|
Traduzione italiana ufficiale della trascrizione del testo originale in lingua
tedesca dell’intervista di papa Benedetto XVI a Bayerischer Rundfunk (ARD), ZDF,
Deutsche Welle e Radio Vaticana.
Traduzione italiana ufficiale della trascrizione del testo originale in
lingua tedesca dell’intervista di papa Benedetto XVI a Bayerischer Rundfunk
(ARD), ZDF, Deutsche Welle e Radio Vaticana
La
conversazione è stata registrata a Castel Gandolfo il 5 agosto 2006 e trasmesso
oggi 13 agosto 2006. Hanno posto le domande al Santo Padre il direttore dei
programmi del ZDF Thomas Bellut, il direttore televisivo del Bayerischer
Rundfunk (ARD) Gerhard Fuchs, il direttore del Deutsche Welle Christoph Lanz e
il capo di redazione della Sezione di lingua tedesca della Radio Vaticana padre
Eberhard von Gemmingen, S.I.
Santo Padre, a settembre Lei visiterà la Germania, o più precisamente,
naturalmente, la Baviera. "Il papa ha nostalgia della sua patria", così hanno
riferito i suoi collaboratori nel corso della preparazione. Quali temi vorrà in
particolare toccare durante la visita, e il concetto di "patria" fa parte dei
valori che Lei vuole specialmente proporre?
Benedetto XVI:
"Certamente. Il motivo della visita era proprio che io volevo vedere ancora una
volta i luoghi, le persone presso cui sono cresciuto, che mi hanno segnato e
hanno formato la mia vita; volevo ringraziare queste persone. E naturalmente
volevo anche esprimere un messaggio che vada aldilà della mia terra, come è
coerente con il mio ministero. I temi me li sono lasciati indicare molto
semplicemente dalle ricorrenze liturgiche. Il tema fondamentale è che noi
dobbiamo riscoprire Dio e non un Dio qualsiasi, ma il Dio con un volto umano,
poiché quando vediamo Gesù Cristo vediamo Dio. E a partire da questo dobbiamo
trovare le vie per incontrarci a vicenda nella famiglia, fra le generazioni e
poi anche fra le culture e i popoli, e le vie per la riconciliazione e la
convivenza pacifica in questo mondo. Le vie che conducono verso il futuro non le
troviamo se non riceviamo, per così dire, la luce dall’alto. Non ho quindi
scelto dei temi molto specifici, ma è la liturgia che mi guida a esprimere il
messaggio fondamentale della fede, che naturalmente si inserisce nell’attualità
di oggi, in cui vogliamo anzitutto cercare la collaborazione dei popoli, e le
vie possibili verso la riconciliazione e la pace".
Come papa, Lei è responsabile per la Chiesa nel mondo intero. Ma
naturalmente la sua visita fa rivolgere l’attenzione anche alla situazione dei
cattolici in Germania. Ora, tutti gli osservatori concordano che l’atmosfera è
buona, anche grazie alla Sua elezione. Ma naturalmente i problemi antichi sono
rimasti, solo per fare alcuni esempi: sempre meno praticanti, sempre meno
battesimi, in genere sempre meno influsso sulla vita sociale. Come vede Lei la
situazione attuale della Chiesa cattolica in Germania?
Benedetto XVI: "Io
direi anzitutto che la Germania appartiene all’Occidente, anche se con una sua
coloritura caratteristica, e nel mondo occidentale oggi viviamo un’ondata di
nuovo drastico illuminismo o laicismo, comunque lo si voglia chiamare. Credere è
diventato più difficile, poiché il mondo in cui ci troviamo è fatto
completamente da noi stessi e in esso Dio, per così dire, non compare più
direttamente. Non si beve alla fonte, ma da ciò che, già imbottigliato, ci viene
offerto. Gli uomini si sono ricostruiti il mondo loro stessi, e trovare Lui
dietro a questo mondo è diventato difficile. Questo non è specifico della
Germania, ma è qualcosa che si verifica in tutto il mondo, in particolare in
quello occidentale. D’altra parte l’Occidente oggi viene toccato fortemente da
altre culture, in cui l’elemento religioso originario è molto forte, e che sono
inorridite per la freddezza che riscontrano in Occidente nei confronti di Dio. E
questa presenza del sacro in altre culture, anche se velata in molte maniere,
tocca nuovamente il mondo occidentale, tocca noi, che ci troviamo al crocevia di
tante culture. E anche dal profondo dell’uomo in Occidente e in Germania sale
sempre nuovamente la domanda di qualcosa ‘di più grande’. Lo vediamo nella
gioventù, nella quale c’è la ricerca di un ‘più’: in certo modo il fenomeno
religione - come si dice - ritorna, anche se si tratta di un movimento di
ricerca spesso piuttosto indeterminato. Ma con tutto ciò la Chiesa è di nuovo
presente, la fede si offre come risposta. E io penso che proprio questa visita,
come già quella a Colonia, sia una opportunità perché si veda che credere è
bello, che la gioia di una grande comunità universale significa un sostegno, che
dietro di essa c’è qualcosa di importante e che quindi insieme ai nuovi
movimenti di ricerca vi sono anche nuovi sbocchi alla fede, che ci conducono gli
uni verso gli altri e che sono anche positivi per la società nel suo
insieme".
