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La dottoressa Rocío Figueroa, laica consacrata della Fraternità mariana della
Riconciliazione (Fraternas), è stata nominata funzionaria del Pontificio
Consiglio per i Laici con l’incarico di occuparsi delle questioni relative alla
vocazione e missione della donna nella Chiesa e nella società.
Rocío
Figueroa, peruviana, subentra a Lucienne Sallé, che ha ricoperto quest’incarico
negli ultimi decenni. È stata professoressa di Teologia a Salerno e attualmente
risiede a Roma. La sua comunità è stata fondata da don Luis Fernando Figari, che
è anche fondatore e Superiore generale del Sodalizio di vita cristiana.
ZENIT l’ha intervistata nel suo studio presso il Pontificio Consiglio
per i Laici, a Palazzo San Callisto, nel quartiere Trastevere di Roma.
Rocío Figueroa afferma che “sebbene vi sia stata sempre una presenza
della donna nella Chiesa, si tratta di una realtà in crescita, di una presenza
che è cambiata e si è sviluppata nella misura in cui la società e le stesse
donne hanno acquisito una maggiore coscienza della loro dignità e missione nel
mondo e nella Chiesa”.
Benedetto XVI, nella sua ultima intervista [concessa il 5
agosto 2006 alle emittenti Bayerischer Rundfunk (ARD), ZDF, Deutsche Welle e
Radio Vaticana], lasciava intravedere il desiderio di una maggiore
partecipazione femminile nella Chiesa. Lei crede che sia già una realtà?
Figueroa: Nella sua ultima intervista il Santo Padre ricorda che dal
punto di vista storico sono esistite donne che hanno svolto un ruolo di grande
importanza nell’edificazione della Chiesa. Al di là delle situazioni e delle
esperienze concrete di discriminazione, le donne non devono dimenticare che la
partecipazione femminile nella Chiesa è stata una realtà che è esistita da
sempre sotto la forma dell’evangelizzazione, della catechesi, delle opere di
carità e di promozione umana, dell’educazione nella famiglia, della fondazione
di comunità religiose e della presenza nella storia di grandi mistiche e sante.
Una realtà il cui apice e modello, nel disegno di Dio, si è manifestato in
Maria, la Madre di Dio.
Riguardo alla realtà attuale, nell’incontro che
il Papa Benedetto XVI ha avuto con il clero romano il 13 maggio 2005, egli ha
segnalato che dal punto di vista dell’elemento “carismatico” le donne fanno
molto per il governo della Chiesa.
Nella sua ultima intervista in
occasione del suo viaggio in Germania, egli ha constatato la presenza delle
donne non solo nella dimensione carismatica, ma anche nella dimensione
istituzionale: “Oggi esse sono ben presenti anche nei Dicasteri della Santa
Sede”.
Su questa realtà più visibile e attiva nella vita della Chiesa
pensiamo anche alla presenza di tante donne nei consigli parrocchiali, alla loro
leadership in movimenti e comunità, nei servizi di amministrazione e
organizzazione di tante diocesi del mondo, nella docenza scolastica e
universitaria, come teologhe e studiose in diverse aree del sapere.
Vediamo quindi che sebbene vi sia stata sempre una presenza della donna
nella Chiesa, si tratta di una realtà in crescita, di una presenza che è
cambiata e si è sviluppata nella misura in cui la società e le stesse donne
hanno acquisito una maggiore coscienza della loro dignità e missione nel mondo e
nella Chiesa.
Questa maggiore partecipazione femminile nella Chiesa
dipende da due fattori importanti che il Santo Padre ha menzionato nella sua
ultima intervista: da un lato il Papa Benedetto XVI invita le donne a “farsi
spazio” utilizzando, come afferma, “il loro slancio e la loro forza”, la loro
“potenza spirituale”.
Il Santo Padre confida nelle donne e ci lancia una
sfida. La partecipazione della donna sarà consistente quando questa vivrà
intensamente la propria vocazione e missione: anzitutto la sua vocazione ad
essere persona umana e come tale chiamata a conformarsi a Gesù Cristo.
La santità è una “potenza spirituale”, una potenza che rinnova la storia
e la vita della Chiesa. E con questa prospettiva di santità, la donna deve
rispondere alle sfide che la società attuale presenta per l’annuncio del
Vangelo. Una società che ogni giorno vede zoppicare la verità e i valori che
difendono la dignità umana e la famiglia; un mondo che si costruisce di fatto
prescindendo da Dio e che ha sete di risposte che diano ragione alla nostra
speranza.
È con questa coscienza che la donna, secondo le proprie
caratteristiche, dovrà concentrare la sua forza e la sua spinta e dovrà con
coscienza formare e sviluppare le sue capacità umane, intellettuali e spirituali
per far giungere l’annuncio del Vangelo alle persone umane nei diversi ambiti
della società: la famiglia, l’educazione, i mezzi di comunicazione, le scienze,
le leggi, la politica. Possiamo dire che essendo la Chiesa universale, per la
sua chiamata ad evangelizzare il mondo intero, anche lo spazio che si apre di
fronte alla donna è universale, è il mondo intero.
