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L'Educazione al lavoro, sul lavoro, per il lavoro Stampa E-mail
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Pubblichiamo il testo della riflessione tenuta il 29 aprile dal Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, sul tema del lavoro e l'Omelia per la Festa di S. Giuseppe lavoratore. All'interno anche un approfondimento di Monsignor Raffaello Martinelli: "Quando il lavoro è per l'uomo ?".







Riflessione sul tema:"L’Educazione al lavoro, sul lavoro, per il lavoro"
nell’ambito del XVI Congresso territoriale della CISL
Salone della CISL, 29 aprile 2009


Mi corre l’obbligo, prima di iniziare, di chiarire subito la prospettiva della riflessione seguente, del mio contributo. Ne risulteranno al contempo i limiti e – lo spero – i pregi.

Come pastore della Chiesa sono stato chiamato a prendermi cura dell’uomo in quanto dotato di una dignità incomparabile. Prendersi cura dell’uomo sarebbe un’astrazione se non significasse prendersi cura delle sue fondamentali esperienze: i suoi affetti, il lavoro, la sofferenza [in particolare la malattia], la cittadinanza. E dunque dirò qualcosa dal punto di vista dell’uomo in quanto uomo che lavora [Laborem exercens homo: inizia la prima delle tre encicliche sociali di Giovanni Paolo II; cfr. EE 8/206]. Che cosa significa "dal punto di vista dell’uomo…"? La risposta costituisce il presupposto a tutto quanto andrò dicendo.

1. Ebbi già l’occasione di dire che il fondamentale valore del lavoro umano è di natura etica non economica [cfr. Omelia 1 maggio ]. Ritengo che questa affermazione riassuma tutto il Magistero della Chiesa circa il lavoro. Cerco di esplicitarne alcuni contenuti essenziali.

È la persona umana il soggetto del lavoro. Nel lavoro cioè e mediante il lavoro cerca la realizzazione di se stessa, il compimento della sua vocazione professionale, la costituzione dei rapporti sociali, la promozione del bene comune. Potremmo dire: mediante il lavoro si costituisce la cultura, intesa come modo propriamente umano di abitare il mondo.

Qualificare il lavoro secondo la primaria misura etica significa che, alla fine, ogni lavoro ha come suo scopo la persona che lavora, non concepita astrattamente come individuo, ma all’interno delle sue relazioni originarie, in primo luogo la famiglia.

Partendo da questo presupposto, dobbiamo avere un atteggiamento fortemente critico nei confronti di "una specifica cultura secolarizzata-strumentale del lavoro e una parallela struttura sociale che valorizza solo gli aspetti utilitaristici del lavoro" [Pierpaolo Donati]. Cultura, per altro, e struttura sociale che sono già entrate in crisi.

È precisamente alla luce di queste riflessioni che hanno per me carattere di premesse, che si pone urgentemente la domanda sull’educazione al lavoro.

2. Chi si pone questa domanda, ed in ogni società pensosa del suo futuro questa domanda deve porsi, non può non chiedersi: educazione a quale lavoro? per essere più precisi: a quale idea, a quale visione del lavoro?

Credo purtroppo di non sbagliarmi nel dire che la cultura di oggi non sa più rispondere a questa domanda; anzi la ritiene priva di senso. Per una serie di ragioni, alcune delle quali mi limito solo ad enunciare.

- L’incapacità di rispondere è uno dei segni più tragici della generale incapacità [o abdicazione?] della nostra generazione di adulti di educare le giovani generazioni. Ma l’incapacità di educare al lavoro è un fatto gravissimo perché significa che non siamo più capaci di aprire un futuro alle giovani generazioni.

- L’incapacità di rispondere è dovuta al pensare comune che "tutto si è liquefatto". Il collasso delle identità nella contrarietà o nella diversità [dando a queste parole senso ontologico] dentro alla generale indifferenza e neutralità di ogni cosa impedisce una seria educazione.

- L’incapacità di uscire da una concezione esclusivamente mercantilistica della relazione di lavoro. Conosciamo bene questa concezione. La sintetizzo colle parole di Pierpaolo Donati: "Il concetto di mercato del lavoro è utilizzato di norma per indicare l’insieme dei meccanismi che regolano l’incontro tra i posti di lavoro disponibili e le persone in cerca di occupazione. In questo modo il lavoro viene trattato in maniera sostanzialmente analoga a qualsiasi altra merce".