Santo Padre, proprio un anno fa Lei era a Colonia con i
giovani, e credo che Lei abbia anche sperimentato che la gioventù è
straordinariamente pronta ad accogliere, e che Lei personalmente è stato accolto
molto bene. In questo prossimo viaggio Lei porta forse anche un messaggio
speciale per i giovani?
Benedetto XVI: "Io direi anzitutto: sono molto
felice che vi siano giovani che vogliono stare insieme, che vogliono stare
insieme nella fede, e che vogliono fare qualcosa di buono. La disponibilità al
bene è molto forte nella gioventù, basti pensare alle molte forme di
volontariato. L’impegno per offrire in prima persona un proprio contributo di
fronte ai bisogni di questo mondo, è una cosa grande. Un primo impulso può
essere quindi di incoraggiare in questo: Andate avanti! Cercate le occasioni per
fare il bene! Il mondo ha bisogno di questa volontà, ha bisogno di questo
impegno! E poi forse una parola particolare sarebbe questa: il coraggio di
decisioni definitive! Nella gioventù c’è molta generosità, ma di fronte al
rischio di impegnarsi per una vita intera, sia nel matrimonio, sia nel
sacerdozio, si prova paura. Il mondo è in movimento in modo drammatico.
Continuamente. Posso già fin d’ora disporre della mia vita intera con tutti i
suoi imprevedibili eventi futuri? Con una decisione definitiva non è forse che
lego io stesso la mia libertà e che tolgo qualcosa alla mia flessibilità?
Risvegliare il coraggio di osare decisioni definitive, che in realtà sono le
sole che rendono possibile la crescita, il cammino in avanti e il raggiungimento
di qualcosa di grande nella vita, le sole che non distruggono la libertà, ma le
offrono la giusta direzione nello spazio; rischiare questo, questo salto - per
così dire - nel definitivo, e con ciò accogliere pienamente la vita, questo è
qualcosa che sarei lieto di poter comunicare".
Santo Padre, una
domanda sulla situazione della politica estera. La speranza della pace in Medio
Oriente, nelle settimane scorse, è di nuovo diminuita notevolmente. Quali
possibilità Lei vede per la Santa Sede in rapporto alla situazione attuale?
Quale influsso positivo Lei può esercitare sulla situazione, sugli sviluppi nel
Medio Oriente?
Benedetto XVI: "Naturalmente non abbiamo alcuna
possibilità politica, e noi non vogliamo alcun potere politico. Ma noi vogliamo
appellarci ai cristiani e a tutti coloro che si sentono in qualche modo uniti
alla Santa Sede ed interpellati da essa, affinché vengano mobilitate tutte le
forze che riconoscono che la guerra è la peggiore soluzione per tutti. Non porta
nulla di buono per nessuno, neppure per gli apparenti vincitori. Noi lo sappiamo
molto bene in Europa, in seguito alle due guerre mondiali. Ciò di cui tutti
hanno bisogno è la pace. E vi è una forte comunità cristiana nel Libano, vi sono
cristiani fra gli arabi, vi sono cristiani in Israele, e cristiani di tutto il
mondo si impegnano per questi paesi cari a tutti noi. Vi sono forze morali che
sono pronte a far comprendere che l’unica soluzione è l’imparare a vivere
insieme. Queste forze noi vogliamo mobilitare. Tocca ai politici di trovare poi
le strade affinché questo possa avvenire il più presto possibile e soprattutto
in modo durevole".
Come vescovo di Roma Lei è successore di San Pietro. Il ministero di
Pietro come può mostrarsi in modo appropriato ai tempi d’oggi? E come vede Lei
il rapporto di tensione ed equilibrio fra il primato del papa da una parte e la
collegialità dei vescovi dall’altra?
