di Padre Augusto Drago
Tutti ricordiamo le famose parole del beato Giovanni Paolo II, pronunciate nel giorno della sua intronizzazione al soglio di Pietro. Hanno fatto il giro del mondo, e la loro eco non si è ancora spenta.
E’ sempre bello riudirle, perché sono parole che non hanno cessato di penetrare nei cuori di tanti uomini e donne, come la voce di un Profeta: “Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!
Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna”.
Personalmente, ogni volta che rileggo o riascolto quelle parole, mi sento il cuore gonfio di gratitudine, ma anche di una venata tristezza: infatti l’umanità non ha ascoltato quel grido dell’anima. Diversamente, essa, oggi non sarebbe quella che è. Mi verrebbe quasi di ripetere l’apostrofe di Gesù, a Gerusalemme: “Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te. Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, ma voi non l’avete voluto! (Luca 13,34).
Tuttavia, fratelli e sorelle, questo non deve diventare fonte di scoraggiamento. Il Signore Gesù ha chiamato i discepoli “piccolo gregge” e lo ha incoraggiato a non avere paura, perché al Padre è piaciuto dare loro il Regno (Luca 12,32). Le parole profetiche del Beato Giovanni Paoli II ci aprono il cuore alla speranza.
Ecco il punto: avere coraggio e non perdere mai la speranza, tanto Gesù lo ha detto: “Io ho vinto il mondo” (Giovanni 16,33). Siamo un piccolo gregge chiamato a far fermentare tutta la massa (Matteo 13,33)
Il nostro compito di “piccolo gregge” è quello di saperci formare, aiutati dalla grazia di Dio, dalla sua Parola e dai santi Sacramenti, per diventare luce del mondo e sale della terra…perché gli uomini vedendo le vostre buone opere rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli (Matteo 5,14-16).
Riprendiamo allora a porre la nostra attenzione sulla formazione cristiana, tenendo conto che una solida e robusta formazione spirituale ed evangelica, presuppone una maturità umana che tende a far diventare l’uomo sempre più uomo nella pienezza della sua dignità.
Vediamo da vicino quali sono i punti deboli della nostra umanità che ritardano in noi il cammino della Grazia e della formazione cristiana.
Li riporto di seguito, anche se in maniera non esaustiva.
- 1. Attenzione al rapporto tra onnipotenza e creaturalità
Non di rado accade, nella vita del cristiano, che la persona si percepisca capace nell’intuire e nel cogliere se stessa e gli altri. Realizza e costruisce la sua vita cristiana con le proprie capacità. Crede di possedere dei Carismi particolari che utilizza a proprio uso e consumo e, spesso, per millantare chissà quali doti. Questa è la sindrome dell’onnipotenza. Cristiani siffatti spesso rovinano l’opera della Grazia e della Parola. Essi si percepiscono sicuri di sé, bravi, efficaci se non addirittura indispensabili. Questa situazione, può condurre la persona che si proclama, cristiana a perdere il contatto con il proprio essere creatura dipendente dal Signore e bisognosa degli altri.
Questo fattore di onnipotenza, non di rado accade a coloro che hanno o credono di possedere dei grandi carismi, quali per esempio, la profezia, la guarigione, le apparizioni o altri simili. Se tali carismi sono autentici, e vengono dallo Spirito Santo, dono e fonte di ogni carisma, , una volta riconosciuti anche dalla chiesa, per loro natura essi tendono a farsi dono gratuito e non portano mai a sentirsene possessori: sarebbe un furto gravissimo perpetrato contro lo Spirito del Signore. Colui il quale invece se ne impadronisce e li accentra al proprio io, ne fa un uso personale solo per farsi un nome davanti all’assemblea: costui è ammalato di onnipotenza e dimentica la sua totale dipendenza dal Signore. Dio è dono, e tutti i doni di Dio devono diventare, da parte nostra, doni gratuitamente donati agli altri, perché essi sono stati dati per l’utilità comune (1Corinti 12,7). Il vero portatore dei carismi è colui che sempre rimane obbediente al Signore ed alla sua Chiesa. Il senso di onnipotenza si vince con l’umiltà e con l’obbedienza, quella vera, quella dei poveri in spirito.