3. Come uscire allora da questo vicolo cieco educativo? Dato il tempo a disposizione, mi limito ad esporre l’essenziale della risposta che ritengo vera.

In linea generale, educare al lavoro significa non solo e non principalmente trasmettere abilità e competenze in ordine ad avere un buon prodotto. Significa anche e soprattutto aiutare il giovane a prendere coscienza della professione come dimensione costitutiva della sua vocazione umana e quindi aiutare il giovane a sviluppare le sue qualità etiche. Potremmo dire più brevemente: formare il giovane in scienza e coscienza. Oppure, e meglio: educarlo a personalizzare il lavoro.

Che cosa significa questo per un concreto progetto educativo?

- Far ricuperare il senso del lavoro. Esso è uno dei luoghi, dei momenti fondamentali della costruzione della propria vita,e non solamente una triste necessità da cui non si può evadere. Bisogna riconoscere che le comunità cristiane hanno spesso mantenuto un grande silenzio in merito a questo. Eppure due grandi carismatici, del secolo XX, uno già canonizzato, hanno fatto, sia pure con sensibilità molto diverse, del tema del lavoro un momento essenziale della loro proposta educativa. Parlo di S. Josè Maria Escriva e don Giussani. Questi scrisse: "La cosa più nobile che fa l’uomo è lavorare, è il lavoro. Ma perché la cosa più nobile è il lavoro? È la cosa più nobile in quanto è più adeguata al destino che ha l’io. La conoscenza dell’io è la grande cosa; è il sentimento dell’io la grande cosa! Allora a uno gli si illumina anche cosa sia il lavoro e ne gode" [in Una presenza che cambia, Rizzoli, Milano 2004, pag. 169-170]. C’è un abisso fra una proposta educativa al lavoro come questa e la proposta che spesso parlando della via cristiana della vita, o del lavoro non parla neppure come se Dio lo si potesse incontrare solo fuori dal lavoro oppure se ne parla come puro strumento per guadagnarsi la vita.

Parlavo della misura etica del lavoro. È la ripresa di questo "midollo" della dottrina cristiana del lavoro, che ci deve stimolare tutti quanti alla ricerca di un nuovo paradigma pedagogico del lavoro.

- È necessario studiare forme di collaborazione più intensa fra scuole ed imprese.

L’esperienza fatta dal Liceo Malpigli colla Ducati mi sembra paradigmatica.

Da questa collaborazione ne beneficerebbero imprese e scuole. Non parlo solo delle scuole professionali.

Le imprese. Esse hanno bisogno di avere a disposizione luoghi dove poter fiduciosamente cercare e trovare risorse professionali ed umane disponibili.

Le scuole. Esse, gli insegnanti concretamente, hanno bisogno di essere stimolati da imput professionali per l’educazione dei giovani.

Misure come stages, visite nelle aziende, borse di studio estive vanno incoraggiate, purché nel contesto di quella personalizzazione del lavoro di cui parlavo.

Concludo con due riflessioni che mettono in risalto i due modi opposti di concepire il, e quindi di educare al lavoro.

Recentemente mi è capitato di sentire equiparare lavoro e prostituzione: ambedue – diceva chi li equiparava – vendono il corpo umano per un salario. Ecco dove finisce coerentemente la logica utilitaristica del lavoro!

Un grande poeta polacco del XIX secolo, C.K. Norwia ha scritto: "Il bello è tale, per rendere affascinante il lavoro" [cito da K. Woitila, Metafisica della persona, Bompiani, Milano 2009, pag. 1454]. Il pensiero è profondo.

Il tetto della basilica di S. Pietro poteva essere costruito come tutti i tetti, se si fosse pensato solo alla sua funzione: impedire che piovesse dentro la basilica. Sarebbe stato più facile e sarebbe costato meno.

Michelangelo tuttavia volendo costruire una copertura, un tetto, si lasciò affascinare da un’idea: la cupola. Il suo lavoro non fu solo utile. Dal rapporto col bello divenne affascinante. È il rapporto con la verità, con la giustizia, il bene, il bello che rende il lavoro un atto della persona. Il lavoro irradia l’humanum nella sua specificità: solo l’uomo lavora.

