RIMINI, mercoledì, 6 settembre 2006 (ZENIT.org).
Lunedì 21 agosto,
Giorgio Paolucci ha presentato al Meeting di Rimini il libro scritto
insieme a Camille Eid “I cristiani venuti dall’Islam” (Piemme, 220
pagine 12,90 Euro) nell’ambito dell'incontro "Islam e Occidente, la
sfida della libertà religiosa".
Il volume raccoglie le testimonianze di musulmani residenti in Italia,
che anche a rischio della propria incolumità dopo aver incontrato il
fascino del cristianesimo si sono convertiti e hanno ricevuto il
battesimo.
Per approfondire un tema di così scottante attualità,
ZENIT ha intervistato Giorgio Paolucci, giornalista e scrittore, nonché
caporedattore del quotidiano dell’episcopato italiano “Avvenire”.
“Il
libro – ha spiegato Paolucci – è il tentativo di portare alla luce un
iceberg. Mentre gli occidentali che si convertono all’islam sono
piuttosto noti, vanno in televisione, sono ospiti dei programmi più
visti, sono presidenti delle associazioni islamiche più famose e non
hanno problemi di visibilità, noi siamo andati a cercare le persone
che, per la natura stessa della loro esperienza, hanno problemi a far
conoscere cosa gli è capitato, anche se sono molto contenti di quanto
gli è accaduto”.
“Si tratta dei musulmani convertiti al
cristianesimo – ha continuato il giornalista –, persone che, per questa
loro libera scelta, vanno incontro a discriminazioni e minacce, in
alcuni Paesi islamici perdono i diritti civili e rischiano la pena di
morte, vengono respinti dagli stessi familiari e amici perché accusati
di apostasia”.
Una inchiesta delicata e pericolosa…
Paolucci:
Il primo problema è stato trovare i convertiti dall’islam al
cristianesimo. Tutti hanno sentito parlare di Abdul Rahman, il 41enne
afgano che rischiava la pena di morte nel marzo di quest’anno perché
accusato di apostasia e che ora vive in Italia, salvato da una
mobilitazione internazionale. Quando si è verificato il suo caso, per
15 giorni tutti i giornali in Italia, in Europa e nel mondo hanno
parlato del problema dell’apostasia e della condanna a morte che
l’islam prevede per chi si converte ad altra religione. Il nostro
compito era quello di andare a conoscere le storie ed i volti di queste
persone, facendo capire che la questione non riguarda paesi lontani
come l’Afghanistan, ma anche l’Europa e l’Italia.
Perché ci riguarda?
Paolucci:
Uno dei frutti dell’immigrazione è che l’Islam è tra noi. Essendo tra
noi lo è in tutta la sua complessità, compreso il grande nodo della
libertà religiosa, nodo che i paesi islamici e le relative comunità
sparse per il mondo non hanno ancora sciolto. Volevamo fare un libro
che approfondisse le implicazioni teologiche, giuridiche e
dell’apostasia e delle relative condanne, ma che lo facesse attraverso
dei percorsi umani, cercando di capire come può accadere che persone
amino così tanto Gesù da rischiare persecuzioni e pena di morte.
Nel
1995 è uscito anche in Italia il libro di Jean Pierre Gaudeul “Vengono
dall’Islam, chiamati da Cristo” (Emi, Bologna 1995) il cui obiettivo
era quello di analizzare le storie da un punto di vista teologico. A
noi invece interessavano le storie per intero. Ci abbiamo messo due
anni a trovarle, perché è molto difficile convincere le persone a
parlare, organizzare i racconti in modo che rimanga l’essenza,
cambiando i connotati per ragioni di sicurezza…. Alla fine abbiamo
trovato trenta storie, alcune raccontate personalmente, altre raccolte
per telefono o per internet, altre ancora recuperate da alcuni rari
articoli della stampa italiana.
Nell’introduzione al libro il
gesuita egiziano Samir Khalil Samir, docente di storia della cultura
araba e islamologia all’Università Sait-Joseph di Beirut, affronta il
problema dell’apostasia. Potrebbe illustrarci i risultati della sua
analisi?
Paolucci: Secondo Khalil Samir dallo studio del Corano
non risulta che ci sia una pena di morte per gli apostati. Ci sono 14
sure in cui si parla delle punizioni dell’apostata, ma solo in una di
queste si fa riferimento al tipo di punizione, e cioè “l’apostata sarà
punito con una punizione in questo mondo e nell’altro mondo”. Nel
passaggio che dice “in questo mondo” non viene specificato come, mentre
il Corano in genere è molto specifico sulle pene, perché se rubi deve
essere amputata la mano, se sei adultero vieni punito con cento
frustate ecc. Samir sottolinea quindi che il fatto che gli apostati
vengano condannati a morte secondo il codice penale di Arabia Saudita,
Iran, Sudan, Yemen Mauritania e Afghanistan, non deriva da una
prescrizione coranica.
Se questo è vero gli integralisti
islamici che dicono bisogna uccidere gli apostati, non parlano a nome
del Corano. Questo fatto è importante non solo per i musulmani che si
convertono al cristianesimo, ma per il fatto che l’apostasia è
diventata negli ultimi trenta anni lo strumento principale per
eliminare gli avversari politici. Molto spesso i Fratelli musulmani e
altri gruppi accusano i loro avversari politici di apostasia e quindi
non è più un problema religioso ma una tecnica di eliminazione
dell’opposizione. L’analisi condotta da Samir su questo argomento è
rivoluzionaria e si spera che sollevi un dibattito interno all’Islam.
Quanti sono in Italia i convertiti dall’islam al cristianesimo?
Paolucci:
Dati precisi non ce ne sono. Per quanto riguarda la nostra inchiesta
possiamo testimoniare di alcune centinaia di convertiti, provenienti da
paesi del nord Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia. Diversi sono
stati battezzati in Italia, altri battezzati nel loro paese e poi sono
venuti ad abitare in Italia. Altri battezzati in un paese terzo poi
arrivati in Italia.
Dalle storie che abbiamo raccolto risulta
che ci sono domande che sono nel cuore di ogni persona: il senso della
vita, la felicità, l’amore, l’amicizia, cosa c’è dopo la morte. Alcune
delle persone che abbiamo conosciuto non trovavano una risposta
soddisfacente nel Corano e nell’educazione islamica che avevano
ricevuto, nel contempo hanno incontrato delle testimonianze
affascinanti di cristiani, loro amici, colleghi di lavoro, vicini di
casa, insegnanti, che sono state l’inizio di una risposta diversa da
quella coranica musulmana. Le diverse esperienze hanno fatto scattare
l’idea che forse era il Cristianesimo, Gesù, e non il Corano, la cosa
che stavano cercando per realizzare il loro percorso umano.
[Giovedì, la seconda parte dell’intervista]
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