Riportiamo di seguito la seconda parte del testo inedito di una
conferenza sulla gioia tenuta da Padre Jesús Castellano Cervera, OCD,
nel 2002 presso l’Associazione delle Carmelitane di Terra Santa
Scorrendo le pagine dei mistici, come Teresa d’Avila, s’impongono
alcune considerazioni basilari. Ogni incontro con il Signore lungo il
cammino della vita è sorgente di felicità sempre più piena, sempre più
vera, travolgente, comunitaria. E’ frutto delle prove superate, della
maturità acquisita, dell’esperienza che si afferma con il procedere nel
cammino di Dio. Ma ci sono due aspetti della gioia che sono quasi al
vertice dell’esperienza umana e cristiana dei santi. La prima è la
gioia pura che brilla come una luce attorno al buio della sofferenza,
delle prove accettate e subite, quelle di Dio e quelle degli uomini. E’
la gioia non facile, contraddittoria, mistica – perché puro dono di Dio
–, come quella sperimentata e cantata da Paolo in mezzo alle
tribolazioni. Il sovrabbondare della gioia in mezzo al dolore fisico o
morale, spirituale, è puro dono di Dio, esperienza forte e chiara della
grazia.
Il sorriso di un malato, gli occhi luminosi di un
cristiano in mezzo alla sofferenza, l’impasto di lacrime e di sorriso
che spesso vediamo in cristiani e cristiane che vivono la croce
luminosa e gloriosa, sono segni vivi della presenza di un dono dello
Spirito. Queste scintille di gioia che si sprigionano dagli occhi dei
nostri fratelli e sorelle nel momento del dolore, sostenuto con
eroismo, aiutato dalla carità della presenza e della compagnia, sono
manifestazioni di risurrezione, dimostrazioni dell’esistenza di Dio,
proprio come l’evidenza dell’esistenza di una logica divina, un modo
nuovo di essere, una testimonianza della trascendenza, come un risalire
dell’abisso. Sono segni veri e propri della risurrezione, tanto più
credibili quanto più contrari alla logica del mondo.
Sorrisi di
malati e carcerati, di poveri e di sofferenti, di perseguitati e di
condannati ingiustamente, sono luci che accende solo lo Spirito Santo,
luce dei cuori…La letteratura antica cristiana è piena di testimonianze
della gioia dei martiri portati al rogo, nella compostezza delle loro
risposte, nelle espressioni quasi liturgiche di un Amen o di un
Alleluia, nell’umorismo con cui rispondono ai persecutori, quasi
sollevando un velo sulle certezze interiori. Ricordiamo il Vescovo
Policarpo che al giudice che lo esorta a rinnegare Cristo risponde che
è da 85 anni che lo serve e non gli ha fatto alcun male e non può
rinnegarlo ora. I martiri di Abitene ai quali il giudice dice di
consegnare le Scritture che hanno letto nell’assemblea rispondono che
le scritture le hanno tutte scritte nei loro cuori e affermano, quando
sono rimproverati per aver celebrato il loro culto proibito dalle leggi
imperiali, che i cristiani non possono vivere senza celebrare
l’Eucaristia.
