ROMA, venerdì, 22 settembre 2006 (ZENIT.org).- Sebbene delicata e contrastata la
visita di Benedetto XVI in Turchia “potrebbe diventare una occasione
insostituibile, una opportunità unica” per chiarire i rapporti con l’Islam, ha
spiegato monsignor Luigi Padovese, Vescovo titolare di Monteverde e Vicario
Apostolico in Anatolia.
Così ha detto in una intervista concessa a ZENIT questo venerdì, monsignor
Padovese, grande studioso della Chiesa in Turchia, già Preside dell’Istituto
Francescano di Spiritualità e che per anni ha organizzato simposi e convegni su
San Paolo e San Giovanni.
Di recente è uscito un volume da lui curato
contenente gli Atti del IX Simposio Paolino su “Paolo tra Tarso e Antiochia”
(Istituto Francescano di Spiritualità, Pontificia Università Antoniano, edito da
Edizioni Eteria Associazione di Parma).
In qualità di Vicario Apostolico
dell’Anatolia, monsignor Padovese è stato oggetto di minacce e quattro mesi fa
anche di un tentativo di investimento da parte di una moto. Per questo si muove
con un poliziotto di scorta richiesto dall’Ambasciatore italiano al governatore
dell’Antiochia.
Com’è la situazione in Turchia?
Monsignor
Padovese: La Turcia è una realtà composita, dove la presenza di gruppi
nazionalisti ed il crescente fenomeno d’islamizzazione prodotta da una
situazione economica che è andata degenerando, ha fatto maturare un
atteggiamento di chiusura sia nei confronti del cristianesimo che nei confronti
dell’Europa.
Forse noi pensiamo che lì siano tutti favorevoli
all’eventuale ingresso della Turchia in Europa, ma mi sto invece rendendo conto
che non è così. Ci sono gruppi islamici i quali pensano che l’avvicinamento
della Turchia all’Europa possa far smarrire l’identità musulmana. In Turchia
essere un buon turco equivale oggi ad essere un buon musulmano. Per queste
persone l’ingresso della Turchia in Europa potrebbe significare essere un buon
turco e non più un buon musulmano.
Secondo lei i musulmani temono la
modernità?
Monsignor Padovese: Utilizzano gli strumenti della
modernità, ma hanno timore che si perda l’identità nazionale frutto del lavoro
della conquista di Ata Turk [Mustafà Kemal Kemal Ata Turk, nel 1924 abolì in
Turchia il califfato, che era il sistema di Governo islamico che caratterizzava
l' impero ottomano, e fondò il Partito Repubblicano Popolare, ndr].
Perché in fondo la democrazia turca, a mio avviso, non accetta altre voci, è
democratica ma all’unisono. Questo spiega perché tutto sommato le minoranze
stentino ad essere accettate e riconosciute.
E con gli Ortodossi,
come va?
Monsignor Padovese: Con gli Ortodossi il rapporto è
abbastanza buono perché stiamo vivendo gli stessi problemi. C’è una certa
sintonia legata a problemi comuni, anche se devo dire che in occasione della
visita del Papa, c’è stata una precisazione da parte del Patriarcato Ecumenico e
del Patriarcato Armeno che sembrava quasi una presa di distanza. Azione
giustificata da motivi di prudenza, perché in Turchia non si va molto per il
sottile e non si distingue tra Ortodossi, Cattolici e Protestanti. Vista
dall’esterno sembrava un volersi lavare le mani, vista dall’interno è un modo
per tutelare la propria comunità da pericoli e minacce.
Cosa ci può
dire della comunità cattolica in Turchia?
Monsignor Padovese. La
presenza cattolica è molto limitata ed è concentrata nei grandi centri Istanbul,
Smirne e Merse, e ad Ankara, soprattutto tra i diplomatici. Qua e la ci sono
parrocchie ma frequentate da poche centinaia di fedeli. C’è un cristianesimo
latino, armeno-cattolico, caldeo-cattolico e siro-cattolico. Appartengono alla
tradizione e le espressioni dei diversi riti sono mantenute, anche se in termini
numerici sono pochi.
Qual è la sua valutazione in merito alla
prossima visita del Santo Padre Benedetto XVI?
