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Esiste una liturgia benedettina? In una conversazione con il
monaco benedettino Juan Javier Flores – presidente del Pontificio Istituto
Liturgico di Roma (nell’Ateneo Pontificio Sant’Anselmo) –, ZENIT ha affrontato
la questione, estremamente attuale dall’elezione di Benedetto XVI.
Padre
Juan Javier Flores, dell’abbazia benedettina di Santo Domingo de Silos, ha
spiegato l’influenza dei monasteri benedettini nella vita liturgica della
Chiesa.
Si può parlare specificamente di una liturgia benedettina o è un’espressione
inadguata?
P. Flores: Non esiste una “liturgia monastica”, come non
esiste una liturgia bendettina, né è mai esistita; esiste un modo monastico o
benedettino di celebrare la sacra liturgia, perché la liturgia appartiene alla
Chiesa ed è pensata, attuata e vissuta per tutti i cristiani.
I monaci
non si allontanano dalla liturgia della Chiesa; piuttosto se ne avvalgono e
vivono di lei, visto che la liturgia appartiene alla Chiesa.
Con questo
principio come base, penso che quella dei monasteri di oggi debba essere una
liturgia che riflette lo spirito e la lettera dei libri liturgici rinnovati dopo
la riforma liturgica.
Senza nostalgie né ritorni ad un passato
romantico, i monasteri sono stati all’avanguardia del movimento liturgico e, in
linea con questo, dovranno continuare ad essere luoghi in cui si celebra e si
vive la liturgia di oggi con lo spirito di sempre.
La Regola di San
Benedetto non ha alcuna peculiarità rispetto all’Eucaristia o al resto dei
sacramenti. E’ un documento del VI secolo, quindi riflette la situazione
ecclesiale del momento.
Solo per quanto riguarda l’ufficio divino – che
ora chiamiamo liturgia delle ore – ha una grande peculiarità ed originalità. Nel
corso del tempo e fino ad oggi, nella Chiesa latina ci sono stati due tipi di
uffici, quello monastico e l’ufficio cattedrale o clericale.
L’ufficio
benedettino si basa sui principi della tradizione monastica precedente, riunisce
ed ordina elementi liturgici che al suo tempo vengono usati in varie chiese. Sia
nel suo insieme che in innumerevoli dettagli, l’ufficio divino della Regola
benedettina ha una grande originalità.
Qual è stata l’influenza dei
Benedettini nella storia della liturgia?
P. Flores: I monasteri
benedettini hanno avuto fin dal loro inizio un ufficio diverso dal clero
diocesano e dagli altri ordini religiosi, basandosi sulla distribuzione del
salterio di San Benedetto.
Il principio della Regola che si è mantenuto
categoricamente nei secoli fino ad oggi è che si badi che “in tutta la settimana
si reciti l'intero salterio di centocinquanta salmi” (RB 18). Bisogna ammettere
che non si tratta di una – e ancor meno della – forma esistenziale della vita
monastica benedettina, ma del suo modo di organizzare una cosa così importante
come la preghiera comunitaria.
E bisogna anche riconoscere che la pietà
monastica è stata caraterizzata dall’inizio in grande misura dalla pietà dei
salmi.
Se è certo che i monasteri benedettini non devono essere musei di
storia della Chiesa né di storia della liturgia, per cui non si dovrebbero
trasformare in questo, è nonostante tutto legittima la speranza che si possa
mantenere nei monasteri benedettini il Psalterium per hebdomadam, che ha
più di 1.500 anni di tradizione, almeno nell’ufficio monastico.
I
monasteri benedettini si adattano al tempo e al luogo. Potersi allontanare dal
principio assunto dal monacato di recitare i 150 salmi in un modo determinato è
previsto nello stesso capitolo 18 della Regola Benedettina: “se qualcuno non
trovasse conveniente tale distribuzione dei salmi, li disponga pure come meglio
crede” (RB 18, 22), ma – agginge San Benedetto – mantenendo il principio
precedente del salterio settimanale.
