Di Padre Augusto Drago
1. Il tempo della Pasqua
Con la Domenica di Pasqua, Risurrezione del Signore, si apre un periodo festivo che dura cinquanta giorni: è il tempo di Pasqua, un tempo carico di simbolismi.
Se il tempo della quaresima, da una parte, con il suo numero di 40 giorni, era il tempo dell’attesa dello Sposo, ora il tempo pasquale, con il numero 50 (7x7= 49 + 1, dove il numero 7 implica il senso della pienezza), diventa il simbolo dell’eternità, il raggiungimento della meta.
La domenica di Pasqua, definita come la prima domenica del mondo, continua e si prolunga sino all’ottava pasquale, e, a seguire, per tutto il tempo di Pasqua, il tempo dei 50 giorni. Non è un caso che il Vangelo che sarà proclamato a Pentecoste (Giovanni 20,19-23), si trovi incluso in quello della domenica dell’ottava di Pasqua.
Si può allora affermare che il tempo pasquale è racchiuso in una straordinaria inclusione letteraria, che indica due estremi identici, ossia che, come è il principio tale deve essere anche la fine, così come pure tutto il contenuto ivi racchiuso. Da Pasqua a Pentecoste sfavilla dunque un grande arcobaleno liturgico, che segna un unico grande giorno, il “giorno che ha fatto il Signore in cui siamo chiamati a rallegrarci ed ad esultare (Salmo 118,24).
Il tempo di Pasqua (7 domeniche) è il tempo liturgico dedicato allo Spirito e alla sua venuta. Esso è la cifra del tempo che va oltre il tempo e, pertanto ci spalanca la visione della pienezza della vita nuova, che solo lo Spirito può operare in Gesù Cristo (Domenica di Pentecoste). Proprio per questo l’antifona di ingresso alla Santa Messa di Pentecoste, riprendendo il libro della Sapienza 1,7, canta: Lo Spirito del Signore riempie tutta la terra: Egli tenendo unite tutte le cose, ne conosce la voce! Lo Spirito, tiene unite così intimamente gli esseri, che ne percepisce subito ogni parola detta e la ritraduce, come divino liturgo del mondo, in canto di Lode. La Pentecoste è dunque il momento in cui la Pasqua entra profeticamente nella storia e vi inserisce il seme dell’eternità e della perenne novità di Dio.
Il percorso di queste domeniche pasquali quindi ci immette in un cammino che porta il sapore delle realtà prime ed ultime, dell’inizio (creazione) e della fine (ri-creazione), quando ci saranno cieli nuovi e terra nuova e non ci sarà più la morte, né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate (Apocalisse 21,4).
O giorno primo ed ultimo,
Giorno radioso e splendido
del trionfo di Cristo!
Tali sono le domeniche pasquali che culminano con la domenica di Pentecoste.
Sant’Atanasio, uno dei primi grandi padri della Chiesa (295) a proposito scriveva: “I 50 giorni che si succedono dalla domenica di resurrezione alla domenica di pentecoste, si celebrano come un sol giorno di festa, anzi come la grande domenica”.
2. Le Domeniche del tempo ordinario
A questo punto qualcuno potrebbe dire: allora le altre domeniche del Tempo Ordinario, le stesse domeniche di Avvento, sono in qualche modo “declassate?”.
Assolutamente no!
La liturgia nel giorno dell’Epifania, quando viene annunciata la Pasqua del Signore, recita: “In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte…A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne, nei secoli dei secoli, amen!”
Dunque ogni domenica dell’anno liturgico è “pasqua settimanale del Signore”, in essa si rende presente il mistero della Vita nuova inaugurata da Cristo Gesù nella sua santa Resurrezione e pregustata nel giorno della Pentecoste.
Ecco perché diventa importante per il Cristiano celebrare la Domenica.
Certo, dobbiamo prima di tutto cambiare il nostro linguaggio. Di solito, infatti, diciamo: “Andiamo a Messa!”. Invece dovremmo dire, se fossimo più coscienti dei divini misteri, “Andiamo a celebrare la Domenica!” Essa infatti, non implica una semplice presenzialità ad una cerimonia o ad un rito, ma una compartecipazione, che rende tutti i fedeli “un sol corpo ed un’anima sola” (Atti degli Apostoli 4,32). Ogni Domenica la Comunità celebra la gioia dell’incontro con il Risorto: gioia improvvisa, inattesa, divina. Per questo occorre lasciarsi illuminare dal Risorto. Se la vera gioia è il frutto di un incontro d’amore, l’amore del Risorto che si fa vicino, si accosta, percorre con noi la strada e dona novità alla vita. In ogni domenica è come se si attualizzasse l’incontro del Risorto con i discepoli alla sera di Pasqua: La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il Sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi”. Detto questo, mostrò loro le mani ed il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore” (Giovanni 20, 19-20). La domenica è prefigurata dal Sabato del popolo della prima alleanza: “segno perenne dell’eterna alleanza” (Esodo 31, 16-17).Tale è la domenica per il cristiano: il momento centrale della sua esperienza, dove rinnova di volta in volta l’eterna alleanza d’amore che Dio ha stipulato con il suo popolo, mediante il Sangue di Gesù Cristo suo Figlio: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il calice della Nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me!”.
