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Intervista alla dottoressa Margaret Somerville di Montreal.
Nel perseguire la legalizzazione dell’eutanasia vengono usate due
strategie: la “ridefinizione” e la “confusione”. Due tattiche che
coinvolgono problematiche sociali più ampie, secondo una farmacista,
eticista e giurista cattolica.
La dottoressa Margaret
Somerville, fondatrice e direttrice del Center for Medicine, Ethics and
Law della McGill University di Montreal, è intervenuta ad un recente
seminario sulla bioetica organizzato annualmente e sponsorizzato dalla
Catholic Organization for Life and Family. Nel seminario si è
riflettuto sull’eutanasia e sulle questioni che riguardano lo stadio
finale della vita.
In questa intervista rilasciata a ZENIT, la
Somerville parla delle questioni etiche attuali e delle loro ampie
implicazioni socio-culturali.
Qual è il motivo delle forti pressioni dirette a ridefinire l’eutanasia, e cosa comporterebbe una tale nuova definizione?
Somerville:
Quella della ridefinizione è una strategia particolare che rientra
nell’ambito della promozione dell’eutanasia. L’obiettivo è quello di
far rientrare l’eutanasia nell’ambito di tutti gli altri interventi
sanitari che invece sono accettabili, come quello di consentire la
sospensione dei trattamenti che mantengono artificialmente in vita una
persona.
I fautori dell’eutanasia utilizzano il termine “morte
medico-assistita” - siamo tutti d’accordo di volere le cure di un
medico quando siamo in fin di vita - e affermano che il suicidio
medico-assistito e l’eutanasia sono solo modalità diverse di un unico
insieme di trattamenti. La diffusa espressione “neutrale” è che
l’eutanasia è solo un “ultimo atto di una buona cura palliativa”, che
suona bene, e molte persone la prendono per un’opzione possibile.
In
realtà i fautori dell’eutanasia cercano di fare un unicum tra tutti gli
interventi destinati ai pazienti in fin di vita, sostenendo che tutti
sarebbero della stessa natura e che si differenzierebbero tra loro solo
nel grado d’intervento. Ne consegue che per essere coerenti
bisognerebbe accettarli tutti o respingerli tutti. Certo nessuno vuole
respingerli tutti - significherebbe ad esempio non poter usufruire
delle necessarie cure antidolorifiche - pertanto l’unica opzione
sarebbe quella di accettarli tutti.
Chi si oppone a questa
logica afferma che l’eutanasia e il suicidio medico-assistito sono
diversi in natura e non solo nel grado, rispetto alle altre cure per i
pazienti terminali.
Sul perché vi siano queste pressioni, si può
dire che da una parte ciò deriva da una convinzione personale nei
diritti di autodeterminazione, da un desiderio di controllo, da una
reazione dopo aver assistito ad una terribile morte, da molteplici
paure e dal tentativo di gestirle, eccetera.
Quali sono le implicazioni di una legalizzazione dell’eutanasia sulla società nel suo complesso?
Somerville:
Da un punto di vista più generale della società, si tratta di una
battaglia importante. In queste guerre culturali stiamo assistendo ad
una battaglia sulla natura stessa del paradigma culturale della
società, sulla visione mondiale che governerà nel futuro, sulla scelta
dei nuovi valori che dovremmo adottare e degli antichi valori che
dovremmo riaffermare.
A mio giudizio esistono tre possibili
alternative per questa nuova impostazione mondiale, ciascuna delle
quali presenta una relazione molto diversa rispetto alla nuova scienza.
La
prima è l’impostazione della “scienza pura”, che ritiene che la scienza
sia in grado o sarà in grado di spiegare tutto, compreso quegli aspetti
come l’altruismo, la morale, che noi consideriamo come elementi che ci
contraddistinguono rispetto agli altri animali e che ci identificano
chiaramente come esseri umani.
È un’impostazione che cerca il
significato della vita umana principalmente o esclusivamente attraverso
la scienza e, similmente, cerca di esercitare un controllo attraverso
di essa. In questa impostazione non vi è alcuno spazio ufficiale
riservato allo spirito. La morte di ciascuno è un fatto puramente
personale che coinvolge valori e preferenze esclusivamente individuali.
Per
contro, la seconda impostazione è quella del “mistero puro”, che spesso
denigra la scienza ed è espressamente antiscientifica. Essa mantiene
una posizione fortemente incentrata sulla sacralità della vita e può
essere assimilata al rispetto o alla riverenza per la vita e
soprattutto al rispetto e alla riverenza per la morte.
Molti
fautori di questa impostazione ritengono ad esempio che ogni
trattamento sanitario debba essere portato avanti fino a che non si
spenga anche l’ultima fiamma di vita. Si tratta di un’impostazione in
cui sarebbe difficile somministrare le necessarie cure antidolorifiche
che potrebbero abbreviare la vita.
L’impostazione
“scienza-spirito”, la terza, comprende sia lo spirito scientifico che
lo spirito umano. Per alcune persone si tratterebbe di una visione
espressione della religione, ma essa può essere sostenuta - e per molte
persone è effettivamente così - indipendentemente dall’appartenenza ad
una religione, almeno in senso confessionale.
Essa riconosce che
la vita umana va oltre la sua componente biologica, per quanto
meravigliosa questa possa essere. Questa visione globale riserva uno
spazio allo spirito umano e alla dimensione secolare sacrale.