È il significato profondo della grande intuizione cristiana nascosta nella "et" di Benedetto: ora et labora. È l’equilibrio fra contemplazione ed azione.

Abbiamo già lasciato alle spalle, credo, la concezione meramente utilitaristica; non siamo più radicati nella grande tradizione cristiana. E non sappiamo più rispondere alla domanda di educazione al lavoro: ma questa è una delle dimensioni essenziali della grande sfida educativa.

FONTE

 

Festa di S. Giuseppe lavoratore
Basilica dei SS. Bartolomeo e Gaetano alle Due Torri, 1 maggio 2009

 

1. "Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza". Cari fedeli, abbiamo ascoltato le prime parole che la S. Scrittura dice dell’uomo: sono dette da Dio medesimo. Esse sono la sorgente permanente di ogni riflessione vera circa la persona umana, il fondamento permanente di ogni umanesimo autentico. Per quale ragione?

Esse pongono l’uomo in una posizione unica dentro l’intero universo. Di nessuna creatura è detto che è "ad immagine di Dio". La persona umana sporge incommensurabilmente sopra la natura, dentro cui è pure radicata. È il suo riferirsi a Dio; è il suo essere relazionato a Dio, che costituisce la dignità propria dell’uomo. Quando si oscura la coscienza di questa relazione, l’uomo è gravemente in pericolo perché si espone ad essere sequestrato dal potere. Quando si progetta un sociale umano prescindendo da questa verità dell’uomo, esso non può che ridursi alla somma di tanti egoismi opposti o comunque separati.

Ma la parola di Dio dice anche un’altra fondamentale verità sull’uomo: "maschio e femmina li creò". L’umanità sussiste in due forme o modi originari: la mascolinità e la femminilità. Sono due forme irriducibili l’una all’altra, e nello stesso tempo reciproche e relazionate. Quando si nega o la loro irriducibilità pensando mascolinità e femminilità come mere creazioni culturali, o la loro reciprocità, si dilapida la ricchezza della nostra umanità.

La pagina sacra tuttavia richiama la nostra attenzione sul fatto che la prima e fondamentale espressione dell’unicità dell’uomo nell’universo, della sua superiorità su ogni altra creatura, è il lavoro mediante il quale la "terra è soggiogata", l’universo viene umanizzato.

Il legame che la parola di Dio pone fra la dignità propria dell’uomo e il suo lavoro è degno di molta attenzione. E ci porta a fare alcune considerazioni.

La prima. Non si può staccare il lavoro dalla persona che lavora, considerando il lavoro come una grandezza a se stante, come uno dei tanti elementi del sistema produttivo.

Una tale separazione è un’astrazione che ci fa evadere dalla realtà, nonostante venga non raramente mascherata da complesse teorie economiche. L’uomo lavora per rispondere ai suoi bisogni spirituali e materiali; l’uomo che lavora non è un individuo tirato fuori dai suoi legami, famigliari in primo luogo.

La seconda. Se il lavoro non può mai essere considerato separatamente dalla persona che lavora, il lavoro non può essere considerato e trattato come una merce sottoposta alla legge della domanda-offerta. La visione mercantilistica del lavoro umano deve essere sempre integrata dentro ad una visione etica del medesimo. Di questa integrazione la Chiesa non ha mai cessato di affermare la necessità.

La terza. Se il lavoro ci appare oggi alla luce della parola di Dio espressione e realizzazione della persona, l’educazione al lavoro soprattutto delle giovani generazioni è parte essenziale dell’educazione della persona come tale. Così come le comunità cristiane farebbero una proposta cristiana sostanzialmente lacunosa, se non comprendesse anche la formazione cristiana al lavoro.

2. Cari fedeli, la parola di Dio ci invita a queste riflessioni in un momento, in una congiuntura storica di preoccupante gravità anche per ciò che concerne il lavoro.

So bene che questa situazione comporta analisi e azioni di molteplici soggetti competenti e responsabili. A me Vescovo sia consentito di offrire alcuni richiami, alla luce della parola di Dio appena ascoltata.

La salvaguardia dei livelli occupazionali è oggi il dovere più grave di chiunque abbia responsabilità sociali. Il primo servizio alla dignità della persona umana è che non gli venga tolto il lavoro. In nome di Dio chiedo ad imprenditori, sindacati, a chi ha responsabilità politiche: la vostra prima preoccupazione, il vostro primo impegno sia la salvaguardia dei livelli occupazionali.