Monsignor Padovese:
La visita del Santo Padre è delicata, non problematica per le questioni di
carattere ecumenico, perché da questo punto di vista si è già raggiunta una
sintonia, poi ci sarà una dichiarazione comune da parte del Vescovo di Roma e
del Patriarca di Istanbul.
La questioni più complesse riguardano il
rapporto tra Cristianesimo ed Islam, e cosa pensa il Pontefice dell’eventuale
ingresso in Europa della Turchia. I media turchi criticarono l’allora Cardinale
Ratzinger perché secondo loro sfavorevole all’ingresso della Turchia in Europa.
Cosa pensa delle reazioni alla lezione che il Papa Benedetto XVI ha
svolto all’Università di Regensburg?
Monsignor Padovese. Temo che
qualcuno in Turchia abbia interesse a montare la protesta fino all’arrivo del
Pontefice. Per i fondamentalisti è un’occasione troppo ghiotta. Ho letto una
dichiarazione del responsabile degli affari religiosi turchi, il quale ha
precisato che la Turchia riceverà il Pontefice ma come Capo di Stato. Il che
significa cha la figura di leader religioso passa in secondo piano.
A
qualcuno piacerebbe che il Pontefice non vada in Turchia, ma ormai non si tratta
di aprire una finestra sul mondo islamico, ma un balcone, per fare un discorso
chiaro sui rapporti tra Islam e Cristianesimo.
Sono convinto che quello
che è stato un problema potrebbe diventare una occasione insostituibile, una
opportunità unica, perché tutti i media dei Paesi arabi saranno puntati su
quello che dirà il Papa. Alcuni non saranno contenti, ma almeno verrà riportato
quanto il Santo Padre affermerà.
In che modo la comunità cristiana
occidentale può aiutare il piccolo gregge turco?
Monsignor Padovese.
Noi siamo una realtà senza voce. Il problema, che ho anche espresso al Pontefice
in occasione della morte di don Santoro, è che in Turchia siamo senza mezzi di
comunicazione sociale.
I Protestanti hanno una Tv e due o tre radio. Noi
non abbiamo nulla. Questo significa che non riusciamo a prendere posizioni e non
riusciamo nemmeno a rettificare quanto di falso viene scritto e detto contro di
noi. Per fare rettifiche ho dovuto assumere un avvocato a tempo pieno. Ho
chiesto rettifiche a due giornali e lo hanno fatto ed un altro per evitare il
processo mi incontrerà per farmi le scuse.
Come procede il dialogo
con l’Islam?
Monsignor Padovese. La situazione è complicata perché
l’Islam ha una concezione della realtà totalizzante ed assorbente. E
l’assolutismo con il quale si pongono i musulmani non ammette nessuna forma di
dialogo né di compromesso. Il rapporto c’è con alcune persone del mondo
islamico. Il problema più grande è legato alla difficoltà del diverso livello di
preparazione culturale e teologico. Ci sono scuole islamiche di teologia, ma ho
l’impressione che non siano al livello di quelle nostre, non ci troviamo sullo
stesso piano. Il fatto è che l’Islam non ammette l’esegesi del Corano, mentre il
Cristianesimo ammette l’esegesi della Sacra Scrittura.
Così avviene che
non c’è un vero dialogo, solo conoscenza reciproca. Una raccolta di informazioni
dall’una e dall’altra parte, quello che facciamo noi e quello che fate voi, ma
questo non è vero dialogo. C’è dialogo e collaborazione sulle opere di
misericordia, opere sociali, ma quando si entra in questioni teologiche allora
siamo molto indietro.
Abbiamo organizzato convegni sulle immagini di
Gesù e Maria nell’Islam, ma i partecipanti musulmani erano pochi, solo persone
di una certa formazione culturale. Non hanno partecipato quegli Imam che hanno
una scarsa preparazione teologica. Questo è uno dei grossi problemi. Nell’Islam
c’è pochissima attività teologica che è solo di diversità da parte delle varie
scuole. La differenza è che noi cristiani abbiamo un Magistero orientativo e lì
invece non c’è e sono i singoli teologi che decidono.
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