L’onnipotente tende in tal modo a perdere la sua dote, se si può dire con un’immagine, di costruttore: “Se il Signore non costruisce la casa invano si affaticano i costruttori” (Salmo 127,1). Tutto questo rallenta nel discepolo di Gesù la realizzazione del mandato del Signore dato ai suoi apostoli, quello di servire e di non essere serviti e dare la vita per gli altri ( cf. Matteo 20, 28). Non pochi invece, addirittura arrivano, nella smania della loro potenza, a servirsi degli altri.
L’onnipotenza non favorisce il sentirsi parte del piccolo gregge, che è composto per sua natura, da un popolo di poveri!
Il discepolo che si vuol sentire onnipotente, in realtà, nella sua struttura umana - psichica è spesso limitato nelle proprie capacità, anche apostoliche, è insicuro e non sa costruire in se e negli altri la parte del Regno di Dio che gli compete. In questo caso l’onnipotenza diviene una forma di compensazione. Un mezzo di conversione e di guarigione da questa tendenza, ci è fornito da san Francesco di Assisi. Narrano le Fonti Francescane che Francesco cominciò ad essere povero quando smise di adorare se stesso
Tale deve diventare il discepolo del Signore.
- 2. Il ciclo dell’auto sufficienza e del volontarismo
Il ciclo dell’onnipotenza è collegato ad una certa autosufficienza. La persona autosufficiente si percepisce tale e, per conseguenza, i veri criteri della povertà evangelica difficilmente fanno parte di lei.
C’è, in non pochi discepoli del Signore, un atteggiamento di autosufficienza di fronte alla vita, alle persone, alle istituzioni. C’è una vita fondata su pseudovalori che non hanno nulla a che vedere con il Vangelo del Signore.
Il cristiano, vero discepolo del Signore, non di rado, presenta una bella facciata, ma nasconde un grande vuoto interiore ed una tremenda difficoltà a poggiare la propria vita sulla povera ma bella gratuità del Signore Gesù.
Altre volte ci possono essere, dentro il piccolo gregge, fratelli o sorelle, rigidi, spesso interessati ai temi che privilegiano la mortificazione, la rinuncia, lo sforzo di costruirsi una vita incontaminata dalle intermittenze ambigue delle emozioni. Di solito, chi è rigido si manifesta preoccupato a controllarsi e combattere la debolezza della propria natura: andare contro, fuggire…Queste sono persone alle quali la volontà dona sicurezza, mentre il desiderio incute paura! Il loro motto è: Attenzione, controllo, proposito! Progredire per desiderio di amore appare loro un rischio. Ci si chiede infatti: “E se il desiderio sparisce?” E poi, che fatica! Il desiderio va curato, rinnovato, altrimenti si atrofizza. Meglio allora procedere per volontà. L’arma del volontarismo è il controllo. Ma il vero povero secondo il Vangelo non è in grado di controllare tutto, né sente di averne bisogno: non vive di sicurezze. La sua unica sicurezza è il Signore. Dio non viene catturato dalla volontà, ma attirato dal desiderio dell’anima e del cuore che, insieme, invocano la salvezza e la “dolce carezza” della Mano del Padre.
La logica della vera esperienza evangelica suscita sempre una consapevolezza dei propri limiti, che non possono essere eliminati e sradicati a colpi di volontà, buoni propositi o altro, ma solo redenti dalla grazia di Cristo.
Se poi il fratello o la sorella si identifica con i propri talenti, doni o carismi, vive nel terrore dei propri fallimenti. E quando questi si verificano è come se la persona stessa restasse profondamente fallita.
Al contrario, il povero non ha paura di nulla, perché tutto riferisce a Dio!
Quale la cura per diventare perfetti discepoli del Signore nella libertà dell’Amore?
