Intervista al neonatologo Carlo Bellini
Ha suscitato molto scalpore l’annuncio a febbraio di un documento
elaborato dal Comitato toscano di bioetica e dall' Ordine dei medici
della Toscana che invocherebbe uno stop alle cure intensive per i
neonati troppo prematuri, perché considerate una pratica assimilata
all' accanimento terapeutico.
Il documento, annunciato dal
professor Giampaolo Donzelli, Direttore della Clinica di medicina
perinatale dell' Università di Firenze, ha prodotto in particolare
numerose critiche all’interno del mondo medico e delle associazioni di
assistenza ai bambini a rischio disabilità.
Per conoscere le
implicazioni etiche e pratiche di un documento di tale genere, e
soprattutto verificare come cambia la cultura nei confronti dei bambini
nati prematuramente, ZENIT ha intervistato il dottor Carlo Bellini,
neonatologo che lavora al Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del
Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena.
Il Comitato
toscano di bioetica e l'Ordine regionale dei medici hanno chiesto di
fermare le terapie intensive per i bimbi nati molto prematuramente e a
rischio di disabilità. Qual è il dibattito attualmente in corso in
Italia sull’eutanasia e sul non-curare i neonati gravemente a rischio?
Bellieni:
Nel febbraio 2006 in seguito a questa presa di posizione di varie
società scientifiche italiane, il quotidiano Repubblica titolava “Stop
alle cure dei prematuri”. E scriveva: “Niente cure intensive per il
neonato di 22-23 settimane, ma solo un accompagnamento dolce alla
morte; trattamento intensivo per quello di 24 settimane solo se la
rianimazione produce sforzi respiratori spontanei, frequenza cardiaca,
ripresa del colorito”.
Come hanno reagito i medici, gli operatori sanitari, la società civile, le associazioni per la vita?
Bellieni:
Queste affermazioni hanno colto di sorpresa le società scientifiche i
cui Presidenti avevano stilