Catechesi di Padre Cantalamessa, predicatore del Papa, sul lavoro nella vita del Cristiano
Non importa tanto che lavoro uno fa, quanto come lo fa. Questo ristabilisce
una certa parità, al di sotto di tutte le differenze (a volte ingiuste e
scandalose) di categoria e di rimunerazione. Una persona che ha svolto mansioni
umilissime nella vita, può "valere" molto di più di chi ha occupato posti di
grande prestigio.
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XXXIII Domenica del tempo ordinario [C]
Malachia 3,
19-20a; 2 Tessalonicesi 3, 7-12 1, 12-17; Luca 21, 5-19
CHI NON LAVORA NEPPURE MANGI
Il Vangelo di questa Domenica fa parte dei famosi discorsi sulla fine del
mondo, caratteristici delle ultime domeniche dell'anno liturgico. Pare che in
una delle prime comunità cristiane, quella di Tessalonica, vi fossero dei
credenti che traevano, da questi discorsi di Cristo, una conclusione sbagliata:
inutile affannarsi, inutile lavorare e produrre, tanto tutto sta per passare;
meglio vivere giorno per giorno, senza assumere impegni a lungo termine, magari
ricorrendo a piccoli espedienti per vivere.
Ad essi risponde san Paolo nella seconda lettura: "Sentiamo che alcuni di voi
vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali
ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane
lavorando in pace". All'inizio del brano, san Paolo ricorda la regola che egli
ha dato ai cristiani di Tessalonica: "Chi non vuole lavorare, neppure
mangi".
Questa era una novità per gli uomini di allora. La cultura alla quale essi
appartenevano disprezzava il lavoro manuale, lo riteneva degradante per la
persona e tale da essere lascia to agli schiavi e agli incolti. Ma la Bibbia ha
una visione diversa. Fin dalla prima pagina essa presenta Dio che opera per sei
giorni e si riposa nel settimo giorno. Tutto questo, prima ancora che nella
Bibbia si parli del peccato. Il lavoro fa dunque parte della natura originaria
dell'uomo, non della colpa e del castigo. Il lavoro manuale è altrettanto
dignitoso di quello intellettuale e spirituale. Gesù stesso dedica una ventina
d'anni al primo (supposto che abbia incominciato a lavorare verso i tredici
anni) e solo un paio di anni al secondo.
Un laico ha scritto: "Che senso e che valore ha il nostro lavoro di laici
davanti a Dio? È vero che noi laici ci dedichiamo anche a tante opere di bene
(carità, apostolato, volontariato); però la maggior parte del tempo e delle
energie della nostra vita dobbiamo dedicarle al lavoro. Quindi, se il lavoro non
vale per il cielo, ci troveremo ad avere ben poco per l'eternità. Tutte le
persone che abbiamo interpellato non hanno saputo darci risposte soddisfacenti.
Ci dicono: 'Offrite tutto a Dio!'. Ma basta questo?"
Rispondo: No, il lavoro non vale solo per la "buona intenzione" che si mette
nel farlo, o per l'offerta che se ne fa a Dio al mattino; vale anche per se
stesso, come partecipazione all'opera creatrice e redentrice di Dio e come
servizio ai fratelli. "Con il lavoro, si legge in un testo del Concilio, l'uomo
abitualmente provvede alle condizioni di vita proprie e dei suoi familiari,
comunica con gli altri e rende servizio agli uomini suoi fratelli, può praticare
una vera carità e collaborare con la propria attività al completarsi della
divina creazione. Ancor più: sappiamo per fede, che, offrendo a Dio il proprio
lavoro, l'uomo si associa all'opera stessa redentiva di Cristo" (Gaudium et
>Spes, 67).
Non importa tanto che lavoro uno fa, quanto come lo fa. Questo ristabilisce
una certa parità, al di sotto di tutte le differenze (a volte ingiuste e
scandalose) di categoria e di rimunerazione. Una persona che ha svolto mansioni
umilissime nella vita, può "valere" molto di più di chi ha occupato posti di
grande prestigio.
Il lavoro, si diceva, è partecipazione all'azione creatrice di Dio e
all'azione redentrice di Cristo ed è fonte di crescita personale e sociale, ma
esso, si sa, è anche è fatica, sudore, pena. Può nobilitare, ma può anche
svuotare e logorare. Il segreto è mettere il cuore in quello che fanno le mani.
Non è tanto la mole o il tipo di lavoro esercitato che stanca, quanto la
mancanza di entusiasmo e di motivazione. Alle motivazioni terrene del lavoro, la
fede ne aggiunge una eterna: le nostre opere, dice l'Apocalisse, ci seguiranno
(Ap 14,13).
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