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Quarta predica di Quaresima del Predicatore della Casa Pontificia
La prima, la seconda e la terza predica hanno avuto luogo venerdì 9, venerdì 16 e venerdì 23 marzo.
P. Raniero Cantalamessa
“BEATI I MISERICORDIOSI,
PERCHE’ TROVERANNO MISERICORDIA”
Quarta predica di Quaresima alla Casa Pontificia
1. La misericordia di Cristo
La
beatitudine sulla quale vogliamo riflettere in questa ultima
meditazione quaresimale è la quinta nell’ordine di Matteo: “Beati i
misericordiosi perché troveranno misericordia”. Partendo, come sempre,
dall’affermazione che le beatitudini sono l’autoritratto di Cristo,
anche questa volta ci poniamo subito la domanda: come ha vissuto Gesú
la misericordia? Che cosa ci dice la sua vita su questa beatitudine?
Nella
Bibbia, la parola misericordia si presenta con due significati
fondamentali: il primo indica l’atteggiamento della parte più forte
(nell’alleanza, Dio stesso) verso la parte più debole e si esprime di
solito nel perdono delle infedeltà e delle colpe; il secondo indica
l’atteggiamento verso il bisogno dell’altro e si esprime nelle
cosiddette opere di misericordia. (In questo secondo senso il termine
ricorre spesso nel libro di Tobia). C’è, per così dire, una
misericordia del cuore e una misericordia delle mani.
Nella
vita di Gesú risplendono entrambe queste due forme. Egli riflette la
misericordia di Dio verso i peccatori, ma si impietosisce anche di
tutte le sofferenze e i bisogni umani, interviene per dare da mangiare
alle folle, guarire i malati, liberare gli oppressi. Di lui
l’evangelista dice: “Ha preso le nostre infermità e si è addossato le
nostre malattie” (Mt 8,17).
Nella nostra beatitudine il senso
prevalente è certamente il primo, quello del perdono e della remissione
dei peccati. Lo deduciamo dalla corrispondenza tra la beatitudine e la
sua ricompensa: “Beati i misericordiosi, perché troveranno
misericordia”, s’intende presso Dio che rimetterà i loro peccati. La
frase: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”,
viene spiegata subito con “perdonate e vi sarà perdonato” (Lc 6,
36-37).
È nota l’accoglienza che Gesú riserva ai peccatori nel
vangelo e l’opposizione che essa gli procurò da parte dei difensori
della legge che lo accusavano di essere “un mangione e beone, amico di
pubblicani e peccatori” (Lc 7, 34). Uno dei detti storicamente meglio
attestati di Gesú è: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i
peccatori” (Mc 2, 17). Sentendosi da lui accolti e non giudicati, i
peccatori lo ascoltavano volentieri.
Ma chi erano i peccatori,
chi veniva indicato con questo termine? In linea con la tendenza oggi
diffusa di scagionare del tutto i farisei del vangelo, attribuendo
l’immagine negativa a forzature posteriori degli evangelisti, qualcuno
ha sostenuto che con questo termine si intendono “i trasgressori
deliberati e impenitenti della legge” (1), in altre parole i
delinquenti comuni e i fuori legge del tempo.
Se fosse così,
gli avversari di Gesú avevano effettivamente ragione di scandalizzarsi
e di ritenerlo persona irresponsabile e socialmente pericolosa. Sarebbe
come se oggi un sacerdote frequentasse abitualmente mafiosi, camorristi
e criminali in genere, e accettasse i loro inviti a pranzo, con il
pretesto di parlare loro di Dio.
In realtà, le cose non stanno
così. I farisei avevano una loro visione della legge e di ciò che è
conforme o contrario ad essa e consideravano reprobi tutti quelli che
non si conformavano alla loro prassi. Gesú non nega che esista il
peccato e che esistano i peccatori, non giustifica le frodi di Zaccheo
o l’adulterio della donna. Il fatto di chiamarli “i malati” lo
dimostra.
Quello che Gesú condanna è di stabilire da sé qual è
la vera giustizia e considerare tutti gli altri “ladri, ingiusti e
adulteri”, negando loro perfino la possibilità di cambiare. È
significativo il modo in cui Luca introduce la parabola del fariseo e
del pubblicano: “Disse ancora questa parabola per alcuni che
presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Gesú
era più severo verso coloro che, sprezzanti, condannavano i peccatori,
che verso i peccatori stessi (2).