3. Una straordinaria testimonianza che ci inquieta
Negli anni 303-304 d.C., l’imperatore Diocleziano, dopo un periodo di relativa calma durante il quale la comunità cristiana aveva potuto crescere e diffondersi nelle diverse regioni dell’impero romano, scatena una violenta persecuzione contro di essa ed ordina che si “dovevano ricercare i sacri testi e i santi testamenti del Signore e le divine Scritture, perché fossero bruciati. Si dovevano abbattere le Basiliche del Signore. Si doveva proibire di celebrare i sacri riti e le santissime riunioni del Signore”. Così è scritto negli Atti dei martiri. E’ il periodo nel quale cade la vicenda dei santi martiri di Abitene (nell’odierna Tunisia). Un gruppo di 49 cristiani, composto da uomini, donne, giovani e fanciulli, appartenenti a differenti condizioni sociali e con compiti diversi all’interno della comunità cristiana, contravvenendo agli ordini dell’imperatore, si riunisce nel giorno del Signore per celebrare l’Eucaristia domenicale. Scoperti, vengono imprigionati e condotti davanti al tribunale per essere sottoposti a giudizio. Emerito, uno del gruppo, interrogato dal giudice per sapere se nella sua casa si fossero tenute assemblee sacre, rispose affermativamente ed aggiunse che non lo aveva impedito, perché “noi cristiani senza la domenica non possiamo vivere!” Nella lingua latina, usata a quel tempo, la frase ha un tono espressivo: “Sine dominico non possumus!” Il termine “Dominico” fa riferimento al Dominus, a Gesù Cristo, il Signore Risorto. E’Lui, infatti, il Signore della vita e della storia. Il Primo e l’Ultimo, il Vivente (Apocalisse 1, 17-18). Dominicum si riferisce anche alla Comunità cristiana riunita nel giorno del Signore, ed inoltre indica la celebrazione eucaristica domenicale. La risposta data da Emerito al giudice, mette in evidenza il legame strettissimo che intercorre tra Cristo Signore, la sua morte e risurrezione, la Comunità cristiana e l’Eucaristia celebrata nel giorno della domenica.
Questa ricchezza di significato fa comprendere che la domenica è sacramento della Pasqua, il giorno in cui il Risorto rivela il suo splendore e la sua gloria, riunisce i suoi discepoli intorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia, li costituisce comunità eucaristica e missionaria e fa pregustare la gioia della gloria futura.
Ritorniamo per un istante alla “passio” dei martiri di Abitene.
Il giudice interrogò poi un altro membro della Comunità, Felice. Al giudice non interessava tanto sapere se Felice fosse cristiano, quanto piuttosto se avesse preso parte alla celebrazione domenicale. A questo punto il redattore della “Passio” con sottile ironia commenta: “Come se un cristiano possa essere senza la Pasqua domenicale, o la Pasqua domenicale si possa celebrare senza che ci sia un cristiano! Non lo sai, satana, che è la Pasqua domenicale a fare il cristiano, e che è il cristiano a fare la Pasqua domenicale, sicché l’uno non può sussistere senza l’altra, e viceversa? Quando senti il nome “cristiano”, sappi che vi è un’assemblea che celebra il Signore, e quando senti dire “assemblea”, sappi che lì c’è il cristiano”!
Chi, oggi, saprebbe rispondere così alla domanda: Perché vai a Messa?
In ogni domenica allora, quel meraviglioso arcobaleno che unisce la Pasqua alla Pentecoste, si attualizza e diventa sfolgorio di colori che portano i segni della gloria a cui siamo chiamati: la Gloria del giorno primo ed ultimo, quella che non conosce tramonto: e così saremo sempre con il Signore (1Tessalonicesi 4,18).
Ma quanti cristiani oggi possono veramente dire: “Senza la domenica non possiamo vivere?” E’ una domanda che deve farci seriamente pensare!
|