Non posso poi non richiamare l’attenzione sulla necessità che sia assicurata una vera equità fra le generazioni nei confronti del lavoro. Penso ai giovani. Dobbiamo evitare di preoccuparci maggiormente della tutela delle posizioni già garantite che di quelle più precarie e deboli.

Cari fedeli, la parola di Dio oggi ci richiama alla vigilanza, perché non sia dissolto il senso del lavoro: il senso umano, il senso etico. Anche in questo campo la Chiesa sta dalla parte dell’uomo.

FONTE

 

Quando il lavoro è per l’uomo?


Quali sono gli aspetti positivi del lavoro?

Il lavoro ha molteplici e complementari dimensioni:

  •  
  • Dimensione umana: il lavoro è una delle forme più alte di:
    • crescita umana;
    • espressione e affermazione di sé e delle proprie qualità;
    • esercizio delle responsabilità sociali;
    • riqualificazione e aggiornamento personale e comunitario;
    • apertura e solidarietà con il mondo.
  • Dimensione familiare: costituisce un mezzo essenziale che rende possibile la fondazione di una famiglia, i cui mezzi di sussistenza si acquistano proprio mediante il lavoro.
  • Dimensione sociale: migliora la società, favorendo migliori condizioni economiche e sociali, a vantaggio soprattutto dei più bisognosi.
  • Dimensione cosmica: è fonte di arricchimento e di trasformazione del creato. Mediante il lavoro l’uomo governa con Dio il mondo, insieme a Lui ne è signore, e compie cose buone per sé e per gli altri, valorizzando le risorse naturali.

 



Qual è il rapporto tra la persona umana e il lavoro?

La persona umana lavorando:

  • Si perfeziona nella sua umanità.
    Esprime il libero e fecondo dono di sè.
  • Esercita le sue facoltà fisiche, intellettuali e spirituali:
    • creando opere d’arte e di pensiero;
    • scoprendo cose nuove;
    • producendo beni e servizi.
  • Si rende utile agli altri.
  • Trae i mezzi di sostentamento per la propria vita, per quella dei suoi familiari e per la comunità umana.
  • Ha diritto a un giusto salario.
  • Trasforma la natura, rispettandola.

 


 

In che modo il lavoro è per la persona?

  • Il lavoro è un diritto e non un privilegio: l’accesso al lavoro deve essere aperto a tutti senza ingiusta discriminazione. Ogni persona ha diritto a un onesto e sicuro lavoro, pur non essendo l’unica e neppure la principale ragione di vita.
  • Il lavoro è anche un dovere per ogni persona: “Chi non vuole lavorare neppure mangi” (2 Ts 3, 10). 
  • Ogni lavoro, se onesto, è degno di stima.
  • La persona è il soggetto e il destinatario del lavoro: il lavoro è actus personae, è per l’uomo, e non l’uomo per il lavoro. La persona è il metro della dignità del lavoro: il lavoro procede dalla persona ed è anche essenzialmente ordinato e finalizzato ad essa.
  • La persona nel lavoro:
    • considera l’altro come ‘un altro se stesso’, e non come un concorrente o uno schiavo. Il lavorare è e dev’essere con gli altri e per gli altri, e non contro gli altri; 
    • utilizza i frutti del lavoro anche come occasione di scambi, di relazioni e d’incontro;
    • apprezza, collabora e rispetta il talento e l’esperienza che solo i più anziani possono portare nel lavoro.

 



Quali sono le condizioni per un buon lavoro?