2. Un Dio che si compiace di avere misericordia
Gesú
giustifica la sua condotta verso i peccatori dicendo che così agisce il
Padre celeste. Ai suoi oppositori egli ricorda la parola di Dio nei
profeti: “Voglio la misericordia e non il sacrificio” (Mt 9,13). La
misericordia verso l’infedeltà del popolo, la hesed , è il
tratto più saliente del Dio dell’alleanza e riempie la Bibbia da un
capo all’altro. Un salmo lo ripete a modo di litania, spiegando con
essa tutti gli eventi della storia d’Israele: “Perché eterna è la sua
misericordia” (Sal 136).
Essere misericordiosi appare così un
aspetto essenziale dell’essere “a immagine e somiglianza di Dio”.
“Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,
36) è una parafrasi del famoso: “Siate santi perché io, il Signore, Dio
vostro, sono santo” (Lev 19, 2).
Ma la cosa più sorprendente,
circa la misericordia di Dio, è che egli prova gioia nell’aver
misericordia. Gesú conclude la parabola della pecorella smarrita
dicendo: “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che
per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,
7). La donna che ha ritrovato la dramma smarrita grida alle amiche:
“Rallegratevi con me”. Nella parabola del figliol prodigo poi la gioia
straripa e diventa festa, banchetto.
Non si tratta di un tema
isolato, ma profondamente radicato nella Bibbia. In Ezechiele Dio dice:
“Io non godo della morte dell’empio, ma (godo!) che l’empio desista
dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11). Michea dice che Dio “si compiace di avere misericordia” (Mi 7,18), cioè prova piacere nel farlo.
Ma
perché, ci si domanda, una pecora deve contare, sulla bilancia, quanto
tutte le rimanenti messe insieme, e a contare di più deve essere
proprio quella che è scappata e ha creato più problemi? Una spiegazione
convincente l’ho trovata nel poeta Charles Péguy. Smarrendosi, quella
pecorella, come pure il figlio minore, ha fatto tremare il cuore di
Dio. Dio ha temuto di perderla per sempre, di essere costretto a
condannarla e privarsene in eterno. Questa paura ha fatto sbocciare la
speranza in Dio e la speranza, una volta realizzatasi, ha provocato la
gioia e la festa. “Ogni penitenza dell’uomo è il coronamento di una
speranza di Dio” (3). È un linguaggio figurato, come tutto il nostro
parlare di Dio, ma contiene una verità.
In noi uomini, la
condizione che rende possibile la speranza è il fatto che non
conosciamo il futuro e perciò lo speriamo; in Dio, che conosce il
futuro, la condizione è che non vuole (e, in certo senso, non può)
realizzare quello che vuole, senza il nostro consenso. La libertà umana
spiega l’esistenza della speranza in Dio.
Che dire allora
delle novantanove pecorelle giudiziose e del figlio maggiore? Non c’è
alcuna gioia in cielo per essi? Vale la pena vivere tutta la vita da
buoni cristiani? Ricordiamo cosa risponde il Padre al figlio maggiore:
“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15, 31).
L’errore del figlio maggiore sta nel considerare l’essere rimasto
sempre a casa e aver condiviso tutto con il Padre, non un privilegio
immenso, ma un merito; si comporta da mercenario, più che da figlio.
(Questo dovrebbe mettere sull’avviso tutti noi che, per stato di vita,
ci troviamo nella stessa posizione del figlio maggiore!)
Su
questo punto la realtà è stata migliore della stessa parabola. Nella
realtà, il figlio maggiore – il Primogenito del Padre, il Verbo – non è
rimasto nella casa paterna; è andato lui in “una regione lontana” a
cercare il figlio minore, e cioè l’umanità decaduta; è stato lui che lo
ha ricondotto a casa, che gli ha procurato la veste nuova e ha
imbandito per lui un banchetto al quale può sedersi a ogni Eucaristia.
In
un suo romanzo, Dostoevskij descrive un quadretto che ha tutta l’aria
di una scena osservata dal vero. Una donna del popolo tiene in braccio
il suo bambino di poche settimane, quando questi per la prima volta, a
detta di lei, le sorride. Tutta compunta, ella si fa il segno della
croce e a chi le chiede il perché di quel gesto risponde: “Ecco, allo
stesso modo che una madre è felice quando nota il primo sorriso del suo
bimbo, così si rallegra Iddio ogni volta che un peccatore si mette in
ginocchio e rivolge a lui una preghiera fatta con tutto il cuore” (4).
