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Da circa un anno monsignor Raffaello Martinelli, Officiale alla
Congregazione per la Dottrina della Fede e collaboratore del Cardinale
Joseph Ratzinger per 23 anni, ha messo a disposizione dei fedeli presso
la Basilica dei SS Ambrogio e Carlo al Corso, a Roma, alcune schede
catechistiche su argomenti di attualità, redatte sulla base del
Catechismo e di altri documenti pontifici. Considerando la qualità, la
competenza e l’utilità di queste schede catechistiche, ZENIT ha deciso
di pubblicarne una ogni giovedì, e noi ve le proponiamo.
Che cosa significa “eutanasia”?
• È una parola con notevole variabilità storica, con significati diversi a seconda dell’uso che se ne fa. Può significare:
- ‘morte buona’ o ‘senza sofferenze’ gestita dal medico per ridurre il dolore
- azione od omissione che procura la morte allo scopo di eliminare il dolore in un assistito senza più speranze di guarigione
- ‘suicidio su richiesta’ del paziente (suicidio assistito).
•
E, comunque la si vuol chiamare e intendere, l’eutanasia comporta il
dare la morte a chi è ancora vivo. Una morte per di più programmata dal
medico che, per vocazione e professione, è ministro della vita.
Quale valutazione morale va data sull’eutanasia?
Vari principi morali sono coinvolti nella pratica dell’eutanasia:
• L’eutanasia contraddice il principio fondamentale di indisponibilità del diritto alla vita, diritto che spetta solo a Dio.
•
Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla
mediante il cosiddetto “suicidio assistito”, significa farsi
collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di una cultura
di morte, di un’ingiustizia, che non può mai essere giustificata,
neppure quando fosse richiesta.
• Il suicidio assistito autodeciso
e praticato da personale sanitario, benché consentito dalla legge dello
Stato, è, a tutti gli effetti:
- un crimine contro la vita della persona umana,
- una abdicazione della scienza medica,
- un’aberrazione giuridica.
•
La logica effettiva dell’eutanasia è essenzialmente egoistica e
individualistica e, in quanto tale, contraddice la logica solidale e la
fiducia reciproca su cui poggia ogni forma di convivenza.
• Non
esiste nell’individuo il diritto a decidere della propria morte: non
esiste il diritto a una scelta tra la vita e la morte.
• Si deve
parlare invece di un diritto di morire bene, serenamente, evitando cioè
sofferenze inutili. Esso coincide con il diritto di essere curato e
assistito con tutti i mezzi ordinari disponibili, senza ricorrere a
cure pericolose o troppo onerose e con l’esclusione di ogni accanimento
terapeutico. Il diritto di morire con dignità non coincide affatto con
il supposto diritto all’eutanasia, la quale è invece un comportamento
essenzialmente individualistico e di ribellione.
• L’eutanasia
nasce da un’ideologia che rivendica all’uomo pieno potere sulla vita e
quindi sulla morte; un’ideologia che affida assurdamente a un essere
umano il potere di decidere chi deve vivere e chi no (eugenetica).
•
Essa è estrema via di fuga di fronte all’angoscia della morte (vista
come inutile, un non-senso...); è una scorciatoia che non dà senso
alcuno al morire, nè conferisce dignità al morente; è una strategia di
rimozione; l’uomo è caduto vittima della paura ed invoca la morte pur
sapendo che è una sconfitta ed un atto di estrema debolezza .
• È
vista talvolta anche come un modo per contenere i costi, sopratutto nei
confronti di malati terminali, dementi, anziani macilenti e
improduttivi... peso morto per se stessi, per i familiari, per gli
ospedali, per la società...
• Chi vuole morire lascia una macchia su di noi, perché la sua rinuncia a vivere è anche colpa nostra.
