GAlle carmelitane di Haifa, Padre Castellano, scomparso il 15 giugno
scorso, lasciò in dono una conferenza sulla gioia. Le carmelitane
l’hanno tradotta in francese ed hanno inviato all’Osservatore Romano il
testo originale in lingua italiana.
Riportiamo di seguito la prima parte di questo testo inedito apparso il 13 luglio scorso sul quotidiano vaticano. (Fonte ZENIT)
GIntroduzione
Sono rimasto sorpreso per l’insistenza con cui
ricorre nei Vangeli dell’ultima cena l’invito alla gioia (Gv 15, 11;
16, 20-21; 22.24; 17, 13). E’ uno dei temi più presenti nei discorsi di
addio dell’ultimo incontro conviviale di Gesù con i discepoli, quasi
una preparazione psicologica e una pedagogia amorevole per quanto sta
per accadere, e che, tuttavia, non è una fine tragica ma un passaggio
doveroso. La tristezza dei discepoli, assicura Gesù, si muterà in
gaudio. Nelle sue confidenze intime Gesù ci parla della sua gioia e ci
assicura la nostra. E’ promessa ed è dono. E’ invito ed è superamento.
E’ un invito alla pienezza. “La mia gioia sia in voi e la vostra gioia
sia piena” (1). Vale la pena riferirsi ad un maestro che parla così di
sé, e promette tanto a noi.
A pensarci bene dobbiamo ammettere
che la gioia è una parola chiave del lessico cristiano. Dall’Antico
Testamento, con la gioia di Dio e dell’uomo nella creazione,
all’Apocalisse con la promessa della gioia senza ombre, un fiume pieno
di letizia percorre tutta la Bibbia, con momenti di notte e di buio, ma
con la vittoria finale che tutto mette a posto e anticipa le ragioni
della speranza in ogni momento. Tutto è detto nelle pagine della
Bibbia. Gioia di Dio per la sua creazione, fino al punto che vedendo la
bellezza del mondo e specialmente della creatura umana la pupilla di
Dio, dico i rabbini, si è dilatata, fino a far fluire una lacrima di
estrema gioia divina e di piacere divino per la sua creazione. La gioia
quindi è insieme realtà interiore e manifestazione esteriore. Con mille
ragioni per essere felici. E mille inviti a vivere così, e a
manifestare questo modo di essere e di relazionarsi dei credenti
dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Tutto il Vangelo di Luca è
un inno alla gioia con una intonazione da inno gioioso come accade nel
saluto dell’Angelo a Maria (“Rallegrati”) e nel Magnificat, nella buona
novella annunziata ai Pastori: “Vi annunzio una grande gioia”,
nell’annuncio di Gesù alla Sinagoga di Nazaret, nell’esultanza di Gesù
nella sua preghiera, mosso dallo Spirito Santo. Possiamo dire che tutta
la vita e la predicazione di Gesù sono un vero e proprio “Evangelion”,
una Buona e gioiosa notizia del Regno, dall’inizio fino alla fine (2).
Ragioni
non mancano per essere felici. Sono settanta o centomila, quante ne
vogliamo. Come tante sorgenti, ma con un’unica acqua. Forse alle volte
i cristiani non se ne accorgono e non danno testimonianza di una realtà
così semplice. Spesso i non credenti rimproverano ai cristiani il volto
triste, come se non fosse vero che hanno una fede che è sorgente di
felicità. In realtà, anche le ragioni per essere tristi, ci sono; ma
sono sempre relative e non definitive, perché vi è una speranza
cristiana che ha già sconfitto in precedenza le ragioni di una
tristezza definitiva.
La gioia: un quarto trascendentale per l’uomo di oggi
Oggi
si parla della riscoperta della bellezza come espressione di una
necessaria integrazione con la verità e la bontà, due trascendentali
classici. Io mi batto anche per l’introduzione di un altro
trascendentale che è quello della gioia, della felicità, della
beatitudine, se al pari della ricerca della verità e della bontà, oggi
si afferma che la bellezza salverà il mondo. La gioia è anche desiderio
intimo della persona, ricerca costante e mai appagata, promessa di
qualcuno che veramente c’invita ad essere sempre nella gioia, anche in
mezzo alle persecuzioni. Alla parola più recente della teologia, cioè
“Dio è bellezza”, occorre aggiungere: Dio è gioia. Una giovane santa
carmelitana, la cilena Teresa de los Andes, ha coniato la frase: “Dio è
gioia infinita”.
