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  • marypoppins : Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».
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Per una formazione cristiana/1: Considerazioni introduttive Stampa E-mail
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Di Padre Augusto Drago

Se ci capita di chiedere a qualcuno se sia cristiano, la risposta più frequente che ci sentiamo dare è quella affermativa. Se poi, continuassimo a chiedere in cosa faccia consistere il suo essere cristiano, riceveremmo, non di rado, delle risposte sconcertanti, quali, per esempio, “qualche volta vado a Messa, mi faccio il segno della santa Croce, oppure:  non saprei bene”.

D’altra parte, anche tra gli stessi cristiani, così detti praticanti, le idee poi non sembra siano tanto chiare: sia a livello di cultura religiosa, sia a livello di esistenza cristiana.

Non è un aspetto da poco, se si tiene conto della grande confusione culturale e religiosa che circola nel mondo!

A me sembra urgente allora, tracciare un itinerario di formazione alla vita cristiana, perché chi crede di esserlo, si confronti con la propria vera identità, e chi afferma di esserlo, si confronti con la sua realtà quotidiana.

Occorre, prima di tutto, mettere in evidenza che la vita cristiana veramente vissuta, si realizza quotidianamente in un’atmosfera di rischio. Infatti si tratta di rischiare l’immagine di sé per basarla su Gesù Cristo, riconosciuto, acclamato, vissuto come  Signore della nostra vita.

Su questa prima considerazione, ci è di grande esempio l’Apostolo Paolo. Prima dell’incontro con Gesù sulla via di Damasco, la sua vita era centrata su se stesso. Egli cercava, attraverso la persecuzione dei cristiani, l’affermazione della sue capacità di forza e di potenza. Ma, quando ebbe la grazia di conoscere Gesù, le cose furono completamente rivoltate. “Sono stato crocifisso con Cristo,  e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me”(Galati, 2/b, 19-20). L’apostolo Paolo ha dunque centrato tutta la sua vita in Cristo: ha rischiato la sua immagine, la sua stessa persona, scommettendo tutto su Gesù, il Signore. Un’icona stupenda di quello che dovrebbe essere il cristiano. Ancora: “Ma tutto quello, che per me era un guadagno io l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo.  Anzi, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo” (Galati, 3, 7-8)). Ecco una vita che ha capito ed abbracciato il rischio di Gesù Cristo. Lo affascinava in modo particolare il mistero della Croce, che egli chiamava “Sapienza crucis

Credere alla Croce e farne vessillo della propria vita, è un rischio che pochi vogliono correre.

A questo punto la domanda di fede chiede l’abbandono della continuità, un rovesciamento di ogni equilibrio fin’ora raggiunto dal punto di vista solo umano.

Per questo, nella vita cristiana, la cosa più importante, è quella di reimpostare il fondamento della propria identità, affinché  essa diventi veramente radicata su Cristo Gesù, il Signore.

Nel Vangelo, Gesù ci ricorda, in una famosa parabola, che l’uomo sapiente è quello che ha saputo costruire la sua casa sulla roccia: “Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo sapiente che ha costruito la sua casa sulla roccia” (Matteo 7,24). Ora, la nostra roccia su cui costruire la vita, su cui rischiare la nostra esistenza, è Cristo. Egli è la nuova identità dell’uomo, di colui che può dirsi veramente cristiano.

Le clausole di rischio

E’ in questa atmosfera che si inseriscono le clausole di rischio della proposta che ci viene dal Vangelo, perché Gesù diventi l’identità del cristiano.

Faccio riferimento solamente a quelle che a me, personalmente, sembrano le più urgenti, e purtroppo, le più dimenticate nell’ambito della vita cristiana.  Esse sono tre.

1. Il Vangelo, molto chiaramente, chiede al cristiano di riconoscere che la fondazione della propria esistenza, non la trova in se stesso, ma in un al di là di sé. Si tratta quindi di rinunciare ad autogestirsi in proprio, per una dipendenza da Dio che sia esistenziale e volitiva. Ci ricorda Paolo: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se   l'hai ricevuto, perché te ne vanti come  se non l'avessi ricevuto?” (1Corinti 4,7). Ma prima di Paolo, Gesù aveva detto: "E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare  anche di poco la propria vita? (Matteo 6, 27).

