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Il grande desiderio dell’uomo – ricordando una celebre espressione di Santa Teresa d’Avila – è quello di “vedere Dio”. Se non impariamo, infatti, a guardare in alto, a scommettere sulle cose celesti, tutto il desiderio di infinito custodito nell’intimità del nostro cuore rischia l’isolamento spirituale!
Noi però, chissà perché, siamo tendenzialmente portati a guardare gli altri. Più per spirito di critica che per un sincero atto di fraterno amore! E talvolta il nostro sguardo è così insistente da non lasciare dubbi in chi sa di essere osservato. Thomas Merton diceva che: “Per poter trovare Dio in noi dobbiamo smettere di guardarci, smettere di controllarci e verificarci nello specchio della nostra futilità, e contenti di essere in Lui e di fare quello che Egli vuole secondo le nostre limitazioni, giudicando i nostri atti non alla luce delle nostre illusioni, ma alla luce della Sua realtà che ci circonda nelle cose e nelle persone con le quali viviamo”.
Oggi la luce della Sua realtà è in mezzo a noi, non come un caro e
lontano ricordo ma come sostanza vera e reale. Non lo neghiamo, il buon
Dio ha deciso di rivelarsi definitivamente a noi in modo inusuale per
una divinità del suo calibro! I profeti, infatti, annunciavano la
venuta di un re forte e potente, dominatore di Israele… e tutti lo
attendevano immaginandolo ieratico e maestoso, con al suo seguito uno
stuolo di arcangeli in alta uniforma, e ogni cosa – persino gli alberi
e le montagne – si sarebbe chinata al suo passaggio!!!
Invece irrompe nel mondo facendosi piccolo come un bambino, desideroso
di essere accudito e amato da ciascuno di noi. Se rileggiamo la Sacra
Scrittura possiamo constatare di come Egli segua una pedagogia ben
precisa, un disegno il cui scopo è quello di – afferma S. Ireneo –
“abituare l’uomo a comprendere Dio, e abituare Dio a mettere la sua
dimora tra gli uomini”.
Se Dio si fosse fermato in mezzo a noi sino a quel memorabile e
lontanissimo 33 d.C. circa senza lasciarci il dono della sua reale
presenza (Eucaristia), oggi sperimenteremmo la tristezza di non poterlo
ancora incontrare su questa terra. Il fatto, invece, che Egli possa
dimorare e addirittura stabilirsi nel nostro cuore ancora oggi, rende
tutto inspiegabilmente e concretamente bello.
Egli, nel mistero del Natale, sì è curvato verso di noi. Ha preferito
amarci dal di dentro, lasciando al peccato la libertà di umiliarlo fino
alla morte in Croce.
«Colui al quale nessuno è pari, che "siede nell’alto", Questi guarda
verso il basso. Si china in giù. Egli vede noi e vede me. Questo
guardare in giù di Dio è più di uno sguardo dall’alto. Il guardare di
Dio è un agire. Il fatto che Egli mi vede, mi guarda, trasforma me e il
mondo intorno a me. […] Con il suo guardare in giù Egli mi solleva,
benevolmente mi prende per mano e mi aiuta a salire, proprio io, dal
basso verso l’alto. "Dio si china". Questa parola è una parola
profetica. Nella notte di Betlemme, essa ha acquistato un significato
completamente nuovo. Il chinarsi di Dio ha assunto un realismo inaudito
e prima inimmaginabile. Egli si china – viene, proprio Lui, come bimbo
giù fin nella miseria della stalla, simbolo di ogni necessità e stato
di abbandono degli uomini. Dio scende realmente. Diventa un bambino e
si mette nella condizione di dipendenza totale che è propria di un
essere umano appena nato. Il Creatore che tutto tiene nelle sue mani,
dal quale noi tutti dipendiamo, si fa piccolo e bisognoso dell’amore
umano. […] Perché niente può essere più sublime, più grande dell’amore
che in questa maniera si china, discende, si rende dipendente. La
gloria del vero Dio diventa visibile quando ci si aprono gli occhi del
cuore davanti alla stalla di Betlemme» (Benedetto XVI - Natale 2008).
Michelangelo Nasca
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