Soprattutto, è un terreno comune tra tutte le persone che apprezzano il
valore etico e morale, a prescindere dall’essere o meno religiosi.
Si
tratta di un’impostazione in cui la nostra nuova scienza suscita
meraviglia sia rispetto a ciò che conosciamo, sia - e conseguentemente
- rispetto a ciò che oggi sappiamo di non conoscere. Essa cerca di dare
senso alla realtà attraverso la combinazione delle dimensioni di
scienza e di spirito, ed è così in grado di porsi in modo diverso
rispetto alle altre due impostazioni.
In che modo la
legalizzazione dell’eutanasia potrebbe cambiare il modo di considerare
noi stessi e il senso di questa nostra vita umana?
Somerville:
Siamo sempre più come prodotti a scadenza. L’atteggiamento di alcuni
sostenitori dell’eutanasia è questo: “quando siamo alla fine, la nostra
‘data di scadenza’ deve essere verificata nel modo più celere,
economico ed efficace possibile”.
Quali sono gli elementi della cultura in Canada che contribuiscono all’attuale contrasto sulla legalizzazione dell’eutanasia?
Somerville:
Ci troviamo in difficoltà per una serie di elementi: l’esclusiva nella
ragione, soprattutto nella scienza come unica via della conoscenza; un
forte individualismo; la mancanza di una religione condivisa; la
secolarizzazione.
Il nostro Parlamento e le nostre alte
magistrature sono le nuove grandi cattedrali, mentre i mezzi di
comunicazione in generale esprimono apprezzamento per l’eutanasia e
disprezzo per chi vi si oppone. Mi soffermo più a lungo su questo punto
nel mio libro “Death Talk: The Case against Euthanasia and
Physician-Assisted Suicide”.
Quali suggerimenti vorrebbe
proporre alla persona laica comune che si confronta con questa
questione? Si sentirebbe di invitare le persone a fare una scelta di
fondo sulla posizione da adottare rispetto all’eutanasia?
Somerville:
Certo. Chiediamoci come vorremmo che i nostri bis-bis-nipoti muoiano se
oggi legalizziamo l’eutanasia. È una cosa che incide radicalmente sui
valori - soprattutto su quelli concernenti il rispetto della vita - che
tramandiamo alle future generazioni.
Per coloro che vogliono
prendere posizione contro questa tendenza, dico che occorre portare le
nostre ragioni nel mondo. Occorre parlare alle persone che ritengono
che possa non essere una cattiva idea, e non limitarci a rassicurarci
tra noi sulla nostra corretta posizione contraria, come mi sembra
faccia la gran parte dei cristiani contrari all’eutanasia.
Come viene utilizzato invece lo strumento della confusione, nell’ambito della promozione dell’eutanasia?
Somerville:
Se la parola “eutanasia” venisse ridefinita per essere assimilata al
pari di tutte le altre opzioni per i malati terminali, allora molti
penserebbero che tutto - compreso l’eutanasia - debba essere accettato
e legalizzato.
Spesso i sondaggi propongono domande alle quali è
impossibile dare una risposta chiara. Ad esempio: “Lei è favorevole o
contrario all’eutanasia per i malati terminali che soffrono
terribilmente?”.
È impossibile rispondere in modo corretto:
“Sono favorevole a tutti i trattamenti che possano alleviare il dolore
ma contrario all’eutanasia”. La maggior parte delle persone risponderà
di essere “favorevole” - e quindi anche favorevole all’eutanasia -
perché certamente non vorrà escludere i trattamenti antidolorifici.
Secondo lei quindi è la paura di soffrire che motiva il sostegno all’eutanasia?
Somerville: Sì. Cercare di avere il controllo sulla sofferenza è anche un modo naturale per rispondere ad essa.
Sappiamo
che la sofferenza si riduce quando sentiamo di averne il controllo. Per
questo cerchiamo meccanismi di riduzione della sofferenza o sistemi di
gestione della paura; credo che l’eutanasia venga vista in entrambi i
sensi.
Circola liberamente nelle nostre società un forte senso
di ansia. Vediamo la morte come la fonte delle nostre paure e cerchiamo
di dominare queste paure, cercando di avere il controllo sulla morte.
Questa sensazione di avere maggiore controllo ricuce la nostra
sofferenza.
Ciò che cerchiamo è di ridurre in tutti i modi
possibili la paura della morte, cercando di dare una sensazione di
controllo alle persone.
Cosa spinge le persone a prendere in
considerazione il suicidio assistito? Il timore del dolore,
dell’abbandono e di essere un peso. Talvolta le persone vedono il
suicidio medico-assistito come una risposta ragionevole a questi timori.
Altre
volte è la depressione. Ma secondo alcuni studi autorevoli, pubblicati
sul New England Journal of Medicine, si tratta invece di una condizione
che i ricercatori medici hanno definito come mancanza di speranza,
l’assenza di prospettive, e che hanno differenziato rispetto alla
depressione.
Le persone in fin di vita hanno bisogno di una
speranza, di un senso di collegamento con il futuro. Questa sensazione
può riguardare anche un futuro molto ravvicinato, come vedere il sole
che sorge, o ascoltare il canto degli uccelli che accompagna l’alba del
nuovo giorno.
Come ho scritto nel mio libro “The Ethical
Canary”: “La speranza è ossigeno per lo spirito umano; senza di essa il
nostro spirito (che ha in sé la volontà di vivere) muore”.
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