Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato lunedì dal professor
Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, in occasione
della Assemblea d’Inaugurazione del ventesimo anniversario
dell’Incontro Interreligioso di Preghiera per la Pace, in corso ad
Assisi dal 4 al 5 settembre.
Signor Presidente della Repubblica del Burkina Faso,
Illustri Rappresentanti delle Chiese, delle Comunità cristiane, e delle Grandi Religioni del mondo,
Cardinale Poupard, Presidente della nostra assemblea,
Cari amici,
sono
contento, commosso, di incontrarci nuovamente ad Assisi tra uomini e
donne di religioni e paesi differenti. Ringrazio tutti coloro che ci
hanno accolti generosamente, Le autorità civili. Mi permetto di
salutare e ringraziare l’Arcivescovo Domenico Sorrentino, che è per me
un caro amico.
Siamo qui dopo vent’anni. Solo per un motivo:
semplice e vitale: la pace, per un mondo di pace. “Sentiamo che è
comune la sfida di fare crescere un’anima pacifica nel nostro mondo
globalizzato” –così recita l’appello di Barcellona nel 2001 che esprime
il nostro spirito. Non è qualcosa da poco e soprattutto non è oggi
scontato.
Sentiamo un compito comune, anche se siamo diversi. Ci
incontriamo perché le distanze tra mondi religiosi e culturali non si
allarghino ancora, magari attraverso la pubblicistica dell’odio e del
disprezzo. Talvolta si scavano abissi. Ci incontriamo perché crediamo
nel parlare, nell’ascoltare, nel dialogo.
E’ quel dialogo che
Paul Ricoeur (che ne è stato un paziente maestro) chiama “l’ospitalità
dell’altro con le sue convinzioni”. Non ci si può guardare a distanza,
in fretta, con lo schermo sfigurante delle semplificazioni, ma bisogna
accogliersi, ospitarsi. Ha scritto un cristiano pensoso sul futuro, il
monaco Enzo Bianchi: “L’altro non lo si ascolta mai invano, ma occorre
lasciarsi incontrare da lui: ascoltare è ospitare l’altro dentro di
noi…”.
L’incontro, nell’ascolto e nell’amicizia, è espressione
di vicendevole ospitalità in un tempo in cui si scaccia l’altro per
paura o si crede di conoscerlo perché lo si vede da lontano sul piccolo
schermo. L’ospitalità di cui il padre Abramo è simbolo per le religioni
monoteistiche: un’ospitalità, in parte oggi impraticabile nella terra
solcata da Abramo, purtroppo al presente travagliata da conflitti che
appaiono insanabili da più di mezzo secolo.
Assisi è spazio di
ospitalità. Qui un cristiano eccezionale, perché evangelico, Francesco,
fu uomo di pace, quando la guerra era di casa qua attorno, nel
Mediterraneo, in Medio Oriente. Fu mite e uomo di preghiera, piccolo
concepì un grande disegno di pace sfidando la guerra e la cultura della
violenza, allora in auge.
Ad Assisi, vent’anni fa, nel 1986,
Giovanni Paolo II invitò i leader religiosi del mondo a pregare per la
pace nel ricordo di Francesco: “mai come ora nella storia dell’umanità
–disse- è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un
atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace”.
Era una grande visione: evocare la dimensione spirituale irrinunciabile
della pace, che tutti interroga e che nemmeno la potenza e la cultura
della guerra fredda potevano soverchiare.
Con quell’invito il
papa raccoglieva sogni e aspirazioni di tanti, dispersi nella storia
del Novecento, spesso umiliati come illusioni tra guerre e passioni
violente o nell’impotenza di fronte al male. Sono state le aspirazioni
di spiriti grandi e forti, che non dovevano andare perdute. Qui, nel
1986, furono raccolte e riproposte con un gesto semplice e evocativo.
Il
papa aveva compreso, nonostante tanta parte del pensiero sociologico le
considerasse condannate all’estinzione, come le religioni possono
santificare i conflitti, benedire le incomprensioni, fino a motivare la
violenza e il terrorismo. Ma anche possono essere preziose risorse di
pace. Per questo bisognava stare vicini, tenere fisso lo sguardo a Dio,
a Colui che è al di là di noi.
Era una fredda giornata quel 27
ottobre 1986 e il vento tirava forte sul colle di Assisi. Si compì
allora l’evento religioso più partecipato del Novecento. Non si
negoziò, non si dibattè, non si cercò un accordo confusamente, non si
discusse di teologia: si digiunò, si stette in silenzio, in preghiera,
in amicizia. Assisi fu preghiera gli uni accanto agli altri, non più
gli uni contro gli altri come era avvenuto.