I grandi Padri della vita spirituale racchiudono la “cura” in due verbi: decentrarsi – ricentrarsi in Gesù Cristo.
La povertà evangelica è la prima e fondamentale forma di decentramento da sé per ricentrarsi in Cristo. Il decentrarsi da sé è l’esercizio continuo nel quale esercitarsi al fine porre delle basi veramente fondanti per un’autentica vita cristiana.
Gli ambiti del decentramento, di solito, vengono individuati nelle seguenti aree dell’uomo:
- Decentrarsi dalla propria corporeità: “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi?”(1Corinti 6,15);
- Decentrarsi dal proprio modo di pensare: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, dice il Signore” (Isaia 55,8);
- Decentrarsi dai propri stili di vita: “Per me il vivere è Cristo” (Filippesi 1,21);
- Decentrarsi dalla propria percezione di “male”: spesso si scambia il male per un bene, che nasce non da una valutazione fatta secondo il Vangelo, ma da una visione carnale che viene dai nostri desideri e dalle nostre concupiscenze. Il bene, in questo caso, diviene una valutazione soggettiva che ci siamo costruiti mediante una visione parziale e personale della vita o seguendo le varie mode. Il vero Bene è la pienezza dell’Amore in Cristo Gesù, il peccato è tutto quello che non è conforme alla Volontà di Dio: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte“ (1Giovanni 3,14); “Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema (= scomunicato), (1Corinti 15,22);
- Decentrarsi per essere sempre disponibili a collaborare con gli altri ed in speciale modo con coloro che hanno ricevuto dal Signore il compito di essere pastori e guide delle nostre Comunità ecclesiali: “Ugualmente, voi, giovani, siate sottomessi agli anziani. Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili (1Pietro 5,5).
- Il risultato di questa spoliazione è il RICENTRARSI IN CRISTO: “La mia vita è Cristo, il mio tempo è Cristo e di Cristo, il mio pensiero è Cristo, il mio corpo e di Cristo: Cristo tutto in me e io tutto in Lui” (San Francesco di Sales).
C’è infine un ricentramento molto importante per la vita del cristiano: è il ricentramento del proprio sguardo.
Si tratta di rivedere il proprio sguardo alla luce della povertà evangelica, allo scopo di sapere guardare. Le sue modalità possono essere riassunte in tre stadi o momenti:
- Sapersi guardare dentro: non è cosa facile e non di rado diventa fonte di depressione, perché troppo facilmente vediamo, nel guazzabuglio dei nostri mali interiori, i nostri ricordi tristi, le nostre nostalgie, i nostri desideri non appagati. Vediamo solo ciò che abbiamo sbagliato. E’ necessario allora sapersi guardare così come Gesù ci guarda, farsi penetrare dal suo sguardo affabile, accogliente, dolce e pieno di compassionevole amore. Occorre lasciarsi penetrare da quello sguardo che guarisce interiormente tutto ciò che di negativo abbiamo dentro. E poi, perché no? Mettiamoci nel nostro sguardo quel pizzico di sano umorismo che ci impedisca di abbandonarci ad esami di coscienza –processo, da cui usciamo sempre colpevoli.
- Imparare a sapersi guardare attorno. Ciò significa accorgersi della presenza degli altri, incontrare persone che vivono accanto a noi e di cui, spesso, nemmeno ci accorgiamo.
- Ed infine, c’è un’altra modalità di guardare, a cui siamo poco abituati: Guardare in alto: non per tenere la testa fra le nuvole, ma per allargare gli orizzonti delle nostre prospettive dal punto di vista di Dio Padre e del Signore nostro Gesù Cristo, fonte ed origine della nostra speranza.
Allora, fratelli e sorelle, non abbiamo più paura di spalancare le porte a Cristo e ritrovare in Lui il centro vitale del nostro andare per i sentieri della vita verso la Vita!
Ricentriamo la nostra vita in Lui, nostra salvezza e liberazione.
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