Benedetto XVI: "Un rapporto di
tensione ed equilibrio naturalmente c’è, deve anche esserci. Molteplicità e
unità devono sempre nuovamente trovare il loro rapporto reciproco e questo
rapporto, nelle mutevoli situazioni del mondo, deve essere ristabilito. Oggi
abbiamo una nuova polifonia delle culture, in cui l’Europa non è più la sola
determinante, ma le comunità cristiane dei diversi continenti stanno acquistando
il loro proprio peso, il loro proprio colore. Dobbiamo imparare sempre
nuovamente questa sinergia. Per questo abbiamo sviluppato diversi strumenti. Le
cosiddette "visite ad limina" dei vescovi, che ci sono sempre state, vengono ora
valorizzate molto di più, per parlare veramente con tutte le istanze della Santa
Sede e anche con me. Io parlo personalmente con ogni singolo vescovo. Ho già
potuto parlare con quasi tutti i vescovi dell’Africa e con molti di quelli
dell’Asia. Adesso verranno quelli dell’Europa Centrale, della Germania, della
Svizzera e in questi incontri, in cui appunto Centro e Periferia si incontrano
in uno scambio franco, cresce il corretto rapporto reciproco in una tensione
equilibrata. Abbiamo anche altri strumenti, come il Sinodo, il Concistoro, che
io ora terrò regolarmente e che vorrei sviluppare, in cui anche senza un grande
ordine del giorno si possono discutere insieme i problemi attuali e cercare
delle soluzioni. Sappiamo da una parte che il papa non è affatto un monarca
assoluto, ma che, nell’ascolto collettivo di Cristo, deve - per così dire -
personificare la totalità. Ma la consapevolezza che occorre un’istanza
unificatrice, che crei anche l’indipendenza dalle forze politiche e garantisca
che le cristianità non si identifichino troppo con le nazionalità, questa
consapevolezza appunto, che vi è bisogno di una tale istanza superiore e più
ampia, che crea unità nella integrazione dinamica del tutto, e d’altra parte
accoglie, accetta e promuove la molteplicità, questa consapevolezza è molto
forte. Perciò credo che, in questo senso, vi sia veramente un’adesione intima al
ministero petrino nella volontà di svilupparlo ulteriormente, in modo che
risponda sia alla volontà del Signore, sia ai bisogni dei tempi".
La
Germania come terra della Riforma è naturalmente segnata in modo particolare dai
rapporti fra le diverse confessioni. I rapporti ecumenici sono una realtà
sensibile, che ogni tanto può trovarsi in difficoltà. Quali possibilità vede di
migliorare il rapporto con la Chiesa evangelica, o quali difficoltà vede su
questa strada?
Benedetto XVI: "Forse è importante dire anzitutto che la
Chiesa evangelica presenta una notevole varietà. In Germania abbiamo, se non
sbaglio, tre comunità maggiori: Luterani, Riformati, Unione Prussiana. Inoltre
oggi si formano anche numerose Chiese libere (Freikirchen) e, all’interno
delle Chiese classiche, movimenti come la ‘Chiesa confessante’ e così via. Si
tratta quindi anche di un insieme a molte voci, con il quale, rispettando la
molteplicità delle voci, dobbiamo nella ricerca dell’unità entrare in dialogo e
stabilire una collaborazione. La prima cosa da fare è che in questa società ci
preoccupiamo tutti insieme di rendere chiari i grandi orientamenti etici, di
trovarli noi stessi e tradurli, e così garantire la coesione etica della
società, senza la quale essa non può realizzare il fine della politica, che è la
giustizia per tutti, una buona convivenza, la pace. In questo senso si
realizzano già molte cose: di fronte alle grandi sfide morali già ci troviamo
ormai veramente uniti a causa del comune fondamento cristiano. Naturalmente poi
si tratta di testimoniare Dio in un mondo che ha difficoltà a trovarLo, come
abbiamo già detto: di rendere visibile il Dio col volto umano di Gesù Cristo,
offrendo così agli uomini l’accesso a quelle fonti, senza le quali la morale si
isterilisce e perde i suoi riferimenti. Si tratta anche di donare la gioia,
perché non siamo isolati in questo mondo. Solo così nasce la gioia davanti alla
grandezza dell’uomo, che non è un prodotto mal riuscito dell’evoluzione, ma
immagine di Dio. Ci dobbiamo muovere su questi due piani - su quello dei grandi
riferimenti etici e su quello che mostra - a partire dall’interno di tali
riferimenti e orientandosi verso di essi - la presenza di Dio, di un Dio
concreto. Se facciamo questo, e se poi soprattutto i singoli raggruppamenti
cercano di non vivere la fede in modo particolaristico, ma sempre a partire dai
suoi fondamenti più profondi, allora, anche se forse non arriveremo così presto
a delle manifestazioni esterne di unità, matureremo però verso un’unità
interiore, che se Dio vuole un giorno porterà anche a forme esterne di
unità".
Tema: la famiglia. Circa un mese fa Lei era a Valencia per
l’Incontro mondiale delle famiglie. Chi ha ascoltato con attenzione - come
abbiamo cercato di fare alla Radio Vaticana - ha notato che Lei non ha mai
pronunciato la parola "matrimoni omosessuali", non ha mai parlato di aborto, né
di contraccezione. Osservatori attenti si sono detti: interessante!
Evidentemente la sua intenzione è di annunciare la fede e non di girare il mondo
come "apostolo della morale". Può dirci il Suo commento?
Benedetto XVI:
"Naturalmente sì. Anzitutto bisogna dire che io avevo in tutto due volte venti
minuti di tempo per parlare. E se uno ha così poco tempo non può subito
cominciare con il dire ‘No’. Bisogna sapere prima che cosa veramente vogliamo,
non è vero? E il cristianesimo, il cattolicesimo, non è un cumulo di
proibizioni, ma una opzione positiva. Ed è molto importante che lo si veda
nuovamente, poiché questa consapevolezza oggi è quasi completamente scomparsa.