Occorre quindi mettersi alla riscoperta delle
sorgenti e del percorso della gioia di Dio e dell’uomo per un
cristianesimo che porti il timbro di questo Dio che è gioia infinita
vissuta e comunicata. Del resto, il grande predicatore Gesù, figlio di
Dio, ha iniziato la propaganda del suo messaggio nuovo nel Vangelo di
Matteo con un invito alla felicità e una promessa, quella delle
beatitudini e della beatitudine. Beati, cioè, felici, gioiosi…Certo,
non a poco prezzo, ma rovesciando i valori della vera gioia secondo il
mondo, con un invito a tutti coloro che ad ascoltarlo sembravano
piuttosto dei poveri e degli infelici del suo tempo e di tutti i tempi.
Il
Regno di Dio che Gesù annunzia con divina pedagogia, porta sempre con
sé, come frutto e come lievito, l’esperienza e la promessa di una santa
letizia. Gesù ha vissuto una esperienza giubilare, gioiosa, nella
libertà e nella condivisione di tutto con gli altri. Ha creato una
Chiesa della gioia se dei primi cristiani si metteva in luce
specialmente la letizia e la semplicità nel cuore….La gioia ha
un’espressione che dal cuore fiorisce nel volto. La luminosità degli
occhi, la lievità aperta del volto, la forza dell’amore che si esprime
in parole e in sguardi, la dilatazione del sorriso, il battito del
cuore che si manifesta nello stupore di un sentimento nuovo e
gratificante che fa bene anche alle arterie e porta ad illuminare tutta
la persona che a sua volta illumina gli altri, sono componenti della
gioia.
Qualche riflessione antropologica
Talvolta il
sorriso scoppia nella risata, procurata da un colpo di ingegno da una
osservazione acuta, da una uscita imprevedibile, da un rovesciamento
della logica, da una presa in giro, nel senso più esatto della parola,
da un rigirare le cose e la logica amara, per scoprire un altro lato
della realtà, configgere una certa visione pessimista, scoprire, il
senso del ridicolo di certi atteggiamenti, contestare un modo tutto
razionale e serio di vedere le cose che non è l’unico, ampliare gli
orizzonti del pensiero e dell’esistenza. Ed ecco il sorriso e la risata
che fanno buon sangue come si dice. Ecco come gioia, sorriso ed
umorismo nascono dal cuore buono, mite e profondamente umano. Come una
forza creativa che nel nostro cuore non si rassegna alla tristezza e ai
limiti, come uno scoppiettio della speranza che cerca altre soluzioni
ed altre ragioni, semina allegrezza, perché è della natura umana, ad
immagine di Dio, comunicare, donare, condividere…Ma tutto questo nella
verità, altrimenti la gioia è vuota ed effimera, ingannevole e
pericolosa, lascia una tristezza ancor più grande. Il sorriso e la
risata chiedono la verità e la schiettezza, ma anche una certa bontà ed
una bellezza un po’ arlecchina, anche quella del clown che, consapevole
dei limiti propri ed altrui, strappa sorrisi ai bambini e agli adulti.
Ma
attenzione! Il sorriso e la risata non devono diventare una smorfia
infelice e vuota, e l’umore non deve caricare ancora le tinte per
diventare quello che si chiama “humour nero”, che incenerisce subito al
gioia e la seppellisce in una tristezza ancor più profonda; humour
superficiale o morboso che scandalizza, seminando nel cuore e nella
mente tossine di malizia e di cattiveria che sconvolgono l’equilibrio
personale e il rapporto con gli altri. Basterebbe questa serie di
osservazioni per capire quanto importante sia la gioia, il sorriso e
l’umorismo, quanto si addicano alla vocazione umana e cristiana, quanto
siano un dono di Dio ed una invidiabile qualità, quanto possano
contribuire a cambiare il mondo, incominciando a cambiare il volto e il
cuore delle persone, i rapporti, gli incontri. E tuttavia quanto
fragile è l’equilibrio e sottile la demarcazione fra la vera gioia,
piena di bontà e di bellezza, che si colora di umorismo e trasfigura i
volti nel sorriso, e la falsa gioia che produce smorfie e non sorrisi.