Una gioia contagiosa si sprigiona dai martiri nel
giorno della loro passione. Nel martirio di Perpetua e Felicita si
afferma: “Splendette infine il giorno della vittoria e passarono dalla
prigione all’anfiteatro, come se fosse in cielo, esultando, ma piene di
dignità, trepidanti forse ma di gioia, non di paura” (11). E’ questa la
vera letizia pasquale, dono di Dio, frutto dello Spirito, prova
dell’esistenza del soprannaturale. Anche se corriamo il pericolo di
idealizzare la vita dei primi cristiani essi sono sempre punto di
riferimento anche per oggi. Di essi è stato scritto: “La gioia dei
primi cristiani come del resto quella dei cristiani di tutti i secoli,
là dove il cristianesimo è compreso nella sua essenza e vissuto nella
sua radicalità, la gioia dei primi cristiani era una gioia invero
nuova, mai conosciuta fino allora. Non aveva niente a che fare con
l’ilarità, con il buon umore, con l’allegria…Né era semplicemente la
gioia esaltante dell’esistenza e della vita – come direbbe Paolo VI –
né la gioia pacificante della natura e del silenzio; né la gioia o
soddisfazione per il lavoro compiuto, né solamente la gioia trasparente
della purezza o dell’amore casto. Tutte gioie belle. Quella dei primi
cristiani era diversa: una gioia simile a quella ebbrezza che aveva
invaso i discepoli alla discesa dello Spirito Santo. Era la gioia di
Gesù…E la gioia dei primi cristiani sgorgava spontanea dal fondo del
loro essere, saziava completamente il loro animo. Essi avevano trovato
veramente ciò di cui l’uomo di oggi, di sempre va in cerca: Dio che lo
soddisfa pienamente. Avevano trovato la comunione con Dio, elemento
essenziale alla loro piena realizzazione…Questa era la felicità dei
primi cristiani adulti e giovani (l’unità fra l’amore di Dio e l’amore
dei fratelli) che si sprigionava in liturgie festose, traboccanti di
inni di lode e di ringraziamento…” (12).
Una gioia che
conquistava, una evangelizzazione per irradiazione che ha conquistato
l’impero romano. Una lezione sempre viva per noi cristiani di oggi,
doverosi testimoni della gioia in favore dell’uomo e della donna del
“postmoderno”, tutti attirati dalla soggettività e dal desiderio di
sentire più che di pensare, che vuole fare esperienza e si convince
solo con le ragioni del cuore e la riprova del sentimento, come
convinzione totale.
Ascesi e mistica della gioia cristiana
Si
può affermare che esiste una ascesi ed una mistica della gioia
cristiana. Giovanni della Croce, profondo conoscitore delle
“pneumopatologie” dell’uomo e quindi delle “pneumoterapie” dello
spirito e della psiche, ha osservato per esempio che gli appetiti…o
desideri disordinati, fra l’altro, “intristiscono” la persona e la
tormentano a lungo andare anche se per un momento sembrano soddisfare i
desideri che restando inappagati creano il disagio della non continuità
del gaudio. E’ stato notato dagli “etologi” la tristezza che segue
negli animali anche alla gioia dell’atto sessuale: “Post coitum omne
animal triste”. Quante tristezze nel mondo vengono a rendere tristi le
persone dopo le gioie disordinate!
Nella sua logica Giovanni
della Croce educa le persone a non porre la gioia in godimenti
passeggeri e così conduce a incentrare tutte le energie nell’amore
vero, distaccato e puro che diventa sorgente di gioia profonda e
sicura. Dio stesso, afferma ancora Giovanni della Croce, prova le
persone quasi per illuminarle dal di dentro come un legno che investito
dal fuoco e purificato diventa incandescente. Ogni gioia vera è
purificata, libera, pacifica. Oltre a questa gioia provata, la mistica
conosce anche una vera e propria esplosione di questa “passione” umana
resa divina. Due sono le forme della gioia mistica. La prima è quella
tutta carismatica che rende la persona letteralmente pazza di gioia,
desiderosa di cantare il suo Dio, tutta desiderosa di comunicarlo agli
altri. Ci sono stati momenti di gioia carismatica, come in san
Francesco di Assisi e in san Filippo Neri. Ma non solo. L’altra gioia
mistica è quella che Giovanni della Croce chiama la festa dello
Spirito, una specie di esplosione di carità che nel profondo
dell’essere – sensi e sentimenti, psicologia e spirito –trabocca, come
un anticipo della gloria celeste.