3. La nostra misericordia, causa o effetto della misericordia di Dio?
Gesú dice: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia ” e nel Padre nostro ci fa pregare: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori
” Dice anche: “Se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre
vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6, 15). Queste frasi potrebbero
indurre a pensare che la misericordia di Dio verso di noi è un effetto
della nostra misericordia verso gli altri, ed è proporzionata ad essa.
Se
così fosse però sarebbe completamente rovesciato il rapporto tra grazia
e buone opere, e si distruggerebbe il carattere di pura gratuità della
misericordia divina solennemente proclamato da Dio davanti a Mosè:
“Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò
aver misericordia” (Es 33,19).
La parabola dei due servitori
(Mt 18, 23 ss,) è la chiave per interpretare correttamente il rapporto.
Lì si vede come è il padrone che, per primo, senza condizioni, rimette
un debito immenso al servo (diecimila talenti!) ed è proprio la sua
generosità che avrebbe dovuto spingere il servo ad avere pietà di colui
che gli doveva la misera somma di cento denari.
Dobbiamo dunque avere misericordia perché abbiamo ricevuto misericordia, non per
ricevere misericordia; però dobbiamo avere misericordia, altrimenti la
misericordia di Dio non avrà effetto per noi e ci verrà ritirata, come
il padrone della parabola la ritirò al servo spietato. La grazia
“previene” sempre ed è essa che crea il dovere: “Come il Signore vi ha
perdonato, così fate anche voi”, scrive san Paolo ai Colossesi (Col
3,13).
Se, nella beatitudine, la misericordia di Dio verso di
noi sembra essere l’effetto della nostra misericordia verso i fratelli,
è perché Gesù si colloca qui nella prospettiva del giudizio finale
(“troveranno misericordia”, al futuro!). “Il giudizio, scrive infatti
san Giacomo, sarà senza misericordia contro chi non avrà usato
misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio”
(Gc 2,13).
4. Fare esperienza della misericordia divina
Se
la misericordia divina è all’inizio di tutto ed è essa che esige e
rende possibile la misericordia degli uni verso gli altri, allora la
cosa più importante per noi è fare un’esperienza rinnovata della
misericordia di Dio. Ci stiamo avvicinando alla Pasqua e questa è
l’esperienza pasquale per eccellenza.
Lo scrittore Franz Kafka ha scritto un romanzo intitolato Il Processo
. In esso si parla di un uomo che un giorno, senza che nessuno sappia
il perché, viene dichiarato in arresto, pur continuando la sua solita
vita e il suo lavoro di modesto impiegato. Comincia un’estenuante
ricerca per conoscere i motivi, il tribunale, le imputazioni, le
procedure. Ma nessuno sa dirgli niente, se non che c’è veramente un
processo in corso a suo carico. Finché un giorno verranno a prelevarlo
per l’esecuzione della sentenza.
Nel corso della vicenda si
viene a sapere che vi sarebbero, per quest’uomo, tre possibilità:
l’assoluzione vera, l’assoluzione apparente e il rinvio. L’assoluzione
apparente e il rinvio però non risolverebbero nulla; servirebbero solo
a tenere l’imputato in un’incertezza mortale per tutta la vita.
Nell’assoluzione vera invece “gli atti processuali devono essere
totalmente eliminati, scompaiono del tutto dal procedimento; non solo
l’accusa, ma anche il processo e persino la sentenza vengono distrutti,
tutto viene distrutto”.
Ma di queste assoluzioni vere, tanto
sospirate, non si sa se ne sia esistita mai alcuna; ci sono solo voci
in proposito, null’altro che “bellissime leggende”. L’opera finisce
così, come tutte quelle dell’autore: qualcosa che si intravede da
lontano, si rincorre con affanno come in un incubo notturno, ma senza
possibilità alcuna di raggiungerlo (5).
A Pasqua la liturgia
della Chiesa ci trasmette l’incredibile notizia che l’assoluzione vera
esiste per l’uomo; non è solo una leggenda, una cosa bellissima ma
irraggiungibile. Gesù ha distrutto il “documento scritto della nostra
colpa; lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce” (Col 2, 14). Ha
distrutto tutto. “Non c’è più nessuna condanna per quelli che sono in
Cristo Gesù”, grida san Paolo (Rm 8, 1). Nessuna condanna! Di nessun
genere! Per quelli che credono in Cristo Gesù!
