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Dopo tanti anni in cui l’Azione Cattolica aveva perso numero di
aderenti, vitalità e peso culturale, si avvertono ora dei segnali di risveglio
la cui consistenza sarà verificata nel Convegno Ecclesiale Nazionale che si
svolge a Verona dal 16 al 20 ottobre.
Per fare il punto su come la più
importante associazione laicale italiana intenda affrontare le sfide della
secolarizzazione e della perdita di fede, ZENIT ha intervistato il Presidente,
il professor Luigi Alici.
Il professor Alici è Ordinario di Filosofia
morale presso l’Università di Macerata e docente di Filosofia teoretica presso
la Lumsa. E' socio collaboratore dell'Institut International "J.Maritain",
membro del Consiglio Scientifico della Fondazione "Veritatis Splendor" e di
quello della "Fondazione Sublacense Vita e Famiglia", fa parte del Gruppo di
lavoro del Progetto culturale promosso dalla Chiesa italiana e del Comitato
scientifico-organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani.
Il professor Alici è anche autore del saggio “La via della Speranza –
tracce di un furto possibile” (Editrice AVE, 250 pagine, 11 Euro).
In che modo e su quali temi l'Azione Cattolica ha sviluppato
un contributo per il quarto Convegno Ecclesiale di Verona?
Alici:
Nel cammino verso il IV Convegno ecclesiale nazionale, l’Azione Cattolica
Italiana si è particolarmente impegnata, spendendosi, a livello nazionale e
diocesano, in un’opera capillare di coinvolgimento, partecipazione, studio,
discernimento. In tale prospettiva l’associazione ha promosso, proprio a Verona,
dal 29 aprile all’1 maggio di quest’anno, un Incontro nazionale (“Disegni di
speranza”), al quale hanno partecipato circa 1.300 delegati da tutta Italia. In
quell’occasione si è incominciato a mettere a punto un contributo di riflessione
e di proposta, che è stato quindi costruito insieme su una sorta di “piazza
virtuale” (http://www.dialoghi.info/) dove sono confluiti i testi di
tutte le realtà associative. Il risultato di quest’esperienza di elaborazione
condivisa - che testimonia, in un certo senso, una forma esemplare di
“sinodalità associativa” - è un testo piuttosto ampio ed organico, dal titolo
“Volti e segni di speranza”, integrato da un approfondimento specifico, curato
dal Movimento Lavoratori, sul tema “Lavoro e pastorale”.
Nel documento,
dopo aver passato in rassegna alcuni dei nodi emergenti di ordine pastorale e
culturale, ci si sofferma su due modalità fondamentali del rapporto
Chiesa-mondo: l’una riguarda la Chiesa “rivolta al mondo”, impegnata a
testimoniare il volto autentico della speranza; l’altra s’interroga sui gesti di
speranza, attraverso i quali la Chiesa “rivolta il mondo”, soprattutto in
relazione ai cinque ambiti che sono stati posti al centro del Convegno
ecclesiale. L’ultima parte, infine, segnala alcuni obiettivi prioritari,
rispetto ai quali il laicato cattolico – soprattutto il laicato organizzato –
può essere protagonista di una vera e propria “svolta nella testimonianza”: la
centralità della formazione; il ruolo specifico della famiglia nella
comunicazione della fede e nel servizio alla vita; il primato del bene comune
come presupposto per “ri-amare” la città; la coltivazione di una fede capace di
alimentare una cultura rinnovata, sia pure in dialogo con altre culture; un
nuovo slancio missionario, animato dalla passione della ordinarietà della vita e
capace di ricondurre alla ordinarietà tutti i percorsi straordinari di primo
annuncio, che pure appaiono la nuova frontiera della evangelizzazione.
Quali sono secondo lei i problemi più rilevanti che la Chiesa
italiana dovrà affrontare nei prossimi mesi ed anni?