Pedagogia della gioia
Oggi
vanno di moda i libri che fra la spiritualità, la psicologia e la
pedagogia, con una buona dose di realismo spirituale e di sana
psicologia, insegnano l’arte di essere felici. Nelle mie ricerche
sull’argomento ne ho trovati due di valore. Il primo, più nella linea
carismatica, è opera di un buon terapeuta, padre di famiglia, impegnato
nel ministero della guarigione, Jean Pliya, Siate sempre nella gioia
(13). Una specie di manuale di terapia spirituale per l’uomo di oggi.
Il secondo è del celebre monaco Anselm Grun, benedettino tedesco,
grande maestro del realismo cristiano per la serenità e la guarigione
dei cristiani di oggi che vogliono riacquistare una sana spiritualità
divino-umana, con radici evangeliche e serenità umanistica. Il titolo
del libro è un programma. Ritrovare la propria gioia (14). Rimando a
questi autori per chi vuole sapere di più.
Un breve decalogo esistenziale della gioia
Io,
che mi ritengo una persona felice e realizzata nella mia vocazione, ho
pensato di dover testimoniare quello che vivo ed offrire una specie di
decalogo della mia felicità, della mia esperienza gioiosa di essere
quello che sono. Ed ho compilato un piccolo decalogo della felicità con
aspetti positivi e negativi.
1. La gioia della gratuità
Si
tratta di vivere sempre con un senso di gratitudine e di gratuità. La
prima apre il cuore al ringraziamento verso Dio. La seconda ti aiuta a
donarti costantemente agli altri, senza badare troppo all’egoismo. La
gratitudine sgorga dalla consapevole esperienza di quanto si deve a
Dio, vissuta ogni giorno in lunghi tempi di preghiera ed in piccoli
attimi di contemplazione. Essa ti allarga il cuore. La gratuità del
servizio nell’amore oltre a dilatare la capacità di amare ti permette
di uscire da te e di godere delle mille gioie della comunione, della
relazione, della creatività. E’ il dono della vita fatto agli altri che
ti fa vivere ancora più in abbondanza e ti gratifica per il dono fatto
che, passando in verità dal cuore, non può non renderlo più buono.
2. Davanti a Dio nella preghiera
Alle
volte anche senza volerlo sentiamo che il nostro stato d’animo, pur
nella felicità sostanziale, ha zone d’ombra. Basta scendere un po’ in
profondità nella propria coscienza per ritrovare le piccole radici dei
dolori dell’anima, delle nostre pneumapatologie. Piccoli noduli che non
lasciano scorrere la gioia. Piccoli buchi dell’anima da dove scorre e
si perde la nostra energia spirituale. Il bisogno di un po’ di umiltà
che è l’unguento delle nostre ferite, dice Teresa d’Avila, e la mitezza
che è saper sopportare gli altri, ma specialmente sapere sopportare se
stessi, è una buona pneumoterapia cristiana. Un tuffo nel realismo,
nell’accettazione della realtà, nella misericordia di Dio ed ecco, per
poi risalire rigenerati.
3. Superare le tentazioni contro la gioia
Ci
sono momenti più prolungati in cui siamo tentati contro la gioia, è il
tempo dell’accidia spirituale. Un momento di riflessione, una
prolungata preghiera, un porre un ordine nella vita, ti dice subito che
nell’insieme dei valori e delle funzione della buona armonia
spirituale, manca l’equilibri degli aspetti. Qualche zona importante
della nostra vita (affettività, preghiera, riposo, riflessione,
ricreazione…) non è stata abbastanza curata. Un tocco di equilibrio
ridona la gioia. Si tratta insieme di porre rimedio, di riscendere alle
sorgenti della gioia vera, di inondare di luce le tenebre dello spirito.