•
Quanto al pensiero, tutto cattolico, che anche un minuto in più sia
importante, si pensi a quante volte l’ultimo minuto ha capovolto il
senso di tutta l’esistenza. Succede alla vita dei re come a quella dei
contadini. Può perfino capitare che sia l’unico momento dotato di un
senso. Per questo vivere in una società dove tutti fanno di tutto per
aiutarti a vivere è meglio che vivere in una società dove sai che a un
certo punto ti lasci andare e tutti ti lasciano andare.
•
L’eutanasia suscita poi una serie di interrogativi angosciosi, ai quali
nessuno riuscirebbe mai a dare risposta, qualora l’eutanasia fosse
legalizzata. Eccone alcuni:
- In base a quale criterio un soggetto può essere ritenuto ‘distrutto dal dolore’?
- Come può lo Stato determinare l’intensità della sofferenza che si richiede per legittimare l’eutanasia?
- E chi è autorizzato a decidere per il sì o per il no: il medico o anche un amico o un familiare?
-
Chi garantisce che la ‘morte dolce’ venga decisa effettivamente per
porre fine a una sofferenza ritenuta intollerabile e non per qualche
altra ragione, magari per interessi (anche economici) inconfessabili?
Qual è il ruolo dello Stato, della legge?
•
Nell’eutanasia, lo Stato, da garante e promotore di diritti
fondamentali, assume la veste di “decisore” di morte, anche se poi
l’esecuzione vera e propria è rimessa ad altri.
• Lo Stato non può
limitarsi a prendere atto di quello che è già nella mentalità e nella
prassi sociale: lo Stato moderno deve confrontarsi con la cultura dei
cittadini e con le loro istanze. Ma è altrettanto vero che non è tenuto
a recepirle quando sono lesive di diritti fondamentali.
• Da
rilevare che un fattore significativo è l’effetto sanzionatorio e
l’influenza etica che la legislazione civile ha sulla moralità
pubblica. Qualcuno pensa: “È la legge, quindi è permesso”.
• Queste potrebbero essere alcune delle conseguenze:
- un numero maggiore di persone nella nostra società accetterà l’eutanasia come una cosa normale
- il rispetto per la vita umana continuerà a diminuire
-
i medici saranno sottoposti a una pressione sociale sempre più forte
affinché pratichino l’eutanasia e il suicidio assistito, come se fosse
parte della loro responsabilità di medici e parte della loro normale
attività professionale. Inoltre diminuirà la fiducia nei medici
-
ci sarà meno disponibilità emotiva ad assistere malati allo stadio
terminale, ad affrontare la loro sofferenza, ad alleviarla e
condividerla. E’ semplicemente assurdo che si elimini il malato, perchè
non si riesce ad eliminare la malattia!
- intorno al malato potrà
crearsi un clima che lo farà sentire obbligato a sollevare gli altri
dal fardello che egli è diventato a causa delle terapie intensive a
lungo termine.
• sarebbe assurdo che il permesso di ricorrere
all’eutanasia dovesse nel tempo portare a situazioni nelle quali i
pazienti terminali, le loro famiglie e i loro medici si sentano in
dovere di giustificare il loro essere contrari all’eutanasia e al
suicidio assistito.
Che cosa fare contro la cultura della morte?
• È necessario:
- unire gli sforzi di tutti coloro che credono alla inviolabilità della vita umana, anche di quella terminale;
-
resistere a ogni tentazione di porre fine alla vita di un paziente
mediante un atto di omissione deliberato o attraverso un intervento
attivo;
- potenziare le strutture di accoglienza;
- rendere più efficienti le forme di assistenza e solidarietà familiare, civile e religiosa;
-
assicurare un’assistenza che includa forme di trattamento efficaci e
accessibili, sollievo dal dolore e forme di sostegno comuni. Occorre
evitare un trattamento inefficace o che aggravi la sofferenza, ma anche
l’imposizione di metodi terapeutici insoliti e non ordinari;
- è
di fondamentale importanza il sostegno umano, di cui può disporre la
persona morente, poiché 1a domanda che sgorga dal cuore dell’uomo nel
confronto supremo con la sofferenza e la morte, specialmente quando è
tentato di ripiegarsi nella disperazione e quasi di annientarsi in
essa, è soprattutto domanda di compagnia, di solidarietà e di sostegno
nella prova;
- occorre destinare più risorse alla cura di malati incurabili;
- promuovere una formazione etica, psicologica, sociale e tecnica degli operatori sanitari;
- morire con dignità umana richiede in particolare una “buona assistenza palliativa e una buona ospedalizzazione”.
