Da circa un anno monsignor Raffaello Martinelli, Officiale alla
Congregazione per la Dottrina della Fede e collaboratore del Cardinale
Joseph Ratzinger per 23 anni, ha messo a disposizione dei fedeli presso
la Basilica dei SS Ambrogio e Carlo al Corso, a Roma, alcune schede
catechistiche su argomenti di attualità, redatte sulla base del
Catechismo e di altri documenti pontifici. Considerando la qualità, la
competenza e l’utilità di queste schede catechistiche abbiamo deciso di
pubblicarne una ogni giovedì.
CHE COSA DICE LA CHIESA CIRCA I DICO?
* Nei confronti della singola persona, la Chiesa dice SI:
●
al rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua condizione sessuale e
la sua scelta di vita affettiva e relazionale. Tale rispetto le è
dovuto, proprio in quanto persona, la quale, perché creata a immagine e
somiglianza di Dio, precede e trascende la propria sessualità;
● a
utili garanzie e tutele giuridiche per la persona che convive, da
attuare nell’ambito dei diritti individuali, all’interno della
normativa civilistica, senza ipotizzare una nuova figura giuridica;
●
a un’accoglienza positiva dei conviventi, mediante iniziative pastorali
concrete, attuate da personale preparato e competente.
* Nei confronti della famiglia, la Chiesa dice SI:
●
alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Circa la
famiglia, sono tre i caratteri distintivi e imprescindibili: la
differenza sessuale, la fedeltà stabile tra i coniugi e l’apertura alla
vita. E ciò per natura, cioè da sempre e dovunque, e non per cultura,
cioè a seconda delle usanze, delle etnie, delle latitudini e delle
mode. “Il matrimonio come istituzione non è una indebita ingerenza
della società o dell’autorità, l’imposizione di una forma dal di fuori
nella realtà più privata della vita; è invece esigenza intrinseca del
patto dell’amore coniugale e della profondità della persona umana”
(BENEDETTO XVI, Discorso al Convegno della Diocesi di Roma, 6 giugno 2006);
●
a una indispensabile e prioritaria politica familiare, a favore: dei
giovani, delle coppie giovani sposate, di una abitazione a prezzo
agevolato, delle famiglie povere, della tutela della
natalità-fecondità-maternità, dei figli già nati e che nasceranno,
degli anziani in famiglia, delle madri lavoratrici in casa e fuori…
● a un’azione pastorale più incisiva e completa verso la famiglia (pastorale familiare);
●
a una testimonianza positiva e gioiosa delle coppie sposate in chiesa,
così da offrire un esempio, un modello attraente, appetibile per i
giovani fidanzati e per le stesse coppie di fatto.
* La
Chiesa, pertanto, dicendo SI alle suddette realtà fondamentali, dice di
conseguenza NO alla legalizzazione delle unioni di fatto, che è
inaccettabile sul piano di principio, e pericolosa sul piano sociale ed
educativo.
Esaminiamo in particolare i motivi di questo NO.
PERCHÈ LA CHIESA DICE NO ALLA LEGALIZZAZIONE DELLE UNIONI DI FATTO ETEROSESSUALI?