4. La bellezza del quotidiano
La
vita è seminata dalla mattina di piccole gioie e sorprese: la liturgia
ben vissuta, l’incontro con i fratelli e le sorelle, il saluto gioioso,
la telefonata, l’occhiata ai giornali e alla TV, il cibo, l’igiene
personale ed il riposo, la riuscita di un lavoro, la certezza di una
amicizia…Sana spiritualità è prendere con gratitudine queste gioie che
vengono dalla fonte della gioia, con una visione non negativa ma
positiva della vita spirituale. Se poi si vivono tutte queste cose in
comunione la gioia si moltiplica: si dona e si riceve dagli altri.
5. La gioia dell’amicizia
Gioia
spirituale è per me l’esperienza di una buona amicizia con i santi del
cielo e con quelli della terra. L’amicizia è una fonte di gioia, anche
se essa deve passare per doverose purificazioni. Avere amici ed amiche,
anche di grande valore nella Chiesa e sentirsi apprezzati e stimati da
essi, interpellati anche per lavori di collaborazione è una fonte di
gioia che invita a dare un grande rilievo all’amicizia nella vita
religiosa e nella Chiesa. Sono piuttosto favorevole ad una Chiesa amica
e fraterna e per questo gioiosa e capace di vivere con tutti. Ma mi
sento gioioso di avere una buona amicizia con Dio. Certamente con
Cristo e con il Padre, ma anche e in modo tutto speciale con lo Spirito
Santo, mio consolatore e difensore.
6. Nella saggezza del momento presente
Un
grande segreto della gioia è la capacità di vivere il momento presente.
In realtà, non possiamo vivere se non il presente, ma se diventa
un’illusione che ci fa guardare indietro, corriamo il pericolo di
diventare statue di sale come la moglie di Lot; e se scappiamo dal
presente verso un futuro ancora inesistente, rischiamo di vivere
estrapolati dal realismo del qui ed ora della vita. Vivere il presente
è affidarsi a Dio ed è capacità di tenere sempre i piedi per terra,
affrontare i problemi ad uno ad uno. E vincere le ansietà, una ad una,
per rimanere nella gioia. Gioia è essere se stessi, credere nel Dio del
momento presente e sentire che si è nel posto dove Dio vuole che siamo,
facendo quello che egli vuole che facciamo. Questa è gioia vera, le
altre cose sono vane illusioni, sorgenti di scontentezza.- Essere
gioiosi è anche essere contenti di quello che si è e di quello che si
ha…
7. La cordialità dei rapporti
E’ per me fonte di
gioia la cordialità con la quale cerco di trattare gli altri e la
cordialità con cui sono ripagato, perché “amore suscita amore”, dice
Teresa d’Avila. E seguo la norma del mio san Giovanni della Croce:
“dove non c’è amore, metta amore e ricaverà amore”. Ho letto queste
belle parole di Vincenzo de’ Paoli che mi hanno molto gratificato: “Se
la carità fosse una mela, la cordialità sarebbe il suo colore. Ci
capita di vedere a volte certe persone con un bel viso tutto rosso e
colorito, che le fa belle e vive. Ora se la mela è la carità, la
cordialità è il suo colore. Capite come la cordialità è una virtù con
la quale si testimonia l’amore che abbiamo per il prossimo, amore che è
necessario per compiere il bene verso quanti ci avvicinano? Si potrebbe
anche dire che se la carità è l’albero, le foglie e i frutti sono la
cordialità, e se la carità fosse il fuoco la cordialità ne sarebbe la
fiamma”. C’è anche un apostolato ed una testimonianza del sorriso…
8. La felicità di essere in comunione con tutti
Mi
sento contento di essere una persona universale. Di poter vivere da un
punto molto concreto della terra una esperienza universale di comunione
con tutti. L’uso discreto dei mezzi di comunicazione, che allarga il
pensiero e ci mette in contatto con tutta l’umanità, ma specialmente la
consapevolezza di essere in Dio in comunione con tutti, mi permette di
sentirmi colmo del mio desiderio di avere un cuore universale che si
esercita nella comunione con tutti attraverso “l’internet” della
preghiera. Poi è sempre sorgente di gioia che, alla prova dei fatti,
incontri e viaggi, pellegrinaggi e visite all’estero, dialoghi con
persone di altre fedi e di altre religioni, siano diventate per me
esperienze di grande gioia e di speranza, viste le possibilità con cui
uno stile semplice di accostarci gli uni agli altri fa crollare i muri
e distrugge le barriere, apre nuove vie al dialogo.