Eravamo lì. Alcuni
di noi: io stesso, parecchi amici di Sant’Egidio. Il papa disse
concludendo: “Insieme abbiamo riempito i nostri sguardi con visioni di
pace: esse sprigionano energie per un nuovo linguaggio di pace, per
nuovi gesti di pace, gesti che spezzeranno le catene fatali delle
divisioni ereditate dalla storia o generate dalle moderne ideologie. …
La pace è un cantiere, aperto a tutti e non soltanto agli specialisti,
ai sapienti e agli strateghi”.
Da quell’evento si sprigionavano
energie per un nuovo linguaggio di pace. E’ lo spirito di Assisi. Quel
linguaggio che abbiamo provato a parlare anno dopo anno, per vent’anni.
Il cantiere aperto non andava abbandonato. Non si poteva chiuderlo,
come dopo una bella festa, magari per timore di insuccessi o critiche.
Ci si doveva lavorare.
Dopo l’89, quando, finita la guerra
fredda, i conflitti si sono articolati, la violenza si è diffusa in
modo nuovo, sono apparse gravi minacce terroristiche. Per un attimo la
pace è sembrata vicina, ma poi si è smarrita nei meandri di una storia
complessa, confusa.
Il cantiere di Assisi apriva varchi in nuovi
muri. Almeno. Noi abbiamo voluto continuarlo. Parlo di Sant’Egidio che,
con i suoi amici, si presta volentieri – come si vede in questi giorni
– a realizzare questo evento e a tenere i fili di un’amicizia senza
frontiere nella vita quotidiana. Ma parlo anche di questa carovana di
uomini e donne, appartenenti a diverse religioni e laici, i quali hanno
creduto in quest’opera di pace, la hanno sostenuta, animata, portata in
tante città del mondo e che si sentono legati da un comune impegno al
di là delle differenze religiose. A loro dico un grazie convinto,
perché –come mi diceva una volta Giovanni Paolo II (e ce lo ha
scritto)- “è grazie a voi che non si è spento lo spirito di Assisi”.
Sì, grazie a voi non è stato dissipato come una moda che passa, ma è un
approdo per chi crede, per chi soffre la guerra.
Da vent’anni,
anno dopo anno, ci incontriamo perché crediamo che la pace sia il
futuro e che, allo stesso tempo, nella preghiera ci sia la radice della
pace. Quell’immagine del 1986 (i leader religiosi gli uni con gli
altri) si è rinnovata e arricchita ogni anno in viaggio per il mondo.
Quando parlano di pace le religioni esprimono il meglio di sé.
Ricordo
a Varsavia nel 1989, in quel clima teso di un mondo che tremava, le
parole memorabili del fragile Pietro Rossano, compianto compagno di
questi sogni: “ogni religione quando esprime il meglio di se stessa
tende alla pace. Siamo consapevoli che la religione in se stessa è una
forza debole. E’ aliena dalle armi… Alle molte parole preferisce il
silenzio per entrare in se stessi e divenire pensosi. Ma possiede la
forza dello spirito che può renderla forte…”.
A Varsavia e
Auschwitz nel 1989, mentre – come ricorda il card. Glemp – il futuro
non era ancora chiaro. Tanti incontri: Bucarest nel 1998, che aprì la
via al viaggio di Giovanni Paolo II in Romania; a Gerusalemme e in
tante altre parti del mondo, anno dopo anno. Vent’anni di incontri, di
preghiera, di legami, di azioni per la pace. Si sono liberate energie
di pace: si pensi ad alcune storie di pacificazione reali, come quelle
in Mozambico.
La sapienza dell’incontro ci ha resi critici
sull’uso della violenza per risolvere i conflitti, preoccupati per i
troppi odi, per la vicendevole ignoranza, per la teorizzazione
dell’estraneità: ci ha convinti che in ogni modo ci si deve incontrare,
per dialogare e tessere una trama di amicizia. Non abbiamo voluto
creare un internazionale artificiosa tra le religioni, ma praticare
l’arte dell’incontro, un’arte contagiosa.
Qualcuno potrebbe dire
– come si ripete ogni giorno con insistenza – che questo rappresenta
un’ingenuità pericolosa di fronte alle minacce belliche e
terroristiche: una mitezza irresponsabile. Lo insegna quella cultura
del conflitto che impregna tanti ragionamenti dei contemporanei, che
spiega il mondo tra fisica della politica e metafisica dei destini:
presenta lo scontro e la guerra come fatti naturali della storia,
addirittura destino di intere religioni e civiltà. E’ una cultura che
si presenta come realista, ma è cupamente colorata di pessimismo. E il
pessimismo spesso nutre gli istinti peggiori.