Perché, tale legalizzazione:
*
toglie al matrimonio la sua unicità, che sola giustifica i diritti che
sono propri dei coniugi e che appartengono soltanto a loro. Estendendo
alle coppie di fatto alcuni diritti riservati finora al matrimonio e
alla famiglia, si introduce qualcosa di pericolosamente alternativo
alla famiglia, così come è definita anche nella Costituzione Italiana;
*
rende inutili i matrimoni civili: se un uomo e una donna vogliono che
il Diritto riconosca la loro unione, lo strumento c’è già, ed è il
matrimonio al Comune;
* influisce negativamente sulla
mentalità e sul costume sociale. La storia insegna che ogni legge crea
mentalità e costume, e questo perchè la legge, qualunque legge, è di
per se stessa un pedagogo:
● e questo: perché spesso si pensa che
ciò che è legale sia anche morale e dunque cadono le remore etiche;
perché la legalizzazione di una prassi la rende più comodamente
accessibile; perché elimina le pene e le sanzioni;
● i Dico diventano anche un modello, un invito, un simbolo, un incentivo per i giovani a non assumersi responsabilità;
●
“Quando vengono create nuove forme giuridiche che relativizzano il
matrimonio, la rinuncia al legame definitivo ottiene, per così dire,
anche un sigillo giuridico. In tal caso il decidersi per chi già fa
fatica, diventa ancora più difficile” (BENEDETTO XVI, Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2006);
*
è in contraddizione con la natura della convivenza di fatto, la quale
ha in sé un principio, quello del rifiuto del vincolo pubblico, in
quanto si affida alla sola volontà delle parti di mantenere o risolvere
la relazione. Ciò significa un principio di individualismo e
soggettivismo totale, per cui il singolo ha per coscienza solo la sua
libera scelta e può determinare il rapporto come un mero dato di fatto,
che non vuol riconoscere come vera relazione pubblica;
* cela
un equivoco radicale e cioè il principio assolutizzante secondo cui è
vietato vietare: ciascuno è libero di fare ciò che crede, senza diritto
di determinare in alcun modo i comportamenti altrui;
* pone alcune domande fondamentali:
●
A quale quadro di valori e di principi ci si riferisce circa: la
concezione dell’uomo, della donna, della famiglia, della società, del
futuro?
● Quali devono essere i criteri di riferimento nel
prendere le decisioni in una società democratica: solo il criterio del
numero di maggioranza?
* crea la possibilità di frodi, abusi,
truffe di chi vuole aver benefici e diritti senza avere alcun dovere.
Infatti come si può controllare se la relazione sessuale dei conviventi
è effettiva o soltanto dichiarata per ottenere il godimento dei diritti
che deriverebbero dai Dico? In alcuni paesi europei (ad es. la
Francia) esiste ormai un traffico di diritti di conviventi offerti a
precise tariffe. Inoltre può benissimo succedere un altro tipo di
truffa: che uno dei due conviventi dichiari la convivenza senza che
l’altro lo sappia. Cioè Tizio e Caia coabitano. Caia va all’anagrafe,
invia a Tizio la raccomandata, che arriva quando Tizio non è a casa. A
casa c’è lei, dato che vivono insieme, e lei firma la ricevuta: così
Tizio non sa che ha fatto un Dico…
PERCHÈ LA CHIESA DICE NO ALLA LEGALIZZAZIONE DELLE UNIONI OMOSESSUALI?
Oltre
a tutti i motivi sopra-addotti contro la legalizzazione delle coppie di
fatto eterosessuali, ci sono ulteriori motivi aggravanti contro la
legalizzazione delle unioni omosessuali.
La Chiesa dice NO alla relazione omosessuale, in quanto questa:
1)
non riconosce la differenza specifica sessuale, l’originalità oggettiva
e rispettiva di ciascun sesso (donna, uomo); relativizza e addirittura
contraddice il riconoscimento sia della differenza che della
complementarietà tra l’uomo e la donna; non rappresenta una
integrazione della complementarietà sessuale. Diventa così uguale il
mettersi insieme di un uomo e una donna o di due persone dello stesso
sesso. Mentre nella corporeità dell’uomo e della donna c’è scritta una
naturale e strutturale differenza e insieme complementarità in vista
della stessa vita affettiva, sessuale dei coniugi;
2) non può
dare vita a un figlio, e quindi tra l’altro non può dare quel
fondamentale contributo alla società che è la procreazione. Quel
contributo senza il quale la società si suicida. Solo la famiglia
aperta alla vita può essere considerata vera cellula della società,
perché garantisce la continuità e la cura delle generazioni. Il bene
della generazione dei figli è la ragione specifica del riconoscimento
sociale del matrimonio. È interesse della società e dello Stato che la
famiglia sia solida e cresca nel modo più equilibrato possibile.
