BOLOGNA, sabato, 10 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della relazione
dal titolo: “Piccola catechesi sulla carità” tenuta il 9 novembre dal Cardinale
Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna, presso la parrocchia Madonna del Lavoro
del capoluogo emiliano.
* * *
Il 18 novembre prossimo sarà beatificato A. Rosmini, una delle figure più
grandi del clero italiano. In uno stupendo discorso sulla carità egli scrive:
«L’Incarnazione dunque e tutto ciò che consegue all’Incarnazione, e ne compie
l’eterno disegno, ha per suo termine immediato, che sussista la carità nel
mondo» [in Operette spirituali, Opere 48, Stresa-Roma 1985,66].
L’intero cristianesimo ha la sua ragione d’essere in questo: «che sussista la
carità nel mondo».
Vorrei questa sera aiutarvi un poco a capire che cosa è nella sua originalità
la carità di cui parla il cristianesimo, e come essa si esprime. Lo farò
attraverso una serie di semplici riflessioni che cercheranno di svolgere questo
tema sublime.
1. Partiamo dall’esperienza più vicina a noi. Ciascuno di noi è naturalmente
portato ad amare gli altri. Ci sentiamo cioè fatti non per odiarci
reciprocamente, ma per amarci. Ascoltate come questo fatto viene descritto da S.
Basilio: «abbiamo insita in noi, fin dal primo momento in cui siamo stati
plasmati, la capacità di amare. E la prova di questo non viene dall’esterno,
ciascuno può rendersene conto da sé e dentro di sé. Di ciò che è buono infatti,
proviamo naturalmente desiderio» [Le regole, Ed. Qiqaion, Bose 1993,
79].
Ciò non significa che noi non siamo capaci di fare del male agli altri: non
solo ne siamo capaci, ma facciamo anche del male. Tuttavia nessuno di noi
“sente” che la nostra natura è indifferentemente predisposta sia all’amore degli
altri sia all’odio. Tutti avvertono che, per esempio, vedendo un altro in
necessità e potendolo aiutare, se non lo faccio, tengo un comportamento
vituperabile.
Teniamo dunque per certo: ciascuno di noi ha insita in se stessa per natura
la capacità di amare. Quando parliamo di carità parliamo di questo? No, non
parliamo precisamente di questo. La carità non è semplicemente la capacità
naturale di amare … un po’ più forte. Riprenderemo più avanti questo tema.
Questa premessa era necessaria fin da principio. Ed ora cerchiamo di rispondere
alla domanda che ci siamo fatti: che cosa è la carità di cui parla il
cristianesimo? E la risposta non dobbiamo cercarla nel cuore e nell’esperienza
umani. Siamo di fronte ad un fatto assolutamente nuovo.
2. La S. Scrittura dice: «Dio è carità» [1Gv 4,16]. Quando noi parliamo di
carità noi parliamo dello stesso mistero di Dio. In che senso? Nel senso che
alla domanda: “che cosa è la carità”; la risposta è: “è il comportamento e la
radice del comportamento di Dio verso l’uomo”. L’esposizione di questo
comportamento e la sua narrazione è fatta nella S. Scrittura, ed il momento
perfetto di questa rivelazione è Gesù.
Possiamo dunque dire che la perfetta rivelazione di ciò che è la carità è la
storia di Gesù, dalla sua origine alla sua fine. Ciò che caratterizza il
credente nei confronti del non-credente è l’intelligenza di questo fatto: nella
persona e nell a vita di Gesù si svela che Dio è carità.
Possiamo esprimere la stessa risposta alla domanda che cosa è la carità,
percorrendo un’altra strada. Gesù ha detto di Se stesso: «io sono la Verità»,
cioè: “io – la mia persona, la mia vita e la mia morte, le mie parole – sono la
rivelazione perfetta, la manifestazione completa del mistero di Dio all’uomo” e
del suo progetto di salvezza. Il contenuto di questa rivelazione il “che cosa”
essa rivela e manifesta è la carità di Dio. Nella rivelazione cristiana dunque
Verità e Carità coincidono.
Come avrete notato, stiamo parlando non dell’uomo, ma di Dio e del suo
comportamento verso l’uomo. Il discorso cristiano sulla carità ha come soggetto
non l’uomo, ma Dio stesso che in Cristo si manifesta come carità. La carità di
cui si parla - «Dio &e grave; carità» - è in primo luogo agire di Dio,
manifestazione d’amore. Dicendo «Dio è carità», si parla di ciò che c’è in Dio
di più propriamente suo, e di ciò che Egli desidera noi sappiamo di Lui.
Tuttavia un tale discorso divino, che è divino da due punti di vista - è
fatto da Dio; riguarda Dio – non avrebbe nessuna possibilità di farsi capire
dall’uomo se non parlasse la lingua dell’uomo. L’amore di Dio deve rivelarsi
mediante il linguaggio umano dell’amore. Così infatti è accaduto. Dio ha detto
il suo amore servendosi del linguaggio dell’amore coniugale, dell’amore
paterno-materno, dell’amore amichevole. Non abbiamo ora il tempo di leggere
tutti questi linguaggi.