  • Ecco le principali condizioni per un buon lavoro:
    • rispetto e promozione della dignità della persona e dei diritti inalienabili del lavoratore;
    • libertà di creare e partecipare a pubbliche associazioni per promuovere e difendere i propri valori e diritti;
    • accesso e partecipazione adeguata al progresso economico, alla gestione e agli utili del proprio lavoro;
    • versamento dei contributi (stabiliti dalle legittime autorità) agli organismi di sicurezza sociale;
    • equa retribuzione, che tenga conto anche dell’età, del sesso, delle personali capacità del lavoratore, nonchè delle esigenze dell’eventuale sua famiglia, in particolare dei suoi figli;
    • piena occupazione;
    • limitazione delle ore di lavoro: orari umani di lavoro; 
    • una maggiore conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli dedicati alle relazioni umane e familiari;
    • legittimo riposo;
    • promozione della sicurezza e della salute dei lavoratori;
    • permanente formazione umana e tecnica;
    • rispetto della gerarchia dei valori, che mette al primo posto la persona che lavora;
    • idoneo stato igienico-sanitario dei locali di lavoro;
    • rispetto dell’ambiente naturale.
  • Ognuno, secondo le proprie possibilità e competenze, deve adoperarsi per creare e/o incrementare, per sé e per gli altri, tali condizioni positive che favoriscono un buon lavoro.

 



Quali sono, nel lavoro, gli aspetti negativi da evitare o da eliminare?

  • Ecco i principali:
    • la mortificazione della dignità della persona;
    • lo sfruttamento di sé, degli altri, della natura;
    • la disoccupazione, che offende la dignità della persona e minaccia l’equilibrio della vita e la possibilità di creare e di far crescere la propria famiglia; 
    • l’ingiustificato ricorso al doppio lavoro e/o al lavoro straordinario, soprattutto quando è per ottenere il ‘superfluo’: essi fanno diminuire i posti di lavoro per gli altri, ed inoltre tolgono la possibilità di energie e di tempo da dedicare allo sviluppo delle dimensioni personali (soprattutto religioso-spirituali), alla propria famiglia, ad iniziative di volontariato;
    • l’assenteismo, il disimpegno; 
    • la crescita indiscriminata del lavoro festivo;
    • il degrado ambientale;
    • lo spreco di tempo, di risorse, le fughe di capitali, le frodi;
    • i sistemi finanziari abusivi se non addirittura usurai, le relazioni commerciali inique;
    • l’eccessivo accaparramento e accentramento dei beni di produzione, di distribuzione e di consumo;
    • l’uso disonesto dei mezzi di comunicazione;
    • l’ingiustificato licenziamento;
    • la precarietà del lavoro, in particolare dei giovani: “Quando la precarietà del lavoro non permette ai giovani di costruire una loro famiglia, lo sviluppo autentico e completo della società risulta seriamente compromesso” (Benedetto XVI, Messaggio alla 45° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, 18-10-2007);
    • la lotta di classe;
    • lo sciopero indiscriminato.
  • Occorre anche riconoscere che, nonostante l’impegno di ciascuno e di tutti, sarà impossibile eliminare completamente e tutti tali aspetti negativi. Il cristiano sa che la loro eliminazione totale e definitiva si realizzerà quando, alla fine di questo mondo, Dio farà “nuovi cieli e una nuova terra” (2 Pt 3, 13).

 



Che cosa si intende per bene comune, a cui è finalizzato anche il lavoro?

  • Si intende l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e speditamente. Esso comporta tre elementi essenziali:
    • il rispetto della persona, dei suoi diritti fondamentali e inalienabili, quali ad esempio: la possibilità di agire secondo il retto dettato della sua coscienza, la salvaguardia della vita privata, la giusta libertà anche in campo religioso;
    • il benessere sociale e lo sviluppo dei beni spirituali e materiali del singolo, della famiglia e della società;
    • la pace, cioè la stabilità e la sicurezza di un ordine giusto.
  • Nello stesso tempo va tenuto presente che il benessere economico di un popolo non si misura esclusivamente sulla quantità di beni prodotti, ma anche tenendo conto:
    • del modo in cui essi vengono prodotti;
    • del grado di equità nella distribuzione del reddito; 
    • del raggiungimento dello sviluppo integrale di ogni persona.

 



Come si comporta il cristiano nel lavoro?