IN CHE SENSO I DICO CREANO UNA GRAVE DISCRIMINAZIONE?
*
Essi creano una grave discriminazione in quanto trattano in modo uguale
situazioni molto diverse. Esiste infatti una rilevante differenza:
● tra matrimonio e convivenza, che sono realtà molto diverse:
•
sul piano oggettivo: esiste una rilevante differenza tra chi si impegna
pubblicamente di fronte alla collettività a formare un nucleo
familiare, e chi vuole che il proprio legame resti di natura privata;
•
sul piano sessuale: esiste una radicale differenza tra la relazione di
un uomo e una donna rispetto alla relazione di due persone dello stesso
sesso;
• quanto alla durata della relazione: c’è differenza tra l’impegno assunto ad tempus (pro nunc: per ora, limitato nel tempo) come fa la convivenza, e l’impegno assunto pro semper (per sempre) come avviene nel matrimonio;
•
sul piano del rapporto tra diritti e doveri: mentre il matrimonio è
fortemente impostato sui doveri, per tutelare il più possibile i
soggetti deboli, le nuove forme di convivenza sarebbero centrate
maggiormente sui diritti;
● tra convivenze e altre relazioni
affettivo-solidaristiche (ad esempio: forme di assistenza reciproca tra
anziani o tra religiosi che vivono insieme e si sostengono
reciprocamente o tra nonni e nipoti che vivono insieme…): perché mai
privilegiare i conviventi? Forse perché le loro relazioni hanno alla
base un’unione sessuale? Ma, se conta solo questa, allora bisognerebbe
incentivare economicamente anche altre relazioni sessuali, quali ad
esempio la poligamia, l’incesto… E poi, perché solo le relazioni tra
due persone, non tra tre, quattro o più persone?
* D’altra parte, concedere uno status
diverso ai coniugi rispetto ai conviventi non è una discriminazione: la
relazione dei coniugi è diversa da quella dei conviventi, perché
questi, tra l’altro, non si assumono le responsabilità e gli obblighi a
cui i coniugi si impegnano.
IN CHE MODO I DICO PONGONO GRAVI PROBLEMI SUL PIANO DEL DIRITTO?
* Essi pongono gravi problemi sul piano del Diritto, in quanto:
●
introducono una nuova fattispecie, poiché i diritti dei conviventi
vengono riconosciuti appunto in quanto di conviventi, in quanto cioè la
convivenza è considerata giuridicamente rilevante per la società;
● snaturano la realtà stessa del Diritto:
•
Il Diritto non esiste allo scopo di dare forma giuridica a qualsiasi
tipo di convivenza o di fornire riconoscimenti ideologici. Il Diritto
ha invece il fine di garantire risposte pubbliche a esigenze sociali
che vanno al di là della dimensione privata dell’esistenza.
• Non
ogni nostro desiderio o scelta può e deve essere riconosciuto dal
Diritto, o addirittura diventare uno status. Soprattutto, non è il
valore soggettivo di un rapporto interpersonale a determinare il grado
di protezione che deve ricevere dall’ordinamento giuridico, ma il suo
valore sociale. L’ordinamento non protegge un rapporto solo perché
percepito come significativo dai soggetti che vi sono coinvolti, ma
perché ad esso riconnette un valore per l’intera società. Per es.,
l’amicizia, pur essendo una delle cose in assoluto più gratificanti per
una persona, e pur potendo essere addirittura più forte e significativa
di alcuni convivenze di coppie, per il Diritto non è rilevante.
•
Per di più, l’elemento affettivo sfugge all’osservazione del Diritto:
come lo si pesa? Con quale criterio si valuta la sua importanza?
•
Appare assurdo e contraddittorio che l’ordinamento giuridico riconosca
uno status ‘di diritto’ a conviventi che vogliono rimanerlo solo ‘di
fatto’.