Dobbiamo ora fermarci a considerare una questione che a prima vista può
sembrare per addetti ai lavori, ma in realtà & egrave; decisiva per
tutti.
3. Se noi facciamo un poco di attenzione al modo di amare proprio dell’uomo,
noi vediamo che chi ama non si accontenta di … amare, ma desidera anche essere
amato. Fate bene attenzione. Ho usato una parola un po’ … pericolosa nel
discorso che stiamo facendo: «desiderio». Perché pericolosa? Perché sembra che
essa sia estranea alla dinamica dell’amore. Desiderio significa bisogno; il
bisogno scatena una ricerca di ciò che lo soddisfa. In una parola: mentre la
dinamica propria dell’amore è di natura oblativa ed estatica verso l’altro, la
dinamica del desiderio è di natura captativa e diretta verso se stessi.
Se guardiamo le cose però più in profondità vediamo che questa separazione è
un poco rozza. Le cose sono più profonde. Che chi ama desideri di essere
riamato, è nella logica dell’amore come tale. Il desi derio di essere
corrisposto è dovuto alla forza dell’amore stesso, che non esperimenta la
perfezione del suo atto se non nell’unione colla persona amata, nel superamento
di ogni estraneità dell’uno all’altro.
Ritorniamo al nostro discorso teologico. La cosa che stupisce maggiormente
nella narrazione che la Scrittura fa della carità di Dio in Cristo, è che Dio
desidera essere corrisposto. La Scrittura usa un termine incredibile: parla di
gelosia di Dio. Dio è geloso. Alcuni Padri della Chiesa dicono che Dio
prova una passione per l’uomo.
Dunque dobbiamo dire che quando il cristianesimo parla di carità, parla in
primo luogo di Dio che in Cristo rivela che Egli ama l’uomo, e desidera che
l’uomo corrisponda a questo amore, cioè a sua volta ami Dio.
4. Come vedete, il discorso sul “desiderio” ci ha portati all’uomo. Ed
infatti quando il cristianesim o parla di carità, parla in secondo luogo della
carità con cui l’uomo ama Dio: parla della carità dell’uomo che è risposta alla
carità di Dio. «Noi amiamo» dice la Scrittura «perché Egli ci ha amati per
primo» [1Gv 4,19].
Ma è possibile per l’uomo corrispondere all’amore che Dio ha per lui e gli ha
dimostrato in Cristo? Non diamo per scontata la risposta, poiché entriamo in un
grande mistero. Partiamo da un esempio molto semplice. Un bambino può certo
corrispondere all’amore di sua madre, e vi corrisponde. Tuttavia nessuno vorrà
negare che la sua risposta è diversa da quella che darà quando sarà cresciuto in
età. Allora egli conoscerà sacrifici, dedizione dell’amore materno, e quindi la
corrispondenza sarà di qualità superiore.
Questo esempio ci aiuta a capire una legge fondamentale della vit a: solo
quando la risposta è adeguata alla misura dell’oggetto, essa è tale, cioè vera
riposta. Se tu non rispondi all’amore di Dio con un amore corrispondente al
“valore” di Dio, la tua non è una risposta vera. In breve: o tu ami Dio come Dio
ama o tu non lo ami; o tu ami divinamente o non lo ami. Ma l’uomo è capace di
amare solo umanamente. Non c’è altra soluzione che questa: che sia Dio ad amare
nell’uomo; che l’uomo partecipi dello stesso amore con cui Dio ama. Questo è
accaduto: è questo l’avvenimento cristiano.
In che modo l’uomo diventa capace di amare divinamente Dio, e quindi di
rispondere adeguatamente all’amore che Dio ha per noi? Ce lo rivela S. Paolo con
un testo mirabile della lettera ai Romani: «La speranza poi non delude, perché
l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo
che ci è stato dato» [5,5]. L’amore di Dio è l’amore con cui Dio ci ama. Di esso
la persona umana fa esperienza perché “è stato effuso”, cioè ha penetrato il
cuore dell’uomo: l’uomo “si sente” amato da Dio. In che modo? Mediante la
persona divina dello Spirito Santo che viene donato al credente e rimane in
esso. Lo Spirito Santo è il “mezzo” attraverso cui l’uomo sente di essere amato
da Dio, e nello stesso tempo, rimanendo nel cuore del credente, lo stesso
Spirito pervade l’io dell’uomo; ispira e vivifica dal profondo la sua
azione.
È il dono dello Spirito Santo che, da una parte, ci dona la certezza e
l’esperienza dell’amore con cui Dio ci ama in Cristo, e, dall’altra, muove ed
ispira la persona umana ad amare Dio come Dio merita di essere amato. Dio ci ama
in Cristo per mezzo dello Spirito Santo; per mezzo dello Spirito San to l’uomo
ama Dio in Cristo. Ciascuno di noi diventa “strumento libero e intelligente di
una Forza divina che agisce in lui. Lo Spirito Santo diventa il “punto di
incontro” fra Dio che in Cristo ama l’uomo e l’uomo che ama Dio in Cristo di
amore divino. È questo l’amore con cui l’uomo ama Dio. È la carità di cui parla
la fede cristiana.