Lavorando, il cristiano, oltre che attuare e completare i già citati aspetti positivi, validi per ogni persona:

  • Realizza la propria identità di essere umano creato ad immagine di Dio. Il lavoro appartiene alla condizione originaria dell’uomo, costituito da Dio custode del creato, e precede il peccato originale: non è perciò né punizione né maledizione.
  • Collabora con il disegno provvidenziale di Dio Creatore e Redentore: Dio chiama l’uomo a “coltivare e custodire” (Gen 2, 15) i beni da Lui creati. L’uomo non è il padrone, ma l’amministratore, il fiduciario, chiamato a riflettere nel proprio lavorare, l’impronta di Colui del quale egli è immagine.
  • Imita Gesù Cristo, l’artigiano di Nazareth, che dedicò al lavoro manuale la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra.
  • Coopera con Lui nella sua opera redentrice: seguendo gli insegnamenti di Cristo e della Chiesa sul lavoro, e lavorando con impegno e sofferenza, il cristiano si mostra come discepolo di Cristo portando la Croce ogni giorno. 
  • Riconosce che il lavoro, nella sua fatica e sofferenza, è segno e frutto del peccato originale: da allora il suolo si fa avaro, ingrato, sordamente ostile (cfr. Gen 4,12), comporta il sudore della fronte dell’uomo (cfr. Gen 3, 17.19).
  • S’impegna con gli altri a eliminare o almeno a far diminuire gli aspetti negativi del lavoro. 
  • Partecipa dell’arte e della saggezza divina, e rende più bello il creato, il cosmo già ordinato da Dio Padre.
  • Aiuta i più deboli e bisognosi.
  • Santifica se stesso e gli altri.
  • Riconosce che il lavoro è essenziale, ma che è Dio, e non il lavoro, la fonte della vita e il fine dell’uomo.
  • Rende gloria a Dio.
  • Ritrova un’occasione di contemplazione e di preghiera: Ora et labora (‘Prega e lavora’). 
  • Serve la comunità familiare e sociale secondo i disegni di Dio.
  • Costruisce il Regno di Dio.

 



Quale rapporto esiste tra il lavoro dell’uomo e l’integrità della creazione?

“Il settimo comandamento esige il rispetto dell’integrità della creazione. Gli animali, come anche le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente destinati al bene comune dell’umanità passata, presente e futura. L’uso delle risorse minerali, vegetali e animali dell’universo non può essere separato dal rispetto delle esigenze morali. La signoria sugli esseri inanimati e sugli altri viventi, accordata dal Creatore all’uomo, non è assoluta; deve misurarsi con la sollecitudine per la qualità della vita del prossimo, compresa quella delle generazioni future; esige un religioso rispetto dell’integrità della creazione” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2415).



Che cosa esige la solidarietà nel lavoro?

La solidarietà esige:

  • L’impegno di ciascuno a collaborare con gli altri nel realizzare e migliorare le condizioni di lavoro e della società.
  • L’equa ripartizione dei beni e dei frutti del lavoro.
  • L’impegno per un ordine sociale più giusto, nel quale le tensioni e i conflitti siano risolti con il negoziato e il dialogo.
  • La collaborazione fra tutti: fra ricchi e poveri, fra imprenditori e dipendenti, fra nazioni e fra popoli, rigettando l’odio e la lotta di classe degli uni contro gli altri.
  • La possibilità di libere associazioni (ad es. sindacali, imprenditoriali…), evitando eccessive rivendicazioni corporativistiche.
  • L’impegno a favore dei più poveri.
  • La valorizzazione degli aspetti positivi della globalizzazione, al fine di raggiungere un umanesimo del lavoro a livello planetario.
  • La virtù della solidarietà, la quale attua la condivisione dei beni spirituali ancor più di quelli materiali.

 



Quali virtù vanno attuate nel lavoro?

Nel lavoro, “il rispetto della dignità umana esige la pratica della virtù della temperanza, per moderare l’attaccamento ai beni di questo mondo; della virtù della giustizia, per rispettare i diritti del prossimo e dargli ciò che gli è dovuto; e della solidarietà, seguendo la regola aurea e secondo la liberalità del Signore il quale, da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2407).


 

Quali tipi di primato sono da rispettare nel campo del lavoro?

Va rispettato il primato:

  • Dell’uomo sul lavoro e sulle cose.
  • Dello spirito sulla materia.
  • Dell’etica sulla tecnica: non tutto ciò che è tecnicamente fattibile è anche moralmente accettabile. 
  • Del lavoro sul capitale, il quale rimane solo uno strumento o la causa strumentale del lavoro. Nello stesso tempo esiste tra lavoro e capitale una certa complementarietà: né il capitale può stare senza lavoro, né il lavoro senza il capitale.
  • Della destinazione universale dei beni sulla pur legittima libertà sia di iniziativa economica, sia di proprietà privata.

