“L’Italia è se stessa quando serve la Chiesa, l’Italia rinnega la
propria vocazione, tradisce la propria identità, quando rifiuta la
Chiesa”, afferma il professor Roberto De Mattei, docente di Storia
all’Università di Cassino e all’Università Europea di Roma.
Così ha
spiegato in una intervista a ZENIT il professor De Mattei, che è anche
Vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), nel
descrivere l’identità dell’Italia come caratterizzata da quella
“vocazione al bene comune” e all’“universalità”, propria della Chiesa
cattolica.
“Identità – ha affermato De Mattei – è una parola che a molti non
piace, soprattutto a coloro che hanno assorbito la mentalità del
pensiero debole, del pensiero post-moderno, del pensiero
de-costruzionista, secondo cui non bisogna parlare né di identità
italiana, né di identità europea o di identità occidentale, né di
identità cristiana, né di qualsivoglia identità, neppure di identità
dell’io o del soggetto umano”.
“L’uomo è concepito infatti come
una struttura evolutiva, puramente materiale, inserita a sua volta in
una rete di strutture materiali in evoluzione – ha aggiunto –. La
negazione del concetto di identità parte dalla disintegrazione del
soggetto umano, di cui si nega, con l’anima, l’unità e la coerenza
interiore”.
“Per il pensiero postmoderno, nell’universo nulla è,
tutto evolve tutto è dunque relativo, nulla è assoluto; né l’identità,
né la verità, né i valori immutabili nel divenire storico”
In che modo Dio entra nella sua definizione di identità?
De
Mattei: La mia identità, vista staticamente, è ciò che permane, di
immutabile, nel divenire della mia persona; vista dinamicamente, non è
altro che la mia vocazione, il posto che Dio, fin dall’eternità, mi ha
assegnato nell’universo e che ogni giorno sono chiamato a conquistarmi
corrispondendo con la mia volontà alla sua. Ogni creatura libera e
razionale ha una vocazione a cui è chiamata a corrispondere. La
vocazione è la strada nella quale la Provvidenza vuole che ognuno operi
e si sviluppi.
La volontà di Dio è diversa per ogni creatura e
ogni creatura che dal nulla si è affacciata al tempo è irripetibile.
Anche le nazioni, come gli uomini, hanno un’identità e una vocazione.
Le nazioni hanno una vocazione perché hanno un’identità: ma le
vocazioni delle nazioni, che non sono immortali, si compiono nella
storia, mentre quelle degli uomini, che hanno un’anima immortale, si
compiono nell’ eternità.
Qual è l’identità e la vocazione dell’Italia?
De
Mattei : L’Italia non è nata il 17 marzo 1861 a Torino, e ancor meno il
2 giugno 1946 a Roma. L’Italia è una nazione più che millenaria, la cui
identità ha iniziato a definirsi nella stessa epoca in cui si sono
formate tutte le nazioni europee, nei lunghi secoli di transizione che
vanno tra la fine dell’Impero romano e l’alba del Medioevo.
La
vocazione dell’Italia è servire il Papato, perché la nostra nazione è
nata, ordinata a questo compito. Il corpo geografico dell’Italia ci
aiuta a definirne l’identità spirituale e morale. Ma questa nettezza di
confini, che fa dell’Italia una terra immersa nel mare – non un mare
qualunque, ma quel mare Mediterraneo che è stato il crogiolo della
civiltà del mondo – la dispone ad essere una terra di accoglienza e,
allo stesso tempo, terra di espansione, di approdo e di partenza per
lidi lontani.
E’ per questo che la caratteristica dell’Italia è
la sua universalità, la sua capacità di accogliere e di diffondere,
come da una tribuna, il pensiero e i sentimenti di tutti i popoli della
terra. Ma questa caratteristica, l’universalità, è ordinata a sua volta
a ciò che l’Italia ha di più prezioso: il Papato.
In che modo il Papato si relaziona con la vocazione e l’identità dell’Italia?
De
Mattei: Tra l’Italia e il Papato c’è, per così dire, una simbiosi. Non
c’è nazione al mondo che abbia dato un numero di Papi così alto come
l’Italia. Eppure la Chiesa non ha scelto tra i Papi i patroni
dell’Italia. Avrebbe potuto scegliere i suoi patroni tra tanti Papi
santi: ha scelto Caterina e Francesco, due santi che non furono Papi,
non furono teologi, non furono sacerdoti. Religioso, non sacerdote, fu
Francesco, religiosa laica, non suora fu Caterina. Essi ebbero in
comune l’umiltà e lo spirito di abnegazione con cui servirono i Papi e
la Chiesa.
Vorrei ricordare le parole del Crocifisso di san
Damiano a Francesco: “Ripara la mia Chiesa” e il contemporaneo sogno di
Innocenzo III, che ha la visione di Francesco che sorregge la Chiesa.
E
le lettere infuocate di Caterina sulla necessità di una “riforma della
Chiesa”, che hanno come risultato il ritorno del Papa a Roma, dopo i
settant’anni della cosiddetta “cattività Avignonese”, come venne
definito il periodo trascorso dai Papi ad Avignone. San Francesco e
Santa Caterina incarnano la vocazione e l’identità profonda degli
italiani, un popolo chiamato a servire in maniera disinteressata la
Chiesa e a governarla come “sovrappiù” della Provvidenza in ricompensa
di questo servizio disinteressato.
La Chiesa cattolica è
accusata, fin dai tempi di Machiavelli, di essere stata il principale
ostacolo alla unificazione politica del nostro Paese, lei che ne pensa?