-
è necessario promuovere, in tutti i modi, il principio secondo cui la
morte non è né può essere nella disponibilità dello Stato o della
scienza e neppure dell’individuo. Il tentativo di eliminare la malattia
e la sofferenza estrema dall’orizzonte della nostra vita con la
scorciatoia dell’eutanasia è un rischio dalle conseguenze
imprevedibili.
- occorre tener presente il pronunciamento della S.
Sede, attraverso la Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo
il quale “nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi
usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a
trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e
penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute
all’ammalato in simili casi”.
• Occorre soprattutto presentare la concezione cristiana del soffrire-morire.
Qual è la concezione cristiana del soffrire-morire?
•
La vita è un dono di Dio: l’uomo non è il padrone della propria vita,
in quanto non è lui il creatore di se stesso. Egli la riceve in dono,
come un dono prezioso è ogni istante della sua vita. L’uomo amministra
la propria vita e deve risponderne responsabilmente a Colui che gli ha
donato l’esistere.
• Il porre fine pertanto alla propria vita non
spetta all’uomo. Ogni istante della sua vita, anche quando è segnato
dalla sofferenza, dalla malattia, ha un senso, è un valore da
apprezzare e da far fruttificare per sè e per gli altri.
• Certo,
è giusto lottare contro la malattia, perché la salute è un dono di Dio.
Ma è importante anche saper leggere il disegno di Dio quando la
sofferenza bussa alla nostra porta. La “chiave” di tale lettura è
costituita dalla Croce di Cristo. Il Verbo incarnato si è fatto
incontro alla nostra debolezza assumendola su di sé nel mistero della
Croce. Da allora ogni sofferenza ha acquistato una possibilità di
senso, che la rende singolarmente preziosa, se unita alla sofferenza di
Cristo.
• La sofferenza, conseguenza del peccato originale,
assume, grazie a Cristo, un nuovo significato: diviene partecipazione
all’opera salvifica di Gesù Cristo. Unita a quella di Cristo, l’umana
sofferenza diventa mezzo di salvezza per sé e per gli altri.
• Attraverso la sofferenza sulla Croce, Cristo ha prevalso sul male e permette anche a noi di vincerlo.
• Anche la concezione della stessa morte da un punto di vista cristiano è qualcosa di nuovo e consolante.
-
Una vita che sta terminando non è meno preziosa di una vita che sta
iniziando. E per questa ragione che la persona che sta morendo merita
il massimo rispetto e le cure più amorevoli.
- La morte, nella
Fede cristiana, è un esodo, un passaggio, non la fine di tutto. Con la
morte, la vita non è tolta ma trasformata. Per colui che muore senza
peccato mortale, la morte è entrare nella comunione d’amore di Dio, la
pienezza della Vita e della Felicità, è vedere il Suo volto, che è la
sorgente della luce e dell’amore, proprio come un bambino, una volta
nato, vede i volti dei propri genitori. Per questa ragione la Chiesa
parla della morte del santo come di una seconda nascita: quella
definitiva ed eterna al paradiso.
• La vittoria definitiva e
completa di Cristo sul male, la sofferenza e la morte sarà attuata e
manifestata alla fine del mondo, allorquando Dio creerà nuovi cieli e
nuova terra, e sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15,28).
Il Primicerio della Basilica dei SS.Ambrogio e Carlo in Roma
Mons. Raffaello Martinelli
NB Per approfondire l’argomento, si leggano i seguenti documenti pontifici:
* CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, nn. 2276-2279;
* CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione sull’eutanasia, 1980.
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