9. Il senso positivo della vita spirituale
E’
motivo di gioia nella vita spirituale costatare, attraverso
l’insegnamento di Gesù, l’esempio dei santi e la testimonianza di
persone veramente spirituali del nostro tempo, che non dobbiamo
rinunciare a nulla di quanto è umano, buono, amabile, giusto, bello,
santo purché nulla sia anteposto all’amore di Dio. E’ gioia vera sapere
per esperienza che la logica del Vangelo funziona che si ha il centuplo
in questa terra e che Dio non costruisce la sua gloria sulle ceneri o
le rovine della nostra umanità, ma ci vuole sempre figli umanissimi e
gioiosi, splendenti di simpatia per rendere amabile colui che è davvero
gioia infinita. Anche questa è perfetta letizia.
10. Con un pizzico di simpatia umana e divina
E’
anche fondamento della gioia qualcosa che mi sento di avere ereditato
da mio padre, un uomo che è stato sempre gioioso e ha dato gioia a
tutti fino alla sua morte. Lo ha fatto con le sue poesie, le sue
canzoni paesane che costituiscono un tesoro di saggezza e di simpatia
gioiosa e contagiosa. Mi riferisco anche alla buona lega che nella vita
cristiana, fanno la gioia e l’umorismo, quel pizzico di furbizia e di
arguzia che ci serve alle volte di difesa, alle volte di pista di
lancio, sempre di strumento di comunione per rendere Dio ed il
cristianesimo amabili. Probabilmente la gioia si declina perfettamente
con l’umorismo, come ci dimostra anche una sana spiritualità storica
insieme all’esempio dei santi.
Umorismo e spiritualità
Il
numero di aprile della rivista “Jesus”, forse perché collocato nel
tempo della gioia pasquale ci ha invitato al “risus paschalis”
quest’anno con articoli, vignette ed esempi che toccano addirittura una
delle realtà più sacre, la religione, Dio stesso. Religione e Dio sono
spesso oggetto di barzellette a non finire. Il titolo del numero della
rivista è significativo un Dossier su Satira e religione, con una frase
ad effetto: Una risata ci salverà? Non è quindi solo la gioia, che
occupa il posto più serio nell’ambito della spiritualità, ma la risata
pura e semplice ad avere una specie di statuto teologico e salvifico:
una risata ci salverà. Un invito a coltivare una opera utile e santa
(15).
Dal Dossier della rivista apprendiamo parecchie cose
simpatiche, che sono poi illustrate con piccanti vignette di un genere
letterario insieme rispettoso e serio, tutto caustico ed umoristico, ma
senza quei toni dissacranti di tutt’altra letteratura sulla religione e
di tutt’altre vignette religiose. Sono vignette, scherzi, annotazioni
di una vera purificazione del falso, di una giusta desacralizzazione
del morboso religioso, di una gesuita presa in giro di forme di
deteriore religiosità, delle quali penso ride anche il Padre eterno.
Ricordo
a questo proposito quanto bene ha fatto in Spagna un bravissimo
disegnatore religioso, un giovane sacerdote (Cortés), che per anni ci
ha deliziato nella rivista Vida Nueva con queste scoppiettate di buon
umore, un po’ Andaluso, con una vita di Gesù con vignette saporite, con
una storia della Chiesa raccontata con buon umore, con una storia del
padre, l’abbà in pantofole in cielo, tutto preoccupato per i figliuoli
della terra. E poi una rilettura di tante vite dei Santi, raccontate
così con il prezzo dell’umorismo e la creatività delle vignette, stile
fumetti. Una vera e propria letteratura di grande pregio esegetico,
teologico e spirituale. Alcune delle vignette e delle espressioni sono
passate ad essere quasi un pensiero comune recepito dalla gente più
semplice, un passaparola di buon sapore della spiritualità.