A Gerusalemme
c’era una piscina miracolosa e il primo che vi si buttava dentro,
quando le acque venivano agitate, era guarito (cf. Gv 5, 2 ss.). La
realtà però, anche qui, è infinitamente più grande del simbolo. Dalla
croce di Cristo è sgorgata una fonte di acqua e sangue, e non uno
soltanto ma tutti quelli che vi si buttano dentro ne escono guariti.
Dopo
il battesimo questa piscina miracolosa è il sacramento della
riconciliazione e quest’ultima meditazione vorrebbe servire proprio
come preparazione a una buona confessione pasquale. Una confessione
“fuori serie”, cioè diversa da quelle solite, in cui permettiamo
davvero al Paraclito di “convincerci di peccato”. Potremmo prendere
come specchio le beatitudini meditate in Quaresima, cominciando fin da
adesso e ripetendo insieme l’espressione tanto antica e tanto bella: Kyrie eleison , Signore, pietà!
“Beati
i puri di cuore”: Signore, riconosco tutta l’impurità e l’ipocrisia che
c’è nel mio cuore; forse, la doppia vita che conduco davanti a te e
davanti agli altri. Kyrie eleison !
“Beati i miti”:
Signore, ti chiedo perdono per l’impazienza e la violenza nascosta che
c’è dentro di me, per i giudizi avventati, la sofferenza che ho
provocato alle persone intorno a me… Kyrie eleison .
“Beati
gli affamati”: Signore, perdona la mia indifferenza verso i poveri e
gli affamati, la mia continua ricerca di comodità, il mio stile di vita
borghese… Kyrie eleison .
“Beati i misericordiosi”:
Signore, spesso ho chiesto e ricevuto alla leggera la tua misericordia,
senza rendermi conto a quale prezzo tu me l’hai procurata! Spesso sono
stato il servo perdonato che non sa perdonare: Kyrie eleison . Signore pietà!
C’è
una grazia particolare quando, non è solo l’individuo, ma l’intera
comunità che si mette davanti a Dio in quest’atteggiamento
penitenziale. Da un’esperienza profonda della misericordia di Dio si
esce rinnovati e pieni di speranza: “Dio, ricco di misericordia, per il
grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i
peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo” (Ef 2, 4-5).
5. Una Chiesa “ricca in misericordia”
Nel
suo messaggio per la Quaresima di quest’anno il Santo Padre scrive: “La
Quaresima sia per ogni cristiano una rinnovata esperienza dell’amore di
Dio donatoci in Cristo, amore che ogni giorno dobbiamo, a nostra volta,
ridonare al prossimo”. Così è della misericordia, la forma che l’amore
di Dio prende nei confronti dell’uomo peccatore: dopo averne fatto
l’esperienza dobbiamo, a nostra volta, mostrarla con i fratelli. Questo
sia a livello di comunità ecclesiale, sia a livello personale.
Predicando
gli esercizi spirituali alla Curia Romana da questo stesso tavolo
nell’anno giubilare del 2000, il Cardinal Francesco Saverio Van Thuan,
alludendo al rito dell’apertura della Porta santa, disse in una
meditazione: “Sogno una Chiesa che sia una ‘Porta Santa’, aperta, che
accoglie tutti, piena di compassione e di comprensione per le pene e le
sofferenze dell’umanità, tutta protesa a consolarla” (6).
La Chiesa del Dio “ricco di misericordia”, dives in misericordia , non può non essere essa stessa dives in misericordia
. Dall’atteggiamento di Cristo verso i peccatori esaminato sopra
deduciamo alcuni criteri. Egli non banalizza il peccato, ma trova il
modo di non alienarsi mai i peccatori, ma piuttosto di attirarli a sé.
Non vede in essi solo quello che sono, ma quello che possono divenire,
se raggiunti dalla misericordia divina nel profondo della loro miseria
e disperazione. Non aspetta che vengano da lui; spesso è lui che va a
cercarli.
Oggi gli esegeti sono abbastanza d’accordo
nell’ammettere che Gesú non aveva un atteggiamento ostile verso la
legge mosaica, che osservava lui stesso scrupolosamente. Quello che lo
poneva in contrasto con l’elite religiosa del suo tempo era una certa
maniera rigida e a volte disumana di costoro di interpretare la legge.
“Il sabato, diceva, è per l’uomo, non l’uomo per il sabato” (Mc 2,27),
e quello che dice del riposo sabbatico, una delle leggi più sacre in
Israele, vale per ogni altra legge.