“Humour nero” e non bianco, che distilla amarezza e pessimismo e non
bontà ed ottimismo cristiano.
Se poi si guarda questo mondo dove
c’è tanta tristezza e tanta gioia superficiale, viene da pensare che i
cristiani, uomini della gioia, del sorriso e del buon umore, devono
diventare apostoli di un nuovo apostolato umanistico, quello del buon
umore e dell’ottimismo cristiano. La Chiesa ha bisogno di diventare
insieme una casa ed una scuola di comunione nella gioia vera, tanto più
umana quanto divina.
Dalla teologia all’esperienza
Ma
quale posto occupa la gioia e l’umorismo in una sana spiritualità? A
dir vero non è difficile trovare a livello teorico in libri e Dizionari
di vita spirituale, anche recenti pagine belle e suggestive sulla
gioia. Certo non è facile parlare della gioia nell’ambito della
spiritualità. La parola risuona centinaia di volte con una sinfonia di
parole, come è stato ricordato, nelle pagine dell’Antico e del Nuovo
Testamento. Si può quindi proporre un vero e proprio trattato di
teologia biblica della gioia, come è stato fatto di recente in due
libri monografici del Dizionario di spiritualità biblica e patristica,
uno dedicato alla Bibbia, AT e NT, un altro dedicato ai Padri della
Chiesa di Oriente e di Occidente (3). Ma non vogliamo tediare con una
serie infinita di citazioni bibliche sulla gioia, le sue cause, le sue
fonti. Basta fare memoria, per il momento e sapere che esistono queste
trattazioni sistematiche. Cerchiamo piuttosto di offrire alcuni spunti
che ci permettono attraverso l’esperienza spirituale di entrare nel
mondo della gioia di Dio e della gioia umana, come autentica esperienza
di spiritualità
La gioia: una esperienza liturgica
Di
gioia parlano tanti testi liturgici, oltre a quelli dei salmi e dei
cantici, che mettono sulle labbra dei fedeli, più che parole,
sentimenti che fanno commuovere il cuore nella esperienza ineffabile
del canto, spesso accompagnato da felici melodie che sono chiamate
“jubilus”, come l’alleluia del gregoriano, un modo di gioire e far
gioire con il canto che si eleva e cade, si rialza e si slancia, quasi
con un desiderio di non finire mai.
“Luce gioiosa”, “Phos
ilaron” cioè “Ilare luce”, luce che procuri la gioia, il gaudio che
generi il sorriso del cuore e della labbra, è l’inizio di uno degli
inni più antichi della Chiesa, rivolto a Cristo, cantato ancora oggi
tutti i giorni nel vespro nella liturgia bizantina, quando scende la
sera. Bisogna ascoltare quell’antica melodia cantata dai nostri
fratelli ortodossi della Grecia per sperimentare la vera gioia
spirituale dell’invocazione a Cristo mentre il sole tramonta e il
giorno volge al termine. Canti della Chiesa antica e moderna che hanno
prodotto tanta gioia nei cuori nella celebrazione della santa liturgia,
come quelli che ricorda Agostino nel momento della sua conversione o
Paul Claudel, più vicino a noi, nel giorno del suo battesimo a Notre
Dame de Paris.