Si è sentito dire tanto su ciò che non è permesso, che ora bisogna dire: Ma noi
abbiamo un’idea positiva da proporre: l’uomo e la donna sono fatti l’uno per
l’altra, esiste - per così dire - una scala: sessualità, eros, agape, che sono
le dimensioni dell’amore, e così si forma dapprima il matrimonio come incontro
colmo di felicità di uomo e donna, e poi la famiglia, che garantisce la
continuità fra le generazioni, in cui si realizza la riconciliazione delle
generazioni e in cui si possono incontrare anche le culture. Anzitutto, dunque,
è importante mettere in rilievo ciò che vogliamo. In secondo luogo, si può poi
anche vedere, perché certe cose non le vogliamo. E io credo che occorra
riconoscere che non è un’invenzione cattolica che l’uomo e la donna siano fatti
l’uno per l’altra, affinché l’umanità continui a vivere: lo sanno in fondo tutte
le culture. Per quanto riguarda l’aborto, esso non rientra nel sesto, ma nel
quinto comandamento: ‘Non uccidere!’. E questo dovremmo presupporlo come ovvio,
ribadendo sempre di nuovo: la persona umana inizia nel seno materno e rimane
persona umana fino al suo ultimo respiro. Perciò deve sempre essere rispettata
come persona umana. Ma ciò diventa più chiaro se prima è stato detto il
positivo".
Santo Padre, la mia domanda si collega in certo modo a
quella precedente. In tutto il mondo i credenti attendono dalla Chiesa cattolica
risposte ai problemi globali più urgenti, come l’AIDS e la sovrappopolazione.
Perché la Chiesa cattolica insiste tanto sulla morale anteponendola ai tentativi
di soluzione concreta per questi problemi cruciali dell’umanità, ad esempio nel
continente africano?
Benedetto XVI: "Già, questo è il problema:
insistiamo veramente tanto sulla morale? Io direi - me ne sono convinto sempre
più anche nel dialogo con i vescovi africani - che la questione fondamentale, se
vogliamo fare dei passi avanti in questo campo, si chiama educazione,
formazione. Il progresso può essere progresso vero solo se serve alla persona
umana e se la persona umana stessa cresce; se non cresce solo il suo potere
tecnico, ma anche la sua capacità morale. E penso che il vero problema della
nostra situazione storica sia lo squilibrio fra la crescita incredibilmente
rapida del nostro potere tecnico e quella della nostra capacità morale, che non
è cresciuta in modo proporzionale. Perciò la formazione della persona umana è le
vera ricetta, la chiave di tutto direi, e questa è anche la nostra via. E questa
formazione ha - per dirla in breve - due dimensioni. Anzitutto naturalmente
dobbiamo imparare: acquisire sapere, capacità, know-how come si suol
dire. In questa direzione l’Europa, e l’America negli ultimi decenni, hanno
fatto molto, ed è una cosa importante. Ma se si diffonde solo know-how,
se si insegna solo come si costruiscono e usano le macchine, e come si impiegano
i mezzi di contraccezione, allora non bisogna poi meravigliarsi che alla fine ci
si ritrovi con le guerre e con le epidemie di AIDS. Noi abbiamo bisogno di due
dimensioni: ci vuole allo stesso tempo la formazione del cuore - se così posso
esprimermi - con cui la persona umana acquisisce dei riferimenti e impara così
anche ad usare correttamente la tecnica, che pure ci vuole. Ed è questo che
cerchiamo di fare. In tutta l’Africa e anche in molti paesi dell’Asia abbiamo
una grande rete di scuole di ogni grado, dove anzitutto si può imparare,
acquisire vera conoscenza, capacità professionale, e con ciò raggiungere
autonomia e libertà. Ma in queste scuole noi cerchiamo appunto non solo di
comunicare know-how, ma di formare persone umane, che vogliano
riconciliarsi, che sappiano che dobbiamo costruire e non distruggere, e che
abbiano i riferimenti necessari per saper convivere. In gran parte dell’Africa
le relazioni fra musulmani e cristiani sono esemplari. I vescovi hanno formato
comitati comuni insieme con i musulmani per vedere come creare pace nelle
situazioni di conflitto. E questa rete delle scuole, dell’apprendimento e della
formazione umana, che è molto importante, viene completata da una rete di
ospedali e di centri di assistenza, che raggiunge capillarmente anche i villaggi
più remoti. E in molti luoghi, dopo tutte le distruzioni della guerra, la Chiesa
è rimasta l’ultimo potere intatto - non potere, ma realtà! Una realtà dove si
cura, dove si cura anche l’AIDS, e dove, d’altra parte, si offre un’educazione
che aiuta a stabilire i giusti rapporti con gli altri. Perciò credo che dovrebbe
venire corretta l’immagine secondo cui seminiamo attorno a noi solo dei rigidi
‘No’. Proprio in Africa si opera molto, perché le diverse dimensioni della
formazione si possano integrare e così diventi possibile il superamento della
violenza e anche delle epidemie, fra cui bisogna contare anche la malaria e la
tubercolosi".