Alici: Una
diagnosi molto lucida in proposito è contenuta nelle linee pastorali “Comunicare
il vangelo in un mondo che cambia”, elaborate dai Vescovi italiani nel 2001 per
questo decennio, che costituiscono l’orizzonte di fondo del Convegno ecclesiale.
Quel testo invita a considerare attentamente lo scarto intergenerazionale, oggi
particolarmente profondo a livello di mentalità, di costume, di educazione, che
sembra rendere tanto difficile la comunicazione della fede. I figli guardano al
modo in cui i loro genitori hanno incarnato e testimoniato il cristianesimo con
la stessa curiosità disimpegnata con cui si guarda a una specie di “parco
archeologico dello spirito”, suggestivo, e anacronistico, che si può anche
visitare in qualche momento di difficoltà, ma in cui è impossibile abitare.
Questa è una grande sfida: in un mondo che cambia, sembra che stiamo
smarrendo la “grammatica umana di base” per comunicare il vangelo, ovvero per
condividerlo come una comune eredità. Nello stesso tempo, sempre in quel testo
si invita a tenere lo sguardo fisso su Cristo, l’Inviato del Padre in mezzo a
noi, colui che è Risorto e che viene, producendo quell’evento inaudito che, come
un vero e proprio terremoto, ha riaperto il transito tra storia ed eternità. Una
diffusa “afasia escatologica”, che sembra mortificare l’orizzonte salvifico
della speranza, riducendo quest’ultima ad una semplice virtù cardinale, sembra
invece aver contagiato le parole, i pensieri, i gesti, le pratiche di vita dei
credenti; il risultato è un cristianesimo addomesticato e indolore che
(giustamente) non tocca il cuore dei giovani, non contagia, non appassiona, non
mette in cammino. Non si tratta di aspetti diversi: sperare significa
riconoscere che il cielo e la terra si toccano, e il cielo è credibile solo
quando illumina, promuove e riscatta la terra, non quando la demonizza, la
dimentica o l’abbandona a se stessa.
Potremmo ricordare le parole di
Kierkegaard: “Ciò di cui il nostro tempo ha bisogno è l’eternità”. Verona può
essere un appuntamento decisivo nella vita della Chiesa italiana, solo se sarà
un vero e proprio evento di speranza, in cui si cerchi di convenire su alcune
linee di autentica progettualità pastorale, cercando di raccogliere queste
sfide.
Molte delle suggestioni culturali degli anni Settanta sembrano
essere in crisi. In merito al dialogo interreligioso per esempio, qual è il suo
parere sulla lezione che il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto a Ratisbona?
Alici: Il dibattito emergente sulla cosiddetta “società
post-secolare” induce a rivedere molti stereotipi: sulla presunta neutralità
dello Stato e delle istituzioni nei confronti dei valori di base della
convivenza, e sulla valenza pubblica delle grandi religioni. Tutto questo
rimette in discussione il rapporto tra fede e storia, e spinge a trovare un
criterio di discernimento originario, in base al quale questo rapporto possa
essere vissuto in modo libero e aperto, non fanatico e violento. Questo,
nient’altro che questo, Papa Benedetto ha voluto dire a Regensburg, nella
lectio magistralis tenuta il 12 settembre nell’Aula Magna
dell’Università: “Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio”. Il
suo intento era mostrare come sul vissuto religioso pesi continuamente il
pericolo di una deriva in senso irrazionalistico; quando perdiamo la
consapevolezza che tra l’”eterno Spirito creatore” di Dio e “la nostra ragione
creata esista una vera analogia”, cadiamo in una forma di pericoloso
volontarismo, pensando erroneamente “che Dio non sarebbe legato neanche dalla
sua stessa parola”.