* In ogni caso, il timbro di legalità, apposto variamente, non modifica una cosa ingiusta, rendendola giusta.
SONO MOLTE LE COPPIE DI FATTO, IN ITALIA?
In
Italia, le coppie di fatto eterosessuali sono certamente in aumento,
sebbene restino a livelli assai più contenuti che in altri Paesi, ma la
grande maggioranza di loro vive nella previsione di un futuro possibile
matrimonio, oppure preferisce restare in una posizione di anonimato e
di assenza di vincoli. Secondo alcune attendibili inchieste, tali
coppie di fatto sono appena il 4% del totale, e solo il 6% degli
italiani ritiene che i Dico siano un problema importante. Nei
comuni italiani dove sono stati istituiti i registri delle unioni di
fatto, e nei Paesi europei dove già esistono legislazioni similari ai Dico, la richiesta di iscriversi è stata davvero irrisoria, cioè interessa pochissimo ai conviventi. Dunque i Dico
non regolerebbero un imponente fenomeno di costume (che non c’è), ma lo
promuoverebbero e incoraggerebbero, creando opzioni alternative alla
stessa famiglia, che è e resta una risorsa insostituibile anche per la
stessa società.
COME GARANTIRE ALCUNI DIRITTI ALLE PERSONE CONVIVENTI?
* Alcuni diritti sono già garantiti, ad esempio:
● la tutela dei figli, nati fuori dal matrimonio, è già garantita sia della Costituzione che dal Diritto di famiglia;
● è già consentita la visita in ospedale o in carcere al convivente di fatto;
●
è già garantita al convivente superstite la permanenza nell’abitazione
affittata dal compagno/a defunto/a, purché entrambi stipulino il
contratto;
● è vero che il convivente non è erede, ma ciò può avvenire, limitatamente alla quota disponibile, mediante testamento;
● la pensione di reversibilità non spetta al convivente, e questo perché:
• la Corte Costituzionale (461/2000) ha spiegato che essa non è un diritto umano fondamentale;
• la sua attribuzione esige una certezza di rapporto, per evitare frodi;
• è un giusto beneficio e privilegio per il matrimonio, data la sua funzione sociale;
• l’autonomia privata viene incontro ai conviventi, che possono stipulare polizze assicurative volontarie;
•
la pensione di reversibilità ha un profilo pubblicistico: è un onere
che ricade a carico di tutta la collettività, la quale dove troverebbe
le risorse per finanziare questa operazione, visto che non riesce ad
aumentare adeguatamente neppure le pensioni minime agli anziani?
*
Altri diritti si possono riconoscere comunque ai singoli in quanto
singoli, ma non in quanto aventi relazioni di coppia. Se si rivelasse
la necessità di allargare la protezione giuridica di singole persone
che convivono, si può seguire la strada del diritto comune o quella di
modifiche del codice civile, oppure quella di regolamenti
amministrativi, o iniziative autonome delle parti, purché si rimanga
nell’ambito dei diritti e doveri della persona.
COME DEVE COMPORTARSI IL POLITICO CATTOLICO?
Il Papa Benedetto XVI, nella sua recente Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis,
ha affermato: «I politici e i legislatori cattolici, consapevoli della
loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente
interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e
sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana», tra i
quali rientra «la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna» (n.
83). «I Vescovi – continua il Santo Padre – sono tenuti a richiamare
costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei
confronti del gregge loro affidato» (ivi). Sarebbe quindi incoerente
quel cristiano che sostenesse la legalizzazione delle unioni di fatto.
Il
fedele cristiano è tenuto a formare la propria coscienza confrontandosi
seriamente con l’insegnamento del Magistero e pertanto non «può
appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in
politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la
salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune
della società» (Nota dottrinale della Congregazione per la Dottrina
della Fede circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il
comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 5).