Santo Padre, il cristianesimo si è diffuso in tutto il
mondo a partire dall’Europa. Ora, molti che si occupano dell’argomento dicono
che il futuro della Chiesa si trova negli altri continenti. È vero? O in altre
parole, che futuro ha il cristianesimo in Europa, dove sembra che esso si stia
riducendo a faccenda privata di una minoranza?
Benedetto XVI: "Anzitutto
io vorrei introdurre qualche sfumatura. In verità, come sappiamo, il
cristianesimo è sorto nel Vicino Oriente. E per lungo tempo il suo sviluppo
principale è rimasto là e si è diffuso in Asia molto di più di quanto noi oggi
pensiamo dopo i cambiamenti portati dall’Islam. D’altra parte, proprio per
questo motivo il suo asse si è spostato sensibilmente verso l’Occidente e
l’Europa, e l’Europa - ne siamo fieri e ce ne rallegriamo - ha ulteriormente
sviluppato il cristianesimo nelle sue grandi dimensioni anche intellettuali e
culturali. Ma credo che sia importante ricordarci dei cristiani d’Oriente,
poiché al momento vi è il pericolo che essi, che sono stati sempre ancora una
minoranza importante, adesso emigrino. E vi è il grande pericolo che proprio
questi luoghi d’origine del cristianesimo rimangano privi di cristiani. Penso
che dobbiamo aiutare molto perché essi possano restare. Ma ora veniamo alla Sua
domanda. L’Europa è diventata certamente il centro del cristianesimo e del suo
impegno missionario. Oggi gli altri continenti, le altre culture, entrano con
peso uguale nel concerto della storia del mondo. Così cresce il numero delle
voci della Chiesa, e questo è bene. È bene che si possano esprimere i diversi
temperamenti, i doni propri dell’Africa, dell’Asia e dell’America, in
particolare anche dell’America Latina. Tutti naturalmente sono toccati non solo
dalla parola del cristianesimo, ma anche dal messaggio secolaristico di questo
mondo, che porta anche negli altri continenti la prova dirompente che noi
abbiamo subito in noi stessi. Tutti i vescovi delle altre parti del mondo
dicono: noi abbiamo ancora bisogno dell’Europa, anche se l’Europa ora è solo una
parte di un tutto più grande. Noi abbiamo tuttora una responsabilità al
riguardo. Le nostre esperienze, la scienza teologica che è stata qui sviluppata,
tutta la nostra esperienza liturgica, le nostre tradizioni, anche le esperienze
ecumeniche che abbiamo accumulato: tutto ciò è molto importante anche per gli
altri continenti. Perciò bisogna che noi oggi non capitoliamo dicendo: ‘Ecco,
siamo solo una minoranza, cerchiamo almeno di conservare il nostro piccolo
numero!’. Dobbiamo invece conservare vivo il nostro dinamismo, aprire rapporti
di scambio, cosicché di là vengano anche forze nuove per noi. Oggi vi sono
sacerdoti indiani ed africani in Europa, anche in Canada, dove molti sacerdoti
africani lavorano; è interessante. Vi è questo dare e ricevere vicendevole. Ma
anche se in futuro dovremo essere piuttosto coloro che ricevono, dovremmo
tuttavia rimanere sempre capaci di dare e sviluppare in tal senso il necessario
coraggio e dinamismo".
È un argomento che è stato già in parte toccato, Santo Padre. Le società
moderne nelle decisioni importanti riguardo alla politica e alla scienza non si
orientano secondo i valori cristiani e la Chiesa - lo sappiamo dalle inchieste -
viene considerata perlopiù solo come una voce ammonitrice o addirittura
frenante. La Chiesa non dovrebbe uscire da questa posizione difensiva e assumere
un atteggiamento più positivo riguardo al futuro e alla sua
costruzione?
Benedetto XVI: "Direi che in ogni caso abbiamo il nostro
compito di mettere meglio in rilievo ciò che noi vogliamo di positivo. E questo
dobbiamo anzitutto farlo nel dialogo con le culture e con le religioni, poiché
il continente africano, l’anima africana e anche l’anima asiatica restano
sconcertate di fronte alla freddezza della nostra razionalità. È importante
dimostrare che da noi non c’è solo questo. E reciprocamente è importante che il
nostro mondo laicista si renda conto che proprio la fede cristiana non è un
impedimento, ma invece un ponte per il dialogo con gli altri mondi. Non è giusto
pensare che la cultura puramente razionale, grazie alla sua tolleranza, abbia un
approccio più facile alle altre religioni. Ad essa manca in gran parte ‘l’organo
religioso’ e con ciò il punto di aggancio a partire dal quale e con il quale gli
altri vogliono entrare in relazione. Perciò dobbiamo, possiamo mostrare che
proprio per la nuova interculturalità, nella quale viviamo, la pura razionalità
sganciata da Dio non è sufficiente, ma occorre una razionalità più ampia, che
vede Dio in armonia con la ragione, dobbiamo mostrare che la fede cristiana che
si è sviluppata in Europa è anche un mezzo per far confluire ragione e cultura e
per tenerle insieme in un’unità comprensiva anche dell’agire. In questo senso
credo che abbiamo un grande compito, di mostrare cioè che questa Parola, che noi
possediamo, non appartiene - per così dire - ai ciarpami della storia, ma è
necessaria proprio oggi".