Il vivere in questo modo è posto sotto il segno dell’obbedienza, intesa come amorosa sottomissione alla Volontà del Padre della Luce, dal quale “ogni buon regalo e ogni dono perfetto provengono, nel quale non c'è variazione né ombra di cambiamento” (Giacomo 1,17).

2. Il Vangelo chiede ancora al cristiano, discepolo del Signore, di ricercare la propria fondazione, non in realtà contingenti (=l’al di là di sé più immediato), ma nel Dio  Vivo, Uno e Trascendente.

Cosa significa questo?  Significa relativizzare l’importanza di tutto ciò che tocchiamo dentro e fuori di noi. Questo si compie in noi attraverso il metodo della purificazione del cuore e della mente. Quando ci si fonda su un al di là assoluto, tutto ciò che si trova prima di esso, è visto con distacco: non nel senso di un disprezzo, ma di una giusta ed equilibrata prospettiva, Non si tratta perciò  di buttare via le proprie doti, o tutto ciò che ci permette di vivere bene la nostra relazionalità, amicizie, rapporti, qualità della vita… Si tratta di vedere tutti questi doni come mezzi da usare e non come fini da servire.  Il rischio da affrontare, per essere veri ed autentici discepoli del Signore, è quello della libertà interiore radicata sulla purezza di cuore. In questo modo va intesa e vissuta la beatitudine evangelica: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Matteo 5,8). Beati, cioè, coloro che con animo libero e radicato nel proprio essere fondati su Dio, sanno toccare le cose di questo mondo, senza farsi macchiare da esso, ma al contrario santificando ogni cosa, lasciando su di essa l’impronta purissima e santificatrice di Dio, l’impronta della sua Bellezza. Solo l’Amore dona una libertà interiore, sì da attraversare le cose del mondo, senza farsene catturare, anzi vedendo in esse l’immagine della Bellezza di Dio.

San Francesco di Assisi, esprimeva in canto questo concetto, quando nel Cantico delle Creature, diceva: “Laudato sìe mì Signore, cum tucte le tue creature…” “Tutto è puro per chi è puro, ma per quelli che sono corrotti e senza fede, nulla è puro, sono corrotti la loro mente e la loro coscienza…” (Lettera a Tito 1, 15).

3. Il Vangelo chiede al discepolo di rinunciare a tutte quelle sicurezze che le sono necessarie per vivere. Questo è, certamente, il passaggio più difficile: ma la fede implica necessariamente questa scelta: ci ritroviamo sul piano della  radicalità.

Fondandosi su Dio, il discepolo di Cristo, demolisce i propri sistemi di sicurezza, per trovare in Dio la sua unica sicurezza. Tutto  questo ci rimanda alla beatitudine della povertà: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Matteo 5, 1). Poveri non sono quelli che non hanno nulla, ma quelli che sanno condividere. San Francesco di Assisi, che di povertà se ne intendeva, proprio all’inizio della Regola, affermava: “La Regola e la Vita dei frati minori è questa: osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio…! (Regola Bollata, 1,1; FF 75). “Senza nulla di proprio”, ecco il punto: povertà non è non possedere nulla, ma non appropriarsi di ciò che si ha. Quello che abbiamo è dono di Dio e ciò che ci viene donato dal Padre celeste, come pane Eucaristico, va spezzato e condiviso.  Questa, dal mio punto di vista, deve essere la nota qualificante della maturità cristiana.

Il coraggio della fede nel realizzare l’identità cristiana, implica due momenti: inizia con un momento di pericolo e termina con uno sbocco di sicurezza.

Il primo passo può risultare emotivamente frustante. Si tratta infatti, come per Paolo, di una perdita: rinunciare alle proprie sicurezze e riconoscersi creature che non possono vivere di potere autonomo.

Invece il secondo passo è in guadagno: una volta che ci si è messi in stato di precarietà, ci si ritrova tra le braccia di Dio e si vive un potere preso in prestito. In altre parole, ci troviamo davanti alla “logica” del coraggio di buttarsi dalla finestra senza prima andare a controllare se sotto ci sia la rete. Si sa che c’è, ma non si può controllare. Prima ci si deve lasciar andare e solo dopo ci si accorgerà che la rete di protezione c’era!

 

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