L’altro fattore di
questa maggiore partecipazione è, come segnalava Papa Benedetto XVI, una minore
resistenza ad essa: “E noi dovremmo cercare di metterci in ascolto di Dio, per
non essere noi ad opporci a Lui, ma anzi ci rallegriamo che l’elemento femminile
ottenga nella Chiesa il posto operativo che gli conviene”.
È necessaria
quindi una maggiore riflessione da parte di tutti dell’importanza della
reciprocità tra uomini e donne battezzati nella missione ecclesiale. La
reciprocità sarà possibile quando gli uomini e le donne vivranno un processo
continuo di conversione e di riconciliazione nelle relazioni interpersonali, a
partire dalla propria identità.
Tutti noi dobbiamo essere
evangelizzatori permanentemente evangelizzati, che vivono un processo continuo
di purificazione di ogni ricerca interiore, di ogni protagonismo, della ricerca
di interessi personali. L’umiltà e il servizio fedele alla Chiesa, invece,
promuovono l’altro, perché l’orizzonte è quello dell’edificazione comune e
dell’estensione del Regno.
Come donna e teologa, quale deve essere
secondo lei l’apporto femminile alla teologia?
Figueroa: Ritengo che
la prima vocazione della donna, come ho segnalato precedentemente, sia quella di
rispondere alla sua vocazione ad essere persona umana e pertanto chiamata ad
essere fedele ai dinamismi ontici della sua identità, creata a immagine e
somiglianza di Dio.
La donna sarà veramente “donna” nella misura in cui
risponde alla sua identità cristiana e scopre in Cristo la rivelazione della sua
propria identità.
In questo cammino di vita cristiana alcune donne
scopriranno la loro vocazione teologica e una caratteristica fondamentale sarà
la fedeltà all’identità di teologa. La vocazione del teologo è di immergersi
razionalmente nei contenuti della Rivelazione e della fede della Chiesa per
poter vivere il suo dinamismo nella storia.
Pertanto, la fedeltà alla
fede della Chiesa e agli insegnamenti del Magistero diventa il fondamento in
base al quale il teologo può spiccare il volo con la sua ragione verso una
comprensione più profonda del mistero di Cristo. Le donne chiamate alla
vocazione teologica hanno la responsabilità di acquisire una solida preparazione
intellettuale.
Oggi sono di più le donne – e questo è un aspetto
positivo che favorisce una maggiore partecipazione delle donne nella società e
nella Chiesa – ad avere la possibilità di acquisire una formazione intellettuale
vasta e consistente.
Con queste solide fondamenta, le donne che
possiedono la vocazione e le qualità speculative per il lavoro teologico daranno
il loro apporto con le caratteristiche femminili della loro riflessione, con
quel loro “genio femminile”, come insegnava Giovanni Paolo II.
Edith
Stein affermava che la differenza tra l’uomo e la donna si trova non solo nella
dimensione psicologica, ma che essa arriva fino alla configurazione dello
spirito: tra l’uomo e la donna, “il rapporto dell'anima col corpo è differente,
e nell'anima stessa è diverso il rapporto dello spirito alla sensibilità, come
rapporto delle potenze spirituali tra loro”.
Pertanto il frutto del
lavoro teologico di una donna, il frutto del suo “fare” teologia avrà impresse
tutte queste caratteristiche proprie del suo essere: corpo, anima e spirito
femminili, apportando con la sua particolare impostazione una riflessione
teologica che arricchirà la riflessione dell’uomo. In una donna teologa, è la
femminilità, con tutte le sue caratteristiche, la prospettiva che dà colore al
suo apporto.
In cosa consiste il suo lavoro nel Pontificio Consiglio
per i Laici?
Figueroa: Il mio lavoro, che ho iniziato da appena
qualche mese, consiste nel seguire tutte le questioni relative alla vocazione e
missione della donna nella Chiesa e nella società. Nel suo impegno a mettere in
pratica gli insegnamenti del Concilio Vaticano II concernenti i laici, il nostro
Pontificio Consiglio ha sempre riservato un’attenzione particolare alla
promozione dell’uguaglianza nella dignità tra uomo e donna come persone
battezzate.
Il Dicastero per i laici ha dedicato diversi seminari,
incontri e pubblicazioni a questo tema, per non parlare dell’attiva
partecipazione della Santa Sede nelle diverse Conferenze internazionali sulla
donna.
Si tratta quindi di collaborare con associazioni, movimenti e
organizzazioni che lavorano per la promozione della donna.
Il Pontificio
Consiglio per i Laici si dedica a promuovere la dignità della donna a livello
internazionale, cercando di coordinare gli sforzi diretti a questo scopo e di
rafforzare l’integrazione della donna nella missione della Chiesa; al contempo
lavoriamo per promuovere un costante approfondimento a livello filosofico e
teologico sulle questioni concernenti la donna.
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