Santo Padre, parliamo dei suoi viaggi. Lei è
in Vaticano, forse Le costa essere un po’ lontano dalla gente e separato dal
mondo, anche qui nel bellissimo ambiente di Castel Gandolfo. Ma Lei fra poco
avrà 80 anni. Lei pensa, con l’aiuto di Dio, di poter fare ancora molti viaggi?
Ha un’idea di quali vorrebbe fare? In Terra Santa, in Brasile? Lo sa
già?
Benedetto XVI: "A dire il vero non sono così solo. Naturalmente ci
sono - per così dire - le mura che rendono difficile l’accesso, ma c’è una
‘famiglia pontificia’, ogni giorno molte visite, in particolare quando sono a
Roma. Vengono i vescovi, altre persone, ci sono Visite di Stato, di personalità
che però vogliono parlare con me anche personalmente e non solo di questioni
politiche. In questo senso c’è una molteplicità di incontri che grazie a Dio mi
vengono donati continuamente. Ed è anche importante che la sede del Successore
di Pietro sia un luogo di incontro - non è vero? Dal tempo di Giovanni XXIII,
poi, il pendolo si è spostato anche nell’altra direzione: sono i papi che hanno
cominciato a fare visite. Devo dire che io non mi sento molto forte tanto da
mettere in agenda ancora molti grandi viaggi, ma dove questi permettono di
rivolgere un messaggio, dove rispondono a un vero desiderio, lì vorrei andare,
con il ‘dosaggio’ che mi è possibile. Qualcosa è già previsto: il prossimo anno
in Brasile c’è l’incontro del CELAM, il Consiglio Episcopale Latino Americano, e
penso che lì la mia presenza sia un passo importante, considerate, da una parte,
la vicenda drammatica che l’America del Sud sta vivendo e, dall’altra parte,
tutta la forza di speranza che allo stesso tempo è operante in quella regione.
Poi vorrei andare nella Terra Santa, e spero di poterla visitare in tempo di
pace, e per il resto vedremo che cosa mi riserva la Provvidenza".
Mi
permetta di insistere. Gli austriaci parlano anche loro tedesco e La aspettano a
Mariazell.
Benedetto XVI: "Sì, è stato concordato. Io l’ho promesso
semplicemente, in modo un po’ imprudente. È un posto che mi è piaciuto tanto che
ho detto: Sì, tornerò dalla Magna Mater Austriae. Naturalmente questa è
diventata subito una promessa, che io manterrò, e la manterrò
volentieri".
Insisto ancora. Io La ammiro ogni mercoledì, quando tiene
l’udienza generale. Vengono 50.000 persone. Deve essere stancante, molto
stancante. Lei riesce a resistere?
Benedetto XVI: "Sì, il Buon Dio mi
darà la forza necessaria. E quando si vede l’accoglienza cordiale, naturalmente
si rimane incoraggiati".
Santo Padre, Lei ha appena detto di aver
fatto una promessa un po’ imprudente. Vuol dire che nonostante il Suo ministero,
nonostante i molti vincoli protocollari, Lei non si lascia portar via la sua
spontaneità?
Benedetto XVI: "In ogni caso, io ci provo. Poiché, per
quanto le cose siano fissate, io vorrei cercare di conservare e di realizzare
anche qualcosa di propriamente personale".
Santo Padre, le donne sono
molto attive in diverse funzioni nella Chiesa cattolica. Il loro contributo non
dovrebbe diventare più chiaramente visibile, anche in posti di più alta
responsabilità nella Chiesa?