Vi è
quindi nella gioia cristiana un invito a coltivare il buon umore. Sono
tanti i santi che ridono e hanno fatto ridere spalancando il cuore
all’umanità del nostro Dio. Ricordo ancora oggi di aver letto libri
come D. Bosco che ride oppure altre raccolte di fioretti dei Santi che
hanno reso umanissima e gradevole la santità. C’è una storia di santità
del sorriso che ancora oggi invita tutti, in modo speciale i cristiani
impegnati ad essere testimoni della gioia (16).
L’umore di Tersa d’Avila
Leggendo
ad esempio l’articolo di Piero Pisarra nella Rivista “Jesus” sul modo
di scherzare con Dio, mi sono ricordato spontaneamente della mia Madre
santa Teresa di Gesù, la quale gaia com’era nel suo modo di parlare con
le persone lo era anche nel parlare con Dio. Nel capitolo 37 della Vita
ci ha dato un buon esempio di come si può vivere con una santa
spiritualità della gioia, quando racconta del contrasto con cui lei si
avvicinava ai confessori con una candida e gioiosa libertà di spirito
mostrando “grazia”, cioè simpatia, e dall’altro lato del confessionale
rispondevano piuttosto seri e seccati i confessori, mostrando, essa
dice, “disgrazia”, pensando che la bella monaca cercava di ricattarli
con un amore umano; alla sua grazia e simpatia rispondevano con toni
piuttosto seri e disgustosi. La santa ci ride sopra, dicendo come lei
lo faceva con grande amore e libertà, ma prendendo in giro tanta
serietà ricordando come da quando ella aveva visto il volto del
Signore, non c’era nessuna persona al mondo capace di accattivarla
fuori del suo Signore.
Già, il suo Signore! Umano come noi,
impastato con la nostra pasta, capace di compatirci perché anche lui
debole come noi, divino ed umano insieme. Un Dio affidabile e
trattabile, amico più di tutti gli amici. Ma scherza con questo Dio
amico e lo apostrofa dicendo che qualche volta quando va a fare
orazione e diventa difficile per lei trovarlo perché si nasconde, lo
ricatta dicendo: “se io potessi nascondermi da voi quando mi cercate
con amore, come voi vi nascondete quando io vi cerco, anche voi non
sareste in grado di tollerare questo voltafaccia. Allora, Signore,
state ai patti e non trattate così chi tanto vi ama”. Ma, poi, se la
prende con i re e le regine che la corte e gli apparati dei signori di
questo mondo che non sono come il vero re e signore, ma hanno bisogno
d’apparenza e farraginoso cerimoniale per farsi passare, riconoscere e
riverire come re. E scherza pure con tutte le regole della buona
creanza che obbligano ad usare titoli, cerimonie e salamelecchi,
dicendo che è diventato una realtà insopportabile tanta falsità per chi
vuole vivere una sana libertà di spirito.