De
Mattei: Per rispondere a questa domanda invito a leggere il libro di
Massimo Viglione, “L’Identità ferita” (Edizioni Ares, 280 pagine, 16
Euro), da cui emerge con chiarezza che i fautori del Risorgimento
nazionale, nel migliore dei casi, considerarono l’unificazione politica
come il bene supremo dell’Italia e il Papato come l’ostacolo su questo
cammino; nel peggiore dei casi si servirono, strumentalmente,
dell’unificazione politica con l’intento di distruggere il Papato e la
Chiesa. L’identità italiana non è solo genericamente cattolica, ma si
definisce in funzione del Papato. La vocazione dell’Italia non è solo
ospitare il Papato, ma servirlo, permettere al Papato di svolgere il
suo ruolo universale. L’Italia è se stessa quando serve la Chiesa,
l’Italia rinnega la propria vocazione, tradisce la propria identità,
quando rifiuta la Chiesa. Alla universalità si oppone in questo caso il
particolarismo, destinato ad avere il suo esito nella guerra civile,
malattia plurisecolare dell’Italia. E non a caso Viglione definisce il
Risorgimento come “una rivoluzione contro la millenaria identità degli
italiani che ha provocato e tutt’oggi provoca un permanente stato
latente di guerra civile” (op. cit. , p. 9).
A questo proposito
invito a leggere il libro di monsignor Luigi Negri, “Pio IX. Attualità
e profezia” (Edizioni Ares, 240 pagine, 14 Euro) dove si scopre che Pio
IX non fu un Papa anti-italiano, ma fu l’italiano più autentico del XIX
secolo, il vero interprete dell’identità italiana in questo periodo. Si
tratta di un punto centrale da comprendere, oggi che è sul tappeto la
collaborazione tra liberali e cattolici. I cattolici italiani debbono
liberarsi dal modernismo, ma i liberali debbono liberarsi dal
risorgimentalismo che pesa sul loro passato. I liberali debbono
comprendere la grandezza del beato Pio IX, il Papa che, come osserva
monsignor Negri, ha profeticamente intravisto l’itinerario della
modernità verso il relativismo dissolutore.
Lei sostiene che la debolezza dell’identità cristiana dell’Europa presta il fianco allo scontro con l’Islam…
De
Mattei: Mi preoccupa l’Unione Europea, che rifiuta il riferimento alle
radici cristiane. Un’Europa priva di anima che vede la dispersione dei
principi e dei valori che l’hanno creata. Un’Europa di cui lo storico
inglese Niall Ferguson così prevede il futuro: “Una strisciante
islamizzazione di una cristianità decadente è un esito plausibile:
mentre gli europei anziani diventano sempre più vecchi, e la loro fede
religiosa sempre più debole, le colonie musulmane, all’interno delle
loro città si fanno sempre più estese ed evidenti nella loro osservanza
religiosa”.
Da questo punto di vista condivido le considerazioni
del senatore Marcello Pera secondo cui “lo scontro di civiltà in corso
non è tanto quello tra Cristianesimo e Islam – che pure esiste ed è
sanguinoso –, quanto quello fra religione e secolarizzazione”; “per
vincere questo scontro occorre qui in Occidente, e soprattutto in
Europa, recuperare le radici della nostra Civiltà cristiana”.
Nell’Ottocento
si scontrarono due ideologie forti: liberalesimo e cattolicesimo. Oggi
il vero nemico non è il risorgimentalismo liberale, e neppure
l’ideologia forte islamica, ma il pensiero debole che cede di fronte ad
essa, rifiutando di vedere lo scontro di civiltà in atto, individuando
come nemico, non chi attacca la nostra civiltà, ma chi denuncia
l’esistenza di un attacco alla nostra civiltà. Di fronte alla sfida
culturale rappresentata dall’immigrazione, l’Italia non può rinunziare
al valore primario della sua cultura e della sua identità. L’identità
non è mai conflittiva o divisiva, ma è al contrario aggregante,
coesiva, unitiva: è un fattore di integrazione e di inclusione sociale,
e quindi di stabilità. Un’identità forte può arricchirsi di elementi
estranei ad essa, può integrarli, ma senza rinunciare a se stessa. Per
questo oggi l’Italia deve voltare le spalle al relativismo e recuperare
la sua identità, che non è cosa diversa dalla sua vocazione.
Di fronte a queste sfide qual è la soluzione che lei propone?
De
Mattei: La soluzione ai nostri problemi, ai problemi dell’Italia e del
mondo, trascende la politica, è culturale, e prima di essere culturale,
è religiosa. Recuperare la nostra identità significa comprendere che
non abbiamo ricevuto bene più grande del Battesimo, che non abbiamo
ricevuto dono più alto della Chiesa cattolica, e per quanto riguarda
l’Italia, del Papato. Non c’è bene nazionale o internazionale, di
ordine naturale, che valga il sia pur minimo bene di ordine
soprannaturale: quei beni soprannaturali che riceviamo con il
Battesimo, che rinnoviamo con gli altri Sacramenti, e che la Chiesa
cattolica ogni giorno ci amministra. Questa è la nostra identità:
Christianus mihi nome, Catholicus cognomen (San Paciano di Barcellona,
Epist. Ad Symph., 4, PL, 13, 10), un’identità che costituisce la sola
grande speranza, l’unica luce, nell’oscurità che oggi tenta di
affliggerci.
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