Benedetto XVI: "Su questo argomento
naturalmente si riflette molto. Come Lei sa, noi riteniamo che la nostra fede,
la costituzione del Collegio degli Apostoli ci impegnino e non ci permettano di
conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne. Ma non bisogna neppure pensare
che nella Chiesa l’unica possibilità di avere un qualche ruolo di rilievo sia di
essere sacerdote. Nella storia della Chiesa vi sono moltissimi compiti e
funzioni. A cominciare dalle sorelle dei Padri della Chiesa, per giungere al
medioevo, quando grandi donne hanno svolto un ruolo molto determinante, e fino
all’epoca moderna. Pensiamo a Ildegarda di Bingen, che protestava con forza nei
confronti di vescovi e del Papa; a Caterina da Siena e a Brigida di Svezia. Così
anche nel tempo moderno le donne devono - e noi con loro - cercare sempre di
nuovo il loro giusto posto. Oggi, esse sono ben presenti nei Dicasteri della
Santa Sede. Ma c’è un problema giuridico: quello della giurisdizione, cioè il
fatto che secondo il Diritto Canonico il potere di prendere decisioni
giuridicamente vincolanti è legato all’Ordine sacro. Da questo punto di vista vi
sono quindi dei limiti. Ma io credo che le stesse donne, con il loro slancio e
la loro forza, con la loro - per così dire - preponderanza, con la loro ‘potenza
spirituale’, sapranno farsi il loro spazio. E noi dovremmo cercare di metterci
in ascolto di Dio, per non essere noi ad opporci a Lui, ma anzi ci rallegriamo
che l’elemento femminile ottenga nella Chiesa il posto operativo che gli
conviene, a cominciare dalla Madre di Dio e da Maria Maddalena".
Santo
Padre, nei tempi più recenti si parla di un nuovo fascino del cattolicesimo.
Quale è dunque la vitalità e la capacità di futuro di questa istituzione d’altra
parte antichissima?
Benedetto XVI: "Direi che già l’intero pontificato di
Giovanni Paolo II ha attirato l’attenzione degli uomini e li ha riuniti. Ciò che
è accaduto in occasione della sua morte rimane qualcosa di storicamente del
tutto speciale: come centinaia di migliaia di persone accorrevano
disciplinatamente verso Piazza San Pietro, stavano in piedi per ore, e mentre
avrebbero dovuto crollare, invece resistevano mosse da una spinta interiore. E
poi lo abbiamo rivissuto in occasione della inaugurazione del mio pontificato e
poi a Colonia. È molto bello che l’esperienza della comunità diventi allo stesso
tempo un’esperienza di fede; che si sperimenti la comunione non solamente in un
luogo qualunque, ma che essa diventi più viva proprio là dove sono i luoghi
della fede, facendo risplendere nella sua forza luminosa anche la cattolicità.
Ovviamente ciò deve perdurare anche nella vita quotidiana. Le due cose devono
andare insieme. Da una parte i grandi momenti, in cui si sperimenta che è bello
partecipare, che il Signore è presente e che noi formiamo una grande comunità
riconciliata aldilà di tutti i confini. Ma poi, naturalmente, bisogna attingere
da questo lo slancio per resistere durante i faticosi pellegrinaggi attraverso
il quotidiano, affrontandoli a partire da questi punti luminosi ed invitando
così anche altri a inserirsi nella comunità in cammino. Ma vorrei cogliere
questa occasione per dire: io mi sento arrossire per tutto ciò che viene fatto
in preparazione della mia visita, per tutto quello che la gente sta facendo. La
mia casa è stata dipinta a nuovo, una scuola professionale ne ha rifatto il
recinto. Il professore di religione evangelico ha collaborato per il mio
recinto. E questi sono solo piccoli particolari, ma sono il segno del moltissimo
che viene fatto. Io trovo tutto ciò straordinario, e non lo riferisco a me
stesso, ma lo considero come segno di una volontà di appartenere a questa
comunità di fede e di servirsi tutti l’un l’altro. Dimostrare questa solidarietà
e lasciarci ispirare in questo dal Signore: è qualcosa che mi tocca e per questo
vorrei anche ringraziare di tutto cuore".
Santo Padre, Lei ha parlato
dell’esperienza della comunità. Lei verrà ora in Germania già per la seconda
volta dopo la Sua elezione. Con la Giornata Mondiale della Gioventù, e forse
anche per altro verso con i campionati mondiali di calcio, l’atmosfera è in
certo senso cambiata. Si ha l’impressione che i tedeschi siano diventati più
aperti al mondo, più tolleranti, più gioiosi. Che cosa si augura Lei ancora da
noi tedeschi?
Benedetto XVI: "Direi che naturalmente già con la fine
della seconda guerra mondiale è cominciata una trasformazione interiore della
società tedesca, anche della mentalità tedesca, che tale trasformazione è stata
ancora rafforzata dalla riunificazione. Noi ci siamo inseriti molto più
profondamente nella società mondiale e ovviamente stiamo in certa misura sotto
l’influsso della sua mentalità. E così appaiono anche aspetti del carattere
tedesco che prima non ci si aspettava. E forse siamo stati dipinti un po’ troppo
come sempre tutti disciplinati e riservati, cosa che ha anche un certo
fondamento. Ma sono contento se ora emerge di più e si rende visibile a tutti
che i tedeschi non sono solo riservati, puntuali e disciplinati, ma sono anche
spontanei, allegri, ospitali. Questo è molto bello. Ed allora il mio augurio che
queste virtù si sviluppino ulteriormente, ricevendo ancora slancio e durevolezza
dalla fede cristiana".