Non crediamo a
destini inevitabili, non fosse perché la storia è un mistero, se
lucidamente osservata. Non crediamo alla cultura del conflitto, perché
il Novecento ha mostrato come due guerre mondiali, guerre e stragi, la
Shoah, rivoluzioni che si volevano creatrici di nuovo, colonialismi che
si volevano civilizzatori, abbiano ferito profondamente interi popoli e
abbiano rubato milioni di vite umane. In questo ci sentiamo sostenuti
dall’esperienza di umanità del secolo passato, ma anche dall’antica
sapienza di pace che si ritrova in tante religioni.
Giovanni
Paolo II ha sostenuto e incrementato questa sapienza dell’incontro, che
definì in uno dei diciotto messaggi inviatoci: “un modo nuovo di
incontrarsi tra credenti di diverse religioni: non nella vicendevole
contrapposizione e meno ancora nel mutuo disprezzo, ma nella ricerca di
un costruttivo dialogo in cui, senza indulgere al relativismo né al
sincretismo, ciascuno di noi si apra agli altri con stima, essendo
tutti consapevoli che Dio è la fonte della pace”.
Dopo vent’anni
non ci sentiamo logorati. Non ci pieghiamo a nuove mode o a nuovi venti
bellicosi. Non ci preoccupa la ripetizione dell’evento, di questo
evento di Assisi, quando proprio le tradizioni religiose insegnano la
via di ripetere e scavare per giungere al cuore. Siamo convinti che la
sapienza dell’incontro sia ancora di più necessaria oggi, quando questo
nostro mondo sembra cercare l’ordine nella cultura del conflitto e
nelle scelte che ispira.
Il mondo è complesso: non si può
ordinarlo e semplificarlo in nemici e amici. Bisogna farne
un’esperienza profonda e diretta, se vogliamo restare uomini: cioè
incontrare l’altro. Mi diceva ieri con profonda semplicità l’ayatollah
Taskhiri: “L’uomo, quando non sente il bisogno dell’altro, perde la sua
umanità: diventa disumano”. Tutti abbiamo bisogno di incontrare! Il
grande patriarca Athenagoras, testimone di tante lacerazioni, alla fine
della sua vita, ripeteva dopo aver conosciuto tanti popoli: “Tutti i
popoli sono buoni. Ciascuno merita rispetto e ammirazione. Ho visto
soffrire gli uomini. Tutti hanno bisogno d’amore. Se sono cattivi, è
perché non hanno incontrato vero amore”. E’ una affermazione che
possiamo sottoscrivere anche noi, con ancora più convinzione dopo
vent’anni.
Perché qui si raccolgono uomini e donne, da diverse
tradizioni religiose, differenti storie e culture. Tra di noi è il
Presidente della Repubblica del Burkina Faso, che saluto con rispetto:
egli rappresenta un paese di felice convivenza tra cristiani e
musulmani, ma anche parla qui dell’Africa subshariana. Sempre abbiamo
voluto che l’Africa parlasse. La sua marginalizzazione nella vita
internazionale è il segno di un mondo che non costruisce la pace. Anzi
l’Africa rappresenta allo stesso tempo una grande risorsa per il mondo
e un banco di prova per la coscienza internazionale.
Il dolore
del mondo ci fa chinare sulle nostre tradizioni religiose alla ricerca
di quella ricchezza che il mondo non possiede: il messaggio di pace che
invita a spogliarci di ogni sentimento violento e a disarmarci di ogni
odio. La mitezza del cuore, la via della comprensione, l’uso del
dialogo per la soluzione dei conflitti, sono le risorse dei credenti e
del mondo. Lo diceva Benedetto XVI un anno fa a Colonia, parlando con i
leader musulmani:
“Non possiamo cedere alla paura e al
pessimismo. Dobbiamo piuttosto coltivare l’ottimismo e la speranza. Il
dialogo interreligioso e interculturale… non può ridursi ad una scelta
stagionale. E’ infatti una necessità vitale, da cui dipende gran parte
del nostro futuro.”
Il dialogo diventa un metodo e una scelta.
La medicina del dialogo permette di guarire tante incomprensioni e
conflitti tra i popoli e le religioni. Il dialogo svela che la guerra e
le incomprensioni non sono invincibili.
Ne siamo convinti. Per
questo siamo qui e continueremo ad incontrarci nel futuro con questo
spirito di pace, di collaborazione, di dialogo, convinti che il tessuto
comune dell’amicizia trattiene tante energie violente e di male, mentre
rinsalda le forze di pace. Così si concludeva l’appello firmato a
Milano nel 2004 che esprime il nostro sentire: “Innanzi tutto però
dobbiamo riformare noi stessi. Nessun odio, nessun conflitto, nessuna
guerra trovi nelle religioni un incentivo. La guerra non può mai essere
motivata dalla religione. Che le parole delle religioni siano sempre
parole di pace!”
E’ questa la nostra speranza, a cui portiamo l’apporto della nostra fede e della nostra convinzione. Per questo vi ringrazio.
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