Gioia del cielo sulla terra, è il titolo di uno
dei primi libri di Max Thurian, nei primi anni di monaco di Taizé,
parlando della liturgia vissuta con la semplicità dei cuori puri. Una
liturgia, come quella attuata dai monaci di Taizé che tanti giovani è
riuscita ad attirare, dove bellezza, bontà e gioia si mescolano nei
gesti e nelle luci, nelle icone e nei canti…Ma la gioia vissuta nella
liturgia si porta in terra con la carità vissuta, affinché secondo la
bella espressione del Crisostomo, facendo a Cristo quello che è fatto
al più piccolo “la terra diventi cielo”. Un messaggio sempre attuale:
portare la gioia, dono di Dio, dove c’è la tristezza per essere veicoli
della gioia di Cristo nel mondo…Per questo la liturgia, specialmente la
liturgia pasquale, che prende spunto dalla notte santa di Pasqua, è
piena di inviti alla gioia, ad incominciare dal grane preconio
pasquale, che dà il “la” di una tonalità gioiosa e pasquale alla vita
cristiana: “Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste,
sia in festa tutta la Chiesa…”. Un canto nel quale la gioia profonda e
travolgente non manca dell’umorismo della sfida teologica di Agone,
quando si arriva a riconoscere come “felice” la colpa di Adamo che ci
ha procurato un tale Redentore. Il testo attuale dell’Exultet, canto e
sfida del gaudio della Chiesa nella proclamazione della risurrezione
del Signore, conserva ancora gli echi del cantico antico iniziale
dell’Anonimo quartodecimano in una delle prime omelie pasquali.
Una
ondata di letizia percorre i canti liturgici pasquali di Oriente e di
Occidente, il saluto pasquale che si rivolgono i cristiani durante il
tempo di Pasqua e con motivo della morte di un cristiano come sfida
alle ragioni della tristezza e della morte: “Cristo è risorto”; “Sì è
veramente risorto”. Gioia che si rinnova e si prolunga in ogni
domenica. E’ nota la famosa frase della Didascalia degli apostoli: “Chi
è triste nella domenica commette peccato”. Perché se l’enigma che fa
piangere, ci fa essere tristi e talvolta porta a stravolgere la gioia
in lutto, è paura della morte, la vittoria di Cristo rimane la ragione
definitiva della gioia cristiana. Per i cristiani è emblematico il
canto dell’Alleluia, che è sinonimo di gioia cantata al Signore;
alleluia è il canto nuovo della Pasqua, il canto del cammino verso la
patria, con quel “canta e cammina” dei pellegrini verso la patria,
secondo la bella espressione di Agostino; pellegrini che condividono la
stessa letizia traboccante della speranza e che si fanno coraggio nella
stanchezza guardando in avanti prendendosi per mano, cantando
camminando e camminando cantando (4).
Davvero un cammino gioioso
è quello del cristiano. Un autore cristiano dei primi secoli, Eusebio
di Seleucia, ha potuto scrivere una frase ad effetto che rivela un
valore perenne della spiritualità cristiana, attinta alla gioia della
pasqua: “La risurrezione di Gesù ha fatto della vita dei cristiani una
festa senza fine” (5). Questa frase, letta da un monaco di Taizé
afflitto da cancro e comunicata a Roger Schutz, ha dato origine a un
libro che ha avuto molta risonanza presso i giovani pellegrini della
comunità di Taizé: La tua festa non abbia fine (6). “Festa senza fine”,
una “sacra celebrazione”, un giorno senza tramonto è stata definita la
vita dei cristiani che credono nella Pasqua. Non è motivo di gioia e di
realismo sentirsi dire dal serio “didascalo” di Alessandria, Origene,
che il cristiano è il luogo della celebrazione e della festa con tutte
le opere della sua vita quotidiana e che si deve ritenere sempre un
tempio, abitato da Dio, anche se ti trovi nel teatro, perché sei il
santuario di Dio? (7).
Forse dobbiamo ritornare alla Pasqua come
ad un punto di riferimento essenziale per la gioia cristiana. La
certezza della Risurrezione di Gesù è anche certezza della vittoria del
bene sul male, dell’amore sulla morte, la vittoria del Padre del nostro
Signore Gesù Cristo, cioè del Padre che ha risuscitato Gesù e lo ha
costituito Signore. Egli è la garanzia della vittoria finale ma anche
della presenza con noi e in noi di una sorgente di gioia infinita. Un
autore spagnolo, J. Martin Descalzo, ha scritto un succoso libretto dal
titolo Le ragioni della gioia. 70 motivi per trovare la serenità (8).