Santo Padre, il Suo Predecessore ha dichiarato
beati e santi un grandissimo numero di cristiani. Alcuni pensano, perfino un po’
troppi. Qui la mia domanda: le beatificazioni e le canonizzazioni sono di
vantaggio per la Chiesa solo se queste persone possono essere considerate come
veri modelli. La Germania produce relativamente pochi santi e beati in confronto
ad altri paesi. Si può fare qualcosa perché questa dimensione pastorale si
sviluppi, e perché il bisogno di beatificazioni e canonizzazioni dia un vero
frutto pastorale?
Benedetto XVI: "All’inizio avevo anch’io un poco l’idea
che la grande quantità delle beatificazioni quasi ci schiacciasse e che forse
bisognava scegliere di più: delle figure che entrassero più chiaramente nella
nostra coscienza. Nel frattempo ho decentralizzato le beatificazioni, per
rendere ogni volta più visibili queste figure nei luoghi specifici a cui esse
appartengono. Forse un santo del Guatemala interessa meno noi in Germania e
viceversa uno di Altötting forse non trova tanto interesse a Los Angeles e così
via. In questo senso credo che questa decentralizzazione, che corrisponde anche
alla collegialità dell’episcopato, alle sue strutture collegiali, sia una cosa
opportuna proprio in questo punto. I diversi Paesi hanno le loro proprie figure
che lì possono svolgere la loro efficacia. Ho anche osservato che queste
beatificazioni nei diversi luoghi toccano innumerevoli persone e che la gente
dice: ‘Finalmente, questo è uno di noi!’ e va a lui e ne viene ispirata. Il
beato appartiene a loro, e noi siamo contenti che lì ce ne siano molti. E se
gradualmente, con lo sviluppo della società mondiale, anche noi li conosceremo
meglio, sarà bello. Ma anzitutto è importante che anche in questo campo vi sia
la molteplicità. E in questo senso è importante che anche noi in Germania
impariamo a conoscere le nostre proprie figure e a rallegrarci di esse.
Parallelamente ci sono poi le canonizzazioni delle figure più grandi, che sono
di rilievo per la Chiesa intera. Io direi che le singole Conferenze Episcopali
dovrebbero scegliere, dovrebbero vedere chi è adatto per noi, chi ci dice
veramente qualcosa, e poi dovrebbero rendere visibili queste figure più
significative, imprimendole nella coscienza mediante la catechesi, la
predicazione; forse si potrebbero anche presentare con un film. Potrei
immaginarmi dei film molto belli. Io naturalmente conosco bene solo i Padri
della Chiesa: fare un film su Agostino, anche uno su Gregorio di Nazianzo e la
sua figura molto particolare (il suo fuggire ripetutamente perché ne aveva
abbastanza, e così via) e dimostrare che non ci sono sempre solo le brutte
situazioni attorno a cui girano tanti nostri film, ma ci sono figure
meravigliose della storia, che non sono affatto noiose, ma sono molto attuali.
Insomma bisogna cercare di non caricare eccessivamente la gente, ma di rendere
visibili per molti le figure che sono attuali e che ci
ispirano".
Storie in cui ci sia anche humour? Nel 1989 a Monaco Le è
stata data l’onorificenza del Karl Valentin Orden. Quale ruolo hanno nella vita
di un papa lo humour e le leggerezza dell’essere?
Benedetto XVI: (ride)
"Io non sono un uomo a cui vengano in mente continuamente delle barzellette. Ma
saper vedere anche l’aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa e
non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante, e
direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva
detto che gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio. E
noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo così tanta
importanza".
Quando si svolge un compito importante come il Suo, Santo
Padre, si viene naturalmente anche molto osservati. Gli altri parlano di Lei. E
leggendo sono rimasto colpito da ciò che dicono molti osservatori, che papa
Benedetto è una personalità diversa dal cardinal Ratzinger. Come Lei vede se
stesso, se posso permettermi questa domanda?
Benedetto XVI: "Io sono
stato già sezionato diverse volte: il professore del primo periodo e quello del
periodo intermedio, il primo cardinale e quello successivo. Adesso si aggiunge
un altro sezionamento. Naturalmente le circostanze e la situazione e anche gli
uomini influiscono, perché si rivestono responsabilità diverse. Ma - diciamo
così - la mia personalità fondamentale e anche la mia visione fondamentale sono
cresciute, ma in tutto ciò che è essenziale sono rimaste identiche. Sono
contento se ora vengono percepiti anche aspetti che prima non venivano così
notati".
Si può dire, che il suo compito le piace, che non è un peso
per Lei?
Benedetto XVI: "Questo sarebbe un po’ troppo, perché in realtà è
faticoso, ma in ogni caso cerco di trovare anche in questo la
gioia".
Conclusione. Anche in nome dei miei colleghi La ringrazio
molto sinceramente per questo colloquio, per questa "prima mondiale". Noi siamo
lieti per la sua prossima visita in Germania, in Baviera.
Arrivederci.
Fonte: Sala Stampa della Santa Sede. - http://www.korazym.org -
http://www.korazym.org/news1.asp?Id=18694
|