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“E tu, cattolico, lo hai chiamato il prigioniero del tabernacolo. Là tu lo tieni fermo sotto custodia, nel ripostiglio oscuro e dorato. La chiave per aprirlo è da qualche parte nell’armadio della sacrestia. Là Egli sta ora, e dev’essere contento se durante il giorno qualche vecchia viene e dice il rosario davanti a lui. «Ce l’hai il concetto di che significa deserto e solitudine?» La gente fuori corre dietro agli affari, con mappe sotto il braccio e cartelle di libri, striscia frettolosa davanti alla chiesa, la quale come un muro morto interrompe la fila delle vetrine variopinte. A Lui non pensa nessuno. Perché adesso nessuno ne ha bisogno. Le macchine da scrivere frusciano, i camini fumano, gli scolari risolvono i compiti di matematica, la massaia fa il bucato: tutto questo va per la sua strada, un circolo chiuso e senza intoppi, dove Lui non perde nulla, dato che non è previsto che ci sia. Da qualche parte per qualche messa tarda tintinna un campanello per la consacrazione: per chi? Poi il sacrestano porta via, copre l’altare e un silenzio mortale regna intorno al morto” (H.U. von Balthasar, Il cuore del mondo).
Il brano appena citato è davvero consistente e per certi versi
assolutamente duro! Come una saetta, a ciel sereno e accompagnata da un
boato, si scaglia nel cuore indaffarato della nostra quotidianità. Una
simile riflessione mette a soqquadro tutte le nostre certezze circa la
fede. Pensavamo forse che per potersi considerare cristiani bastasse
non far del male a nessuno, vivere onestamente e di tanto in tanto
elargire una manciata di elemosina ai bisognosi; credevamo risultasse
addirittura il massimo poter esporre la coroncina del Rosario nello
specchietto retrovisore della nostra automobile, recarsi sporadicamente
a Messa la domenica, crescere i figli dando loro amore e dignità. Non
bestemmiamo, salutiamo il signor Parroco con riverita cordialità quando
lo incontriamo per strada, paghiamo regolarmente le quote condominiali
e non dimentichiamo di firmare l’otto per mille da destinare alla
Chiesa Cattolica… ma cosa vorrebbe di più il buon Dio?
Abbiamo forse perso di vista l’ESSENZIALE?
«Nostro Signore è là, nascosto, in attesa che andiamo a trovarlo e gli
rivolgiamo le nostre domande. E’ là nel sacramento del suo amore che
sospira ed intercede continuamente presso il Padre per i peccatori. E’
là per consolarci; per questo dobbiamo andare a trovarlo spesso. Quanto
gli è gradito anche un solo quarto d’ora rubato alle nostre
occupazioni, alle sciocchezze di ogni giorno per andare a fargli
visita, a rivolgergli una preghiera, a consolarlo di tutte le ingiurie
che riceve!» (Santo Curato d’Ars).
Sostare davanti a Gesù Eucaristia spesso ci riesce difficile. Ci
distraiamo in continuazione, magari pensando alle faccende che
dobbiamo ancora sbrigare in casa o a lavoro, oppure siamo talmente
presi dai nostri problemi (sofferenze, malattie, disgregazioni
familiari ecc.) che non siamo capaci di mantenere la concentrazione. Ma
la difficoltà più grande è quella di non riuscire a considerare Cristo
una presenza viva, vera, reale. Cerchiamo di immaginarlo presente in un
riflesso di luce, nella penombra di una statua e in altre mille
fantasie del nostro pensiero, dappertutto insomma tranne che proprio lì
accanto a noi, o meglio di fronte a noi. E allora il problema è
risolto: se non consideriamo Cristo una persona vivente, non sarà
semplice mantenere la concentrazione durante la nostra preghiera. Come
si fa, infatti, a contemplare un dio distante dalla nostra realtà, da
ciò che viviamo quotidianamente?
Non dimentichiamolo: “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare
in mezzo a noi”… non penso che Dio abbia improvvisamente deciso di
cambiare idea, interrompendo questo particolare rapporto con noi! E
allora le parole sopra riportate del Santo Curato d’Ars forse possono
suggerirci un modo migliore per imparare ad adorare Gesù Eucaristia.
Michelangelo Nasca
Nell’immagine: Luca Della Robbia - Tabernacolo del Sacramento (Firenze, Peretola, Santa Maria, 1441-42)
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