Come si organizza la
distribuzione dei salmi?
P. Flores: La riforma dell’ufficio divino
nei monasteri benedettini si basa unicamente sul Thesaurus Liturgiæ Horarum
Monasticæ, preparato da e per la Conferedazione Benedettina, in cui si
presentano altri modi di distribuzione del salterio in base alle possibilità dei
vari monasteri.
Le quattro possibilità che i monasteri possono scegliere
sono lo schema A – o della Regola –, lo schema B – Fuglister –, che distribuisce
il salterio in una o due settimane con criteri esegetici e biblici diversi da
quelli che aveva San Benedetto nella sua epoca, più altri due schemi che hanno
avuto meno risonanza.
Per questo, oggi i vari monasteri hanno la
possibilità di scegliere un ufficio divino che risponda maggiormente alle
esigenze di tempo, luogo e lavoro di ogni monastero.
Alcuni hanno optato
per mantenere lo schema tradizionale benedettino; la gran parte segue oggi lo
schema B con distribuzione del salterio in una o due settimane; alcuni hanno
anche deciso di adottare la stessa liturgia delle ore romana.
E’,
quindi, più che altro una responsabilità propria di ogni monastero benedettino
scegliere l’uno o l’altro schema, sapendo che tra gli elementi della vita
benedettina l’Ufficio Divino deve occupare il primo luogo (RB 8,20; 43,3) e non
gli si deve anteporre nulla.
Quale influenza hanno i monasteri
benedettini sulla vita liturgica della Chiesa?
P. Flores: Nel corso
dei secoli, i monasteri benedettini sono stati luogo di irradiazione spirituale
e liturgica; ancor di più, durante il Medioevo hanno mantenuto la cultura e
dalle loro scuole sono sorti i personaggi della Chiesa del momento. Pensiamo ai
grandi monasteri come Cluny, Saint Gall, ecc..
Nel 1909, intorno al
monastero belga di Mont César, iniziò il “movimento liturgico” per mano di don
Lamberto Beauduin, che da sacerdote dedito al mondo operaio era diventato monaco
benedettino in quel monastero. Da questo movimento liturgico si passò alla
riforma liturgica alla base del Concilio Vaticano II.
I monasteri
benedettini sono stati centri di irradiazione spirituale e quindi liturgica;
pensiamo a Solesmes (Francia), Beuron e Maria Laach (Germania), Montserrat e
Silos (Spagna), Montecassino e Subiaco (Italia), Maredsous e il già citato Mont
César (Belgio), ecc.
Tutti questi monasteri tengono la porta aperta al
loro tesoro più prezioso, la loro preghiera liturgica, perché la preghiera della
comunità che vive lì sia condivisa con ospiti e visitatori che in questo modo
vengono introdotti nella grande preghiera della Chiesa.
Questo può
considerarsi l’apostolato monastico per eccellenza. In questo modo i monasteri
hanno evangelizzato. Anche oggi esiste un modo eccellente di trascorrere le
“vacanze” andando in un monastero e partecipando alle varie ore della giornata,
insieme e con l’aiuto dei monaci e delle monache benedettini.
Papa
Benedetto XVI è stato influenzato da questa spiritualità liturgica
benedettina?
P. Flores: Papa Benedetto XVI ha manifestato grande
amore e apprezzamento per l’ordine benedettino e per San Benedetto. Il fatto di
aver scelto il nome del patriarca dei monaci d’Occidente è molto significativo,
come ha spiegato egli stesso pochi giorni dopo la sua elezione.
La
liturgia ha fatto parte della sua vita, come afferma nella sua autobiografia,
fin dagli anni del seminario. Visitava regolarmente il monastero benedettino
tedesco di Scheyern, in Baviera, e ogni anno per la festa del Santissimo Corpo e
Sangue di Cristo, quando viveva già a Roma, si recava al monastero delle monache
benedettine di Rosano, vicino Firenze, dove partecipava alla liturgia delle
monache e presiedeva personalmente la processione del Corpus.
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