È questa l’anticamera del relativismo, della
violenza, del nichilismo. Adorare un Dio che difende la sua trascendenza
chiudendosi nell’arbitrio irrazionale di un’accessibile torre d’avorio significa
esporre il credente al pericolo della violenza: essa esplode quando si pretende
di consacrare arbitrariamente come volontà di Dio qualsiasi comportamento,
umanamente e razionalmente ripugnante. C’è dunque una differenza radicale, che
precede persino quella tra Cristianesimo e Islam, ed è la differenza tra chi
coglie nel legame profondo tra “la natura di Dio e la natura dell'anima” la
forza liberante e dialogica del logos e chi, al contrario, avvelena tale
legame con il germe della violenza. Per questo, proprio a Regensburg, Benedetto
XVI ha invocato “un vero dialogo delle culture e delle religioni – un dialogo di
cui abbiamo un così urgente bisogno”. Tale dialogo, per essere onesto e
credibile, non può che affidarsi alla forza della ragione, anziché alle ragioni
della forza: “È a questo grande logos - ha aggiunto il Papa -, a questa
vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri
interlocutori”. Non a caso, solo due settimane prima, in un messaggio
all’incontro interreligioso di Assisi, riconoscendo la tragedia storica delle
guerre di religione, Benedetto XVI aveva affermato che esse “non possono
attribuirsi alla religione in quanto tale, ma ai limiti culturali con cui essa
viene vissuta e si sviluppa nel tempo”.
Quali sono i temi e gli
argomenti con cui lei pensa di rinnovare e rilanciare il progetto culturale
dell'Azione Cattolica?
Alici: Per la prima volta, dopo molti anni,
l’Azione Cattolica è tornata a crescere: nella vitalità delle sue associazioni,
nel numero degli aderenti (soprattutto ragazzi e giovanissimi!), e quindi in un
progressivo riequilibrio della media anagrafica dei soci. L’opera di profondo
rinnovamento, avviata nella Presidenza precedente, comincia a dare i suoi
frutti. In questa prospettiva, crediamo che ci sia una vera e propria “emergenza
formativa”, a livello sociale ed ecclesiale, con la quale dobbiamo misurarci. E
una buona formazione è tale quando riesce a fare sintesi fra discernimento
culturale e progettualità pastorale, riuscendo ad armonizzare, nella ordinarietà
della vita, i contenuti dottrinali di fondo del messaggio cristiano (ovviamente
senza tradirli, né banalizzarli) con i ritmi, lo stile, i percorsi di una sana
pedagogia personale e di gruppo, che deve sempre misurarsi criticamente con le
idee, i valori e le abitudini di vita della cultura dominante.
A tale
scopo, l’Associazione ha istituito un “Laboratorio permanente della formazione”,
che sarà articolato a livello nazionale e diocesano, e curerà in modo
sistematico la formazione dei responsabili. Il supporto culturale sarà offerto
dal Centro Studi, al quale afferiscono gli Istituti culturali dell’Ac (Paolo VI,
Bachelet, Toniolo) e la rivista “Dialoghi”. Al centro dell’attenzione culturale
sarà, nei prossimi mesi, soprattutto il tema del bene comune e dei “valori non
negoziabili”, cui sarà anche dedicata, nel 2007, la prossima Settimana sociale
dei cattolici italiani. È stato quindi attivato un fronte ulteriore di
attenzione, costituendo l’area “Famiglia e vita”, che vorrebbe assumersi, anche
in collaborazione con l’associazione “Scienza&Vita”, il compito di elaborare
una particolare sussidiazione formativa in tale prospettiva. Una nuova rivista
mensile, che si chiamerà “Segno”, uscirà a partire da gennaio 2007, e sarà uno
strumento di comunicazione e di dialogo, al servizio di questo progetto. Sullo
sfondo sta, nel 2008, la celebrazione dei 140 anni della fondazione dell’Azione
Cattolica, un appuntamento al quale vogliamo prepararci in spirito di
gratitudine e di lode al Signore, convinti di essere e restare sempre servi
inutili, ai quali tocca però la fortuna (e la responsabilità) di cantare ogni
giorno le meraviglie della sua grazia.
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