Teresa quindi scherza
con Dio. Come quando dopo essersi rotta un braccio, rotolando giù dalle
scale, si lamenta con il Signore che le dice: “così tratto io i miei
amici”. E Teresa ribatte: “per questo ne avete così pochi”. E’ bello
parlare con Dio in questo modo, quando ci si accorge, pur nella
sublimità della vita mistica, che il nostro Dio è “affabile” e la
conseguenza è che occorre imitarlo. Affabilità di un Dio che parla e a
cui piace chiacchierare con noi, e che noi chiacchieriamo con lui,
questa è l’orazione più semplice: trattare con lui come un padre, come
con un amico. Come conseguenza i santi, imitatori di Dio amico, devono
essere affabili, anzi affabilissimi. Siate più sante, più affabili con
le persone di dentro e di fuori, consiglia Teresa. Con le prime perché
ci sia sempre un clima di sana allegria, secondo il detto attribuito
alla santa: “tristezza e malinconia fuori di casa mia”. Con le altre,
dice ancora la santa, affinché amino il vostro modo di vivere e non si
spaventino della vita cristiana; che è come dire: fate propaganda con
la gioia della bellezza della vostra vita, fate ingelosire le persone
della buona scelta che avete fatto nel seguire Cristo nella vita
contemplativa. Si racconta di lei che in una occasione stava vicino
alla porta del convento e scoppia in un grande risata. Una monaca
troppo zelante disse: Madre, le persone che stanno fuori si
scandalizzeranno di noi, se ridiamo così forte. Ma Teresa disse:
“Meglio che ci sentano ridere che piangere”. E a una donna che si
avvicinò tutta compunta a dire chi sa quale penitenze stanno facendo in
questo momento le vostre suore, Teresa sbottò con queste parole: In
questo momento stanno preparando una commedietta per le feste di
Natale. Sono succosi esempi di come anche i santi sanno ridere con Dio
e con le idee strane di Dio che vogliono subito sfatare (17).
Gioia e simpatia di Filippo Neri
Di
san Filippo Neri, autentico giullare di Dio, si raccontano tante
storielle succose. Forse questo santo della gioia, è un modello di come
attraverso il buon umore ed un pizzico di argutezza, tutta toscana, ha
potuto scherzare di se stesso e della sua santità. Sono celebri e sono
passati anche all’onore dell’arte pittorica, gli incontri con san
Felice da Cantalice a Campo dei Fiori, quando tutti e due scherzavano e
si univano con scandalo di molti e gioia di alcuni al bel fiasco di
vino che il fratello della questua portava sempre con sé. Un esempio di
libertà di spirito e di buona armonia fraterna. Filippo ha scherzato
perfino con Carlo Borromeo il quale ha voluto sottoporre alla sua
santità e alla sua sapienza una Regola per i suoi preti di Milano.
Filippo ha fatto venire fino alla casa del fratello analfabeta sul
Palatino il Principe della Chiesa. Trovandolo nell’orto ha detto a
Felice di esaminare attentamente lo scritto del porporato, cosa che
ovviamente quel fratello non poteva fare. Il giorno dopo è andato a
dire all’Arcivescovo di Milano, che secondo il parere di quel fratello,
tutto era a posto nella Regola scritta con tanta fatica. Ed è nota la
risposta data a Clemente VIII a proposito di una santona della Roma del
tempo, celebre per le sue visioni. Inviato a visitarla per ordine del
Papa ha voluto provare la sua santità chiedendo di mettere a posto le
sue scarpe sozze e luride, suscitando il rifiuto e lo scandalo della
grande santona. Con poche parole ha saputo dire al suo figlio
spirituale il Sommo Pontefice: “Santità, poca santità”. Così,
scherzando sulla sua santità, quella che molti riconoscevano e sulla
sua fama, nota all’estero, non si vergognava di andare in giro attorno
alla Chiesa nuova con un mazzo di ginestre o un gatto tra le braccia, o
si faceva tagliare i capelli nel presbiterio, vicino all’altare. E ha
scandalizzato alcuni seri personaggi polacchi venuti da lontano a
trovarlo per consultarlo su gravi questioni di coscienza facendoli
aspettare mentre si faceva leggere pagine poco edificanti e scherzose
di un famoso prete toscano, il Pievano Arlotto. Gesti di libertà di
spirito, di una santità che brilla nel saper scherzare anche con se
stessi e con gli altri, purché Dio sia sempre Dio. Lezioni importanti
ieri ma anche oggi…
Per questo nella tradizione di tutte le
religioni vi sono sempre questi uomini della gioia, dello scherzo,
della battuta brillante, positiva ed illuminante, talvolta della
testimonianza sconvolgente come quella dei “pazzi di Dio” o yurodive
della tradizione greca e slava, uomini e donne, veri profeti di Dio,
che con i loro scherzi e le loro battute sapevano evangelizzare ed
annunziare l’amore di Dio o richiamare al pentimento. Santi della gioia
di Dio che, nell’estrema risorsa dell’amore pazzo di Dio, sono riusciti
ad essere testimoni e predicatori della Buona Novella (18).
Conclusione
Un
professore di filosofia spagnolo è stato sorpreso dall’affermazione di
una professoressa dell’Università di Gerusalemme che riteneva che a
differenza degli ebrei che considerano la gioia come un pilastro del
loro atteggiamento di fronte alla vita, i cristiani non la coltivano
(19). Anche qualche altro esponente religioso ha detto che i cristiani
non dimostrano con la loro vita e il loro comportamento la gioia e la
speranza di cui sono portatori per la loro fede nel Risorto. Occorre
quindi reagire e testimoniare. Per questo vorrei finire con una serie
di consegne semplici che vogliono essere come principi di vita
spirituale e di testimonianza.
“Dio ama chi dona con gioia”, (2
Cor 9,7). E’ Paolo che esorta a donare sempre con un sorriso sulle
labbra, anche se nel cuore c’è la sofferenza del dono della vita. E’ la
bellezza dell’ilarità e l’apostolato del sorriso. “Rallegratevi nel
Signore, sempre, ve lo ripeto ancora, rallegratevi: (Fil 4, 4). E’
l’esortazione paolina, piena di umanesimo cristiano che porta a tutti
il senso della presenza del Signore e della sua vittoria, con
l’ottimismo ed il realismo umano-cristiano, in ogni circostanza,
apprezzando tutti i valori (Cfr. Fil 4, 8-9).
“Il vostro parlare
sempre sia con grazia, condito di sapienza (con sale), per saper come
rispondere a ciascuno” (Col 4, 6). E’ ancora un invito di Paolo al buon
parlare condito di sale, di umorismo. In lingua spagnola il parlare con
questo linguaggio si chiama “salero”, cioè con buon umore e arguzia.
Siamo
chiamati ad essere seminatori della gioia in questo mondo. Seguendo
l’esempio di Gesù, per rendere amabile la via dell’amore e il volto del
Signore. Avendo sempre la gioia nel cuore, il sorriso sulle labbra e
una buona parola per tutti, piena della gaia simpatia del nostro Dio.
In realtà vivere nella gioia è allenarsi per l’eternità come è stato
scritto da C. S. Lewis “La gioia è la vera occupazione del cielo”.
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11)
Sulla gioia dei martiri cfr. i vari contributi del volume citato:
Gioia-sofferenza persecuzione nei Padri della Chiesa, Roma, Borla, 2000
12) Chiara Lubich, Il dono della gioia, in “Unità e carismi” n. 1, 2000, pp. 5-8.
13) Milano, Gribaudi, 1999.
14) Brescia, Queriniana, 2000.
15)
Una buona antologia di “scintille” di umorismo in P. G. Gianazza,
Quando ridono gli angeli. Buon riso fa paradiso, Torino, LDC, 2001.
16) A. Dinis, Il sorriso dei religiosi, in “Unità e carismi”, n. 1, 2000, pp. 9-17.
17)
Sulla gioia in Teresa d’Avila cfr. J. Gicquel, I fioretti di Teresa
d’Avila, Roma, Città Nuova, 1980; P. L. Canobbio, La gioia cristiana in
Teresa d’Avila, Roma, Teresianum, 2002.
18) Per un profilo A. Venturosi, Il profeta della gioia, La mistica di S. Filippo Neri, Milano, Jaca Book, 1999.
19) A. Lopez Quintás, Una gioia che nessuno vi toglierà, in “Unità e carismi” n. 1, 2000, pp. 38-44.
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