*
In particolare occorre ricordare l’affermazione precisa della
Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un
progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni
omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere
chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il
progetto di legge» (Considerazioni della Congregazione per la
Dottrina della Fede circa i progetti di riconoscimento legale delle
unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, n. 10).
PERCHÈ I VESCOVI INTERVENGONO?
*
I Vescovi hanno il diritto e dovere di essere custodi di una verità e
di una sapienza che traggono la loro origine dal Vangelo e che
continuano a produrre frutti preziosi di amore, di fedeltà e di
servizio agli altri, come testimoniano ogni giorno tante famiglie. E
pertanto hanno la responsabilità di illuminare la coscienza dei
credenti, perché trovino il modo migliore di incarnare la visione
cristiana dell’uomo e della società nell’impegno quotidiano, personale
e sociale, e di offrire ragioni valide e condivisibili da tutti a
vantaggio del bene comune.
* La Chiesa da sempre ha a cuore la
famiglia e la sostiene con le sue cure, consapevole, insieme con
moltissimi altri, anche non credenti, del valore rappresentato dalla
famiglia per la crescita delle persone e della società intera, per le
quali l’esistenza della famiglia è una risorsa insostituibile. Per
questo da sempre chiede che anche il legislatore la promuova e la
difenda.
* “Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi
in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere: forse che l’uomo
non ci interessa? I credenti, in virtù della grande cultura della loro
fede, non hanno forse il diritto di pronunciarsi in tutto questo? Non è
piuttosto il loro – il nostro – dovere alzare la voce per difendere
l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità inseparabile di corpo e
anima, è immagine di Dio?” (BENEDETTO XVI, Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2006).
*
Occorre guardarsi “da quell’atteggiamento pragmatico, oggi largamente
diffuso, che giustifica sistematicamente il compromesso sui valori
umani essenziali, come se fosse l’inevitabile accettazione di un
presunto male minore” (BENEDETTO XVI, Discorso, 24-3-07).
*
I Vescovi offrono pertanto l’occasione alla coscienza di tutti e in
particolare a quanti hanno la responsabilità di fare le leggi, di
interrogarsi sulle scelte coerenti da compiere e sulle conseguenze
future delle loro decisioni.
* I Vescovi non hanno interessi
politici da affermare; solo sentono il dovere di dare il loro
contributo al bene comune, sollecitati oltretutto dalle richieste di
tanti cittadini che si rivolgono a loro.
Mons. Raffaello Martinelli
NB: per approfondire l’argomento, si leggano i seguenti documenti:
- Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n.47- 50;
- Paolo VI, Lettera Enciclica Humanae vitae, 1968;
- Giovanni Paolo II, Esor. Ap. Familiaris consortio, 1982; Lettera Ap. Mulieris dignitatem, 1988;
- Benedetto XVI, Deus Caritas est, LEV, 2006;
- Congregazione per la Dottrina della Fede:
● Dichiarazione Persona humana, 1975;
● Alcune questioni di etica sessuale, 1976;
● Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986;
● Istr. Donum vitae, 1988;
● Alcune Considerazioni concernenti la Risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992;
● Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003;
● Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella chiesa e nel mondo, 2004.
- Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), nn. 337-350; 487-502 ; 1601-1666; 2331- 2400; 2357-2359, 2396;
- Compendio del CCC, nn. 487-502;
- Pontificio Consiglio per la Famiglia, Sessualità umana: verità e significato, 1995 (VS);
- Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione circa i criteri di discernimento vocazionale…, 4 nov. 2005;
- Conferenza Episcopale Italiana, Nota
del Consiglio Episcopale Permanente a riguardo della famiglia fondata
sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto, 28-3-07;
- Commissione Teologica Internazionale, Comunione e servizio, la persona umana creata a immagine di Dio, 2004, nn.32-39, 2004;
- Si vedano anche altre mie schede catechistiche: Donna e uomo; Matrimonio e famiglia; PACS; Omosessualità e Chiesa.
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