Gesú è fermo e rigoroso
nei principi, ma sa quando un principio deve cedere il passo a un
principio superiore che è quello della misericordia di Dio e la
salvezza dell’uomo. Come questi criteri desunti dall’agire di Cristo
possano essere applicati concretamente ai problemi nuovi che si pongono
nella società dipende dalla paziente ricerca e in definitiva dal
discernimento del magistero. Anche nella vita della Chiesa, come in
quella di Gesú, devono risplendere insieme e la misericordia delle mani
e quella del cuore, sia le opere di misericordia, che “le viscere di
misericordia”.
6. “Rivestitevi di sentimenti di misericordia”
L’ultima
parola a proposito di ogni beatitudine deve essere sempre quella che ci
tocca personalmente e spinge ognuno di noi alla conversione e alla
pratica. San Paolo esortava i Colossesi con queste accorate parole:
“Rivestitevi
dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti [alla
lettera: di viscere] di misericordia, di bontà, di umiltà, di
mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi
scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli
altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Col 3,
12-13).
“Noi esseri umani, diceva sant’Agostino, siamo come vasi di creta che, solo sfiorandosi, si fanno del male” (lutea vasa quae faciunt invicem angustias
) (7). Non si può vivere insieme in armonia, nella famiglia e in ogni
altro tipo di comunità, senza la pratica del perdono e della
misericordia reciproca. Misericordia è una parola composta da misereo e cor
; significa impietosirsi nel proprio cuore, commuoversi, a riguardo
della sofferenza o dell’errore del fratello. È così che Dio spiega la
sua misericordia di fronte al traviamento del popolo: “Il mio cuore si
commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11,8).
Si
tratta di reagire con il perdono e, fin dove è possibile, con la scusa,
non con la condanna. Quando si tratta di noi, vale il detto: “Chi si
scusa, Dio lo accusa; chi si accusa, Dio lo scusa”; quando si tratta
degli altri avviene il contrario: “Chi scusa il fratello, Dio scusa
lui; chi accusa il fratello, Dio accusa lui”.
Il perdono è per
una comunità quello che è l’olio per il motore. Se uno esce in auto
senza una goccia d’olio nel motore, dopo pochi chilometri andrà tutto
in fiamme. Come l’olio anche il perdono scioglie gli attriti. C’è un
salmo che canta la gioia del vivere insieme come fratelli riconciliati;
dice che questo "è come olio profumato sul capo” che scende lungo la
barba e le vesti di Aronne, fino all’orlo della sua veste (cf. Sal
133).
Il nostro Aronne, il nostro Sommo sacerdote, avrebbero
detto i Padri della Chiesa, è Cristo; la misericordia e il perdono è
l’olio che scende da questo “capo” elevato sulla croce e si diffonde
lungo il corpo della Chiesa fino all’estremità delle sue vesti, fino a
quelli che vivono ai suoi margini. Dove si vive così, nel perdono e
nella misericordia reciproca, “il Signore dona la sua benedizione e la
vita per sempre”.
Cerchiamo di individuare, tra i nostri
rapporti con le persone, quello nel quale ci sembra necessario far
penetrare l’olio della misericordia e della riconciliazione e
versiamocelo silenziosamente, con abbondanza, in occasione della
Pasqua. Uniamoci ai mostri fratelli ortodossi che a Pasqua non si
stancano di cantare:
“È il giorno della Risurrezione!
Irradiamo gioia per la festa,
abbracciamoci tutti quanti.
Diciamo fratello anche a chi ci odia,
tutto perdoniamo per amore della Risurrezione” (8).
(1) Cf. E.P. Sanders, Jesus and Judaism , London 1985, p. 385 (Trad. ital. Gesù e il giudaismo , Genova 1992).
(2) Cf. J.D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo , I, 2, Brescia 2006, pp.567-572.
(3) Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù , in Oeuvres poétiques complètes , Gallimard, Parigi 1975, pp. 571 ss.
(4) F. Dostoevskij, L’Idiota , Milano 1983, p. 272.
(5) F. Kafka, Il Processo , Garzanti, Milano 1993, pp. 129 ss.
(6) F.X. Van Thuan, Testimoni della speranza , Città Nuova, Roma 2000, p.58.
(7) S. Agostino, Sermoni , 69, 1 (PL 38, 440)
(8) Stichirà di Pasqua , testi citati in G. Gharib, Le icone festive della Chiesa Ortodossa , Milano 1985, pp. 174-182.
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