Si comprende quanto dice S. Giovanni: «Dio è carità. Chi rimane nella carità,
rimane in Dio e Dio in lui». Amare Dio significa fare proprio il suo amore
divino. Se noi amiamo Dio e il prossimo, è l’amore proprio di Dio che opera in
noi.
5. Se c’è un richiamo che ricorre costantemente nella S. Scrittura è alla
carità verso il prossimo. Fino al punto che i due “oggetti” dell’amore – Dio e
il prossimo – sono così strettamente legati nella dinamica della carità, che
l’uno non può essere amato senza l’altro. Perché questo legame?
Vorrei partire dalla descrizione di un’esperienza che facciamo
quotidianamente. Noi possiamo vedere le cose e le persone perché e se c’è luce;
al buio non vediamo nulla. È lo stesso atto dell’occhio che ci fa vedere e la
luce e le cose/persone illuminate. Se l’occhio ha una cateratta, non vedendo la
luce non vede neppure le cose/persone. Inoltre, è la stessa e medesima luce che
ci fa vedere cose e persone diverse.
Ritorniamo alla nostra questione. L’amore con cui Dio ci ama è come la luce
per la nostra vista. Esso è da noi partecipato [cfr. il n° precedente] e noi
diventiamo amanti di Dio in quanto Lui ci ama. Ma l’amore con cui Dio ci ama
riguarda ogni uomo; ciascuno di noi amando Dio non può non amare ogni persona,
in quanto è amato da Dio e come è a mata da Dio. Non puoi dire di amare Dio, nel
senso cristiano, se escludi anche una sola persona dal tuo amore, poiché l’amore
con cui ami Dio, è in te lo stesso amore di Dio che ti è stato partecipato.
L’amore con cui ami Dio è lo stesso amore con cui ami il prossimo.
S. Tommaso spiega molto bene questo fatto. Egli scrive: «Per la stessa
ragione per cui amiamo qualcuno per se stesso, amiamo tutti i suoi famigliari, i
suoi parenti, i suoi amici, in ragione del legame che hanno colla persona amata
[per se stessa]. Allo stesso modo si deve dire che la carità ama Dio per se
stesso, e a causa di questo ama tutti gli altri in quanto sono ordinati a Dio;
pertanto la carità ama Dio in ogni prossimo» [Q. disp. un. De charitate a.4].
L’amore con cui ami il prossimo è lo stesso amore con cui ami Dio. Nessuno aveva
mai detto questo! L’amore cristiano del prossimo è qualcosa di unico nel
mondo.
«Nell’amore cristiano al prossimo si dà sempre un elevarsi fino alla realtà
ultima del mondo di Dio – un far saltare il mondo quotidiano puramente terreno
con tutti i suoi legami; mentre il voler bene naturalmente resta totalmente
nell’ambito di una sfera terrena interpersonale, nell’amore cristiano al
prossimo spira il soffio di una libertà vittoriosa» [D. von Hildebrand,
Essenza dell’amore, Bompiani, Milano 2003, 727]. È questo splendore che
ci rapisce di fronte ai santi della carità.
6. Una saggia tradizione catechetica elencava gli atti dell’amore del
prossimo secondo due categorie, le opere materiali e le opere spirituali. La
cosa riflette un’intuizione vera. La persona umana è tri-dimensionale: è corpo,
è psiche, è spirito. I beni umani quindi sono di carattere fisico, psicologico,
spirituale; ugualmente sono umani: attengono alla p ersona umana. L’amore al
prossimo procura al prossimo questi beni. Si pensi, per far qualche esempio, il
bene del cibo a chi ne manca; il bene della consolazione e della compagnia a chi
è solo; il bene dell’istruzione e il bene sommo dell’annuncio del Vangelo. Non
mi dilungo ulteriormente.
Termino, richiamando il pensiero da cui sono partito. Ho parlato di una
capacità naturale di amare. La carità si radica in essa; la purifica e la eleva.
Possiamo dire: chi incontra Cristo viene rigenerato nella sua capacità di
amare.
Mi si lasci concludere con un testo stupendo di S. Tommaso, desunto dalla sua
operetta De decem praeceptis: «È chiaro che non tutti possono dedicarsi
agli studi; per questo Cristo ci ha dato una legge che per la sua brevità è
accessibile a tutti e nessuno ha il diritto di ignorare: tale legge è la legge
dell’amore divino … Senza la carità tutto il resto non basta…E se tra i beati vi
è qualche differenza, essa non dipende che dal loro grado di amore e non dalle
altre virtù. Molti condussero una vita di maggior astinenza rispetto agli
apostoli, eppure questi sorpassano chiunque altro nella beatitudine, a causa
dell’ardore della loro carità».
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