 



Dove si fonda e che cosa comporta la destinazione universale dei beni?

La destinazione universale dei beni:

  • Si fonda sul fatto che Dio, creando, ha dato la terra, con tutti i suoi beni, a tutto il genere umano.
  • Comporta:
    • l’equa distribuzione dei beni all'interno di ogni paese e tra i paesi;
    • la corresponsabilità di tutti verso il creato e verso le generazioni passate, presenti e future;
    • il fatto che l’autorità statale si ponga a servizio di ciascuno e di tutti.

 



Quali caratteristiche ha il diritto della persona alla proprietà privata?

  • Esiste un diritto alla proprietà privata, acquisita o ricevuta in modo giusto. Esso si esplica nel possesso dei beni materiali, dei mezzi di produzione, dei beni di consumo, del libero accesso alle conoscenze e applicazioni della scienza e della tecnica.
  • Tale diritto ha queste caratteristiche:
    • è valido per tutti;
    • deve essere garantito e regolamentato con adeguate leggi civili, onde evitare anche eventuali abusi (ad es. il latifondismo);
    • è a servizio della crescita integrale della persona.
      Il diritto alla proprietà privata va attuato in modo giusto, praticando le virtù della:
    • temperanza, per moderare l’attaccamento ai beni di questo mondo;
    • giustizia, per rispettare i diritti del prossimo e dargli ciò che gli è dovuto;
    • solidarietà, per condividere generosamente con chi ha meno di noi.
  • Tale diritto non è assoluto: deve misurarsi con la sollecitudine per i bisogni degli altri, la qualità della vita del prossimo e con il rispetto dell’integrità della creazione.
  • È subordinato al diritto dell’uso comune e alla destinazione universale dei beni. “L’uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 69).

 



Quali sono gli aspetti positivi del diritto alla proprietà privata?

La proprietà privata ha una sua liceità naturale, in quanto può favorire i seguenti aspetti positivi:

  • luogo necessario per l’autonomia personale e familiare;
  • espressione e prolungamento della libertà umana;
  • contributo alla personale sicurezza esistenziale;
  • mezzo di soddisfacimento dei bisogni della vita, per sé e per i propri familiari;
  • legittimo frutto del proprio risparmio;
  • occasione per il personale contributo alla società e all’economia;
  • incentivo per una maggiore laboriosità;
  • mezzo per creare nuovi posti di lavoro.

 



Quali sono i criteri per stabilire il giusto salario?

“Il lavoro va remunerato in modo tale da garantire i mezzi sufficienti per permettere al singolo e alla sua famiglia una vita dignitosa su un piano materiale, sociale, culturale e spirituale, corrispondentemente al tipo di attività e grado di rendimento economico di ciascuno, nonché alle condizioni dell’impresa e del bene comune” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 67).



Quando è legittimo il ricorso allo sciopero?

Ecco alcune condizioni per la legittimità del ricorso allo sciopero:

  • mezzo estremo, straordinario, o quanto meno necessario in vista di un vantaggio proporzionato;
  • sua attuazione dopo che si sono rivelate inefficaci tutte le altre modalità di superamento dei conflitti; 
  • suo svolgimento con metodi pacifici, evitando ogni violenza; 
  • rispetto della libertà altrui: rifiuto del picchettaggio e del boicottaggio della produzione;
  • rispetto dei diritti fondamentali della comunità (soprattutto dei più deboli e indifesi);
  • assicurazione dei servizi fondamentali della società;
  • perseguimento di obiettivi connessi con le condizioni di lavoro e rispettosi del bene comune.

Il Primicerio
della Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo in Roma
Monsignor Raffaello Martinelli

 

 

NB: per approfondire tale argomento, si leggano anche i seguenti documenti pontifici: 

  • Leone XIII, Rerum novarum, 1892; 
  • Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 1981;
  • Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), nn. 531-533; 2184-2188; 2427-2435; Compendio del CCC, nn. 503-520;
  • Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, pp.144-177.

FONTE

 

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Informazioni

Pastorale & Spiritualità è come una grande famiglia di oltre 8000 componenti che condividono la propria fede in Gesù Cristo e si arricchiscono approfondendo la conoscenza della Parola e del Catechismo.

Versione: 4.5  del febbraio 2011

AD MAIOREM DEI GLORIAM

Note Legali - Regolamento