Alla fine del libro sintetizza tutto il suo insegnamento con una
considerazione sul tempo di Pasqua ed una serie di ragioni fondamentali
che partono dalla risurrezione di Cristo come motivi essenziali e
definitivi di letizia. La Pasqua è stata considerata un “laetissimum
spatium”, uno spazio traboccante di gioia, come afferma Tertulliano da
celebrare durante cinquanta giorni, e poi ogni settimana. Non
dimentichiamo la profonda affermazione di Paolo VI: “Per essenza la
gioia cristiana è partecipazione alla gioia insondabile, insieme divina
ed umana, che è nel cuore di Gesù Cristo glorificato”. E’ Cristo che
vive in noi e gioisce in noi con la stessa esaltazione dello Spirito.
“Gaudente in Domino”: Esortazione alla gioia
Ma
ecco che dobbiamo parlare di Paolo VI, il Papa che ha scritto un bel
documento sulla gioia cristiana (9). Sì, abbiamo anche fra i documenti
recenti del Magistero un bel trattato sulla gioia cristiana. L’ha
scritto un Papa che aveva piuttosto un volo mesto, lo chiamavano alcuni
maliziosamente “Paolo mesto”, ma forse non avevano mai fissato gli
occhi di quel Papa luminoso e non avevano mai ascoltato certe parole di
fuoco dette in determinati momenti. Ecco cosa ha detto parlando dello
Spirito Santo in un inno al Consolatore, in una pagina fra le più belle
forse scritte sul Paraclito in tutta la storia della Chiesa: Egli è
“animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento
delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di
luce e di forza, suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di
carismi e di canti, sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita
beata ed eterna” (10). Un testo che fa gioire dal più profondo del
cuore e dice che non solo la gioia è dono dello Spirito, ma che lo
Spirito è la gioia e la sorgente perenne della letizia cristiana. Ecco
quindi che Paolo VI, nel 1975, celebrando l’anno giubilare ha voluto
donare alla Chiesa il manifesto della gioia cristiana con l’Esortazione
Apostolica “Gaudente in Domino” del 9 maggio 1973. Tutto quanto si può
dire a livello biblico e teologico della gioia cristiana si trova
scritto lì come in una sintesi della gioia. Gioia come espressione
caratteristica della natura umana; è, infatti, una delle “passioni”
della persona umana, cioè di quei sentimenti ricchi di risonanza e di
bellezza che sono il patrimonio antropologico più bello. Gioia non
frenata e non offuscata dalle contraddizioni che la minacciano e la
fanno venire meno, per i mille fenomeni che la mettono in difficoltà.
Paolo VI annunzia le grandi verità della Bibbia, l’esempio dei Santi
Martiri gioiosi che hanno dato testimonianza della gioia e perfino
dell’umore davanti ai carnefici, come si racconta di san Lorenzo sulla
graticola. Figure luminose di apologisti, testimoni e dottori della
gioia come Agostino, testimoni come Francesco, Bernardo, Domenico,
Ignazio, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e Giovanni Bosco, Teresa
de Lisieux e Massimiliano Kolbe. Anche se mancano all’appello Francesco
di Sales e Filippo Neri.
Non manca quindi nella Chiesa cattolica
una buona teologia della gioia radicata nella stessa psicologia umana,
nelle ragioni più profonde della fede, della natura e della grazia,
nelle certezze che ci vengono dalla paternità di Dio, della presenza di
Cristo, della nostra vita destinata alla gloria, delle mille gioie
della vita, seminate lungo le strade della nostro giornata. Gioie che
fanno la storia del quotidiano.
Spiritualità della gioia
Esiste
una considerazione particolare della gioia nell’ambito della
spiritualità? Ad essere sistematici nelle nostre considerazioni
dobbiamo dire che non esiste una vita cristiana, cimentata sulle
ragioni della fede, che non sia per forza piena della letizia che è uno
dei frutti dello Spirito. Anche se spesso gli spirituali scientifici
dimenticano di inserirla nelle loro considerazioni sistematiche, i veri
spirituali la mettono al centro delle loro testimonianze. Oggi ritorna
di moda il tema della gioia e della festa. In realtà è da tempo che è
ritornato. Con estrema regolarità, in tempi in cui il rigorismo e la
freddezza prevalgono nella vita della Chiesa, lo Spirito Santo suscita
una ventata di teologia e spiritualità della gioia, un’ondata
carismatica. E’ capitato anche nei decenni passati. Quando il vento di
tramontana della secolarizzazione ha spazzato via tante cose nella
Chiesa, lo Spirito Santo ha soffiato un po’ di scirocco di fervore e
semplicità per ridare equilibrio alla sua Chiesa. Basti pensare a
quanto è avvenuto nella Chiesa con le espressioni di gioia del
rinnovamento carismatico. Quando, i seri teologi hanno inondato con
volumi ponderosi ed interminabili la teologia, è ritornata di moda la
saggezza degli apologhi, delle fiabe e dei racconti.
E’ la
teologia della gioia che risplende nella spiritualità della
liberazione, gioia dei poveri di Yahvè che si “abbeverano nel proprio
pozzo”, è la saggezza della vita che porta a festeggiare in letizia la
creaturalità, la fede in Dio Padre, la speranza, la dimestichezza tutta
familiare con la Vergine Maria ed i Santi, come accade nei popoli del
così detto terzo mondo, veri maestri della gioia e della semplicità
cristiana. Certo la gioia è un dono ed un cammino, una responsabilità
ed un compito. Alcuni potrebbero ricondurre tutto ad una certa
superficialità che metterebbe in pericolo la serietà della croce e il
superamento ontologico del dolore e della morte con la risurrezione del
Signore. Per questo non possiamo dimenticare che la gioia vera, come la
Risurrezione del Signore, sorge dall’abisso del suo abbandono sulla
Croce, limite di ogni limite. Ancora oggi la gioia più vera ed
autentica nasce da questo abbraccio generoso del Dio Crocifisso e
Risorto.
Ci sono di esempio i santi, i quali sanno distinguere
alcuni processi ed alcuni momenti di questo stato luminoso e radioso
della vita e del cristiano autentico. Uomo della gioia vera, provata ma
autentica, comunicatore di entusiasmo e di speranza. Uomini e donne
delle notti oscure e delle giornate luminose della quotidiana
esperienza cristiana. Se è vero come dice il noto documento del
Vaticano II dal titolo Gaudium et spes (Le gioie e le speranze) al n. 1
che nulla di quanto è umano è alieno al cuore del discepolo di Cristo,
come possiamo togliere la gioia, con i suoi sentimenti più veri e le
sue ragioni più umane, dal vocabolario, dalla teologia e dalla
spiritualità di Colui che ci ha parlato della gioia ed è lui stesso,
come dicono gli antichi inni latini dell’Ascensione è “il nostro
gaudio”?
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1) G. Ferraro, La gioia di Cristo, Libreria Editrice Vaticana, 2000.
2) Cfr. il mio breve contributo Jubilate, in “Unità e carismi” n.1, 2000, pp. 2-4.
3) Roma, Editrice Borla, 2000, vol. 26 e 27.
4) Discorso 256 1-3: PL 38, 1191-1193.
5) Omelia Pasquale: PG 28, 1081.
6) Brescia, Morcelliana, 1980.
7)
Carlo Lorenzo Rossetti, “Sei diventato il tempio di Dio”. Il mistero
del tempio e dell’abitazione divina negli scritti di Origine, Roma,
Gregoriana, 1998, pp. 143-173.
8) Gribaudi, Torino, 1992.
9) Cfr.
M. Mantovani, Paolo VI, maestro e testimone della gioia, in “Unità e
carismi” n.1, gennaio-febbraio 2000, pp. 23-30. Tutto il numero
monografico è dedicato alla gioia.
10) Tutto il discorso pronunciato
nell’Udienza del mercoledì 29 novembre 1972, in Insegnamenti di Paolo
VI, X, Città del Vaticano, 1973, pp. 1210-1211.
[Domenica, la seconda parte della riflessione]
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