«Il
suo è un silenzio permeato di contemplazione del mistero di Dio, in
atteggiamento di totale disponibilità ai voleri divini. In altre
parole, il silenzio di san Giuseppe non manifesta un vuoto interiore,
ma, al contrario, la pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che
guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione.
Un silenzio grazie al quale
Giuseppe, all’unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio,
conosciuta attraverso le Sacre Scritture, confrontandola continuamente
con gli avvenimenti della vita di Gesù; un silenzio intessuto di
preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione
della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua
provvidenza. Non si esagera se si pensa che proprio dal "padre"
Giuseppe Gesù abbia appreso – sul piano umano – quella robusta
interiorità che è presupposto dell’autentica giustizia, la "giustizia
superiore", che Egli un giorno insegnerà ai suoi discepoli (cfr Mt 5,20)» (Benedetto XVI).
Le parole pronunciate da Benedetto XVI durante l’Angelus domenicale del 18 dicembre 2005 ci
offrono l’opportunità di rivolgere la nostra attenzione verso la figura
di San Giuseppe che la Chiesa ama invocare come “Custode del
Redentore”. Sarebbe sbagliato considerare lo sposo di Maria una
presenza marginale nella vita e nella crescita educativa di Cristo.
Giuseppe è chiamato – insieme alla Madre di Dio – a custodire e a
crescere il Figlio di Dio attraverso un personalissimo atto di
obbedienza. E’ proprio con Giuseppe che noi possiamo essere aiutati a
comprendere fino a che punto può spingersi Dio nel chiedere alle sue
creature di diventare completamente disponibili alla Sua volontà. Per i
componenti della Sacra Famiglia la parola obbedienza e la parola
orazione sono diventate palesemente il motivo della loro unità. Cristo,
obbediente fino alla morte, si fa carne e va ad abitare in una famiglia
umana dove il buon Dio volle che la parola obbedienza fosse da subito
riconosciuta come esplicita volontà divina. Giuseppe e Maria potremmo
definirli, dunque, contemplativi per vocazione. Diceva Teresa d’Avila:
«Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per
guida questo Santo glorioso, e non sbaglierà»; e ancora: «Non mi
ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito
ottenuta».
Si
racconta anche della grande devozione che Madre Teresa di Calcutta
nutriva nei confronti di San Giuseppe; essa lo considerava il
compatrono della congregazione delle Suore Missionarie della Carità da
lei stessa fondata. Tutte le volte che Madre Teresa ne invocava l’aiuto
il Santo Patrono non mancava di risponderle, e quando l’aiuto tardava a
venire Teresa di Calcutta – talmente grande era la confidenza che la
legava al Santo – poneva la statuetta di San Giuseppe “in castigo”, con
il volto rivolto verso il muro.
«Lasciamoci
"contagiare" dal silenzio di san Giuseppe! Ne abbiamo tanto bisogno, in
un mondo spesso troppo rumoroso, che non favorisce il raccoglimento e
l’ascolto della voce di Dio. In questo tempo di preparazione al Natale
coltiviamo il raccoglimento interiore, per accogliere e custodire Gesù
nella nostra vita» (Benedetto XVI).
Michelangelo N.
Nel Carmelo...: «Che spettacolo (racconta S.
Teresa D’Avila) vedere Colui il quale può riempire mille mondi delle
sue grandezze, rinchiudersi in uno spazio così piccolo (cioè nell’anima
orante)! Allo stesso modo ha voluto rannicchiarsi nel grembo della sua
Santissima Madre» (CE 48,3).