo indiano oltre a notare che essa «porta la redenzione», sottolinea: «Signore, per i miei peccati sei stato inchiodato sulla Croce. Aiutami ad acquisire maggiore consapevolezza della gravità delle mie colpe e dell’immensità del tuo amore».

E infine, meditando sulla deposizione (quattordicesima stazione), annota: «Le tragedie ci fanno riflettere. Uno tsunami ci dice che la vita va presa seriamente. Hiroshima e Nagasaki restano luoghi di pellegrinaggio. Quando la morte colpisce da vicino, un altro mondo ci si fa accanto. Allora ci liberiamo dalle illusioni e abbiamo la percezione di una realtà più profonda». Questa realtà è anche il nostro destino. Essere definitivamente con lui. Oltre la morte e le sofferenze, nella luce della risurrezione. (RomaSette)
 
 
Le parole di Benedetto XVI al termine della Via Crucis al Colosseo






Cari fratelli e sorelle!
Al termine del drammatico racconto della Passione, l’evangelista san Marco annota: “ Il centurione, che si trovava di fronte a lui avendolo visto spirare in quel modo disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio !” (Mc 15, 39). Non può non sorprenderci la professione di fede di questo soldato romano, che aveva assistito al succedersi delle varie fasi della crocifissione. Quando le tenebre della notte si apprestavano a scendere su quel Venerdì unico nella storia, quando ormai il sacrificio della Croce si era consumato e i presenti si affrettavano per poter celebrare regolarmente la Pasqua ebraica, le poche parole, carpite dalle labbra di un anonimo comandante della truppa romana, risuonarono nel silenzio dinanzi a quella morte molto singolare. Questo ufficiale della truppa romana, che aveva assistito all’esecuzione di uno dei tanti condannati alla pena capitale, seppe riconoscere in quell’Uomo crocifisso il Figlio di Dio, spirato nel più umiliante abbandono. La sua fine ignominiosa avrebbe dovuto segnare il trionfo definitivo dell’odio e della morte sull’amore e sulla vita. Ma così non fu! Sul Golgota si ergeva la Croce da cui pendeva un uomo ormai morto, ma quell’Uomo era il “Figlio di Dio”, come ebbe a confessare il centurione - “vedendolo morire così”, precisa l’evangelista.
 
La professione di fede di questo soldato ci viene riproposta ogni volta che riascoltiamo il racconto della Passione secondo san Marco. Questa sera anche noi, come lui, ci soffermiamo a fissare il volto esanime del Crocifisso, al termine di questa tradizionale Via Crucis, che ha riunito, grazie ai collegamenti radiotelevisivi, molta gente da ogni parte del mondo. Abbiamo rivissuto la vicenda tragica di un Uomo unico nella storia di tutti i tempi, che ha cambiato il mondo non uccidendo gli altri, ma lasciandosi uccidere appeso ad una croce. Quest’Uomo, apparentemente uno di noi, che mentre viene ucciso perdona i suoi carnefici, è il “Figlio di Dio”, che - come ci ricorda l’apostolo Paolo - “ non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6-8).
 
La dolorosa passione del Signore Gesù non può non muovere a pietà anche i cuori più duri, poiché costituisce l’apice della rivelazione dell’amore di Dio per ciascuno di noi. Osserva san Giovanni: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). E’ per amore nostro che Cristo muore in croce! Lungo il corso dei millenni, schiere di uomini e donne si sono lasciati affascinare da questo mistero e hanno seguito Lui, facendo a loro volta, come Lui e grazie al suo aiuto, della propria vita un dono ai fratelli. Sono i santi ed i martiri, molti dei quali restano a noi sconosciuti. Anche in questo nostro tempo, quante persone, nel silenzio della loro quotidiana esistenza, uniscono i loro patimenti a quelli del Crocifisso e diventano apostoli di un vero rinnovamento spirituale e sociale! Cosa sarebbe l’uomo senza Cristo? Osserva sant’Agostino: “Ti saresti trovato sempre in uno stato di miseria, se Lui non ti avesse usato misericordia. Non saresti ritornato a vivere, se Lui non avesse condiviso la tua morte. Saresti venuto meno, se Lui non fosse venuto in tuo aiuto. Ti saresti perduto, se Lui non fosse arrivato” ( Discorso 185,1). Perché allora non accoglierLo nella nostra vita?
 
Fermiamoci questa sera a contemplare il Suo volto sfigurato: è il volto dell’Uomo dei dolori, che si è fatto carico di tutte le nostre angosce mortali. Il suo volto si riflette in quello di ogni persona umiliata ed offesa, ammalata e sofferente, sola, abbandonata e disprezzata. Versando il suo sangue, Egli ci ha riscattati dalla schiavitù della morte, ha spezzato la solitudine delle nostre lacrime, è entrato in ogni nostra pena ed in ogni nostro affanno.
 
Fratelli e sorelle! Mentre svetta la Croce sul Golgota, lo sguardo della nostra fede si proietta verso l’alba del Giorno nuovo ed assaporiamo già la gioia e il fulgore della Pasqua. “ Se siamo morti con Cristo, - scrive san Paolo - crediamo che anche vivremo con Lui” (Rm 6,8). Con questa certezza, continuiamo il nostro cammino. Domani, Sabato Santo, veglieremo pregando insieme a Maria, la Vergine Addolorata, e preghiamo con tutti gli addolorati, preghiamo sopratutto con tutti i sofferenti della terra terremotata dell'Aquila, preghiamo perche anche a loro in questa notte oscura appaia la stella della speranza, la luce del Signore risorto.
Fin d’ora auguro a tutti: Buona Pasqua nella luce del Signore risorto!

Contemplare il volto sfigurato di Cristo: nella notte del Venerdì Santo, al termine della tradizionale Via Crucis al Colosseo, Benedetto XVI ha invitato i cristiani a volgere lo sguardo a Colui che si è fatto carico “di tutte le nostre angosce mortali” e a pregare soprattutto per i “sofferenti della terra terremotata dell’Aquila”. Il volto di Gesù oggi – ha detto il Papa – si riflette “in quello di ogni persona umiliata ed offesa, ammalata e sofferente, sola, abbandonata e disprezzata”. Parole, quelle del Pontefice, che hanno fatto eco alle meditazioni dell’arcivescovo di Guwahati, mons. Thomas Menamparampil, nelle cui riflessioni sulle 14 stazioni il Calvario viene visto nel dolore di oggi. Il servizio di Tiziana Campisi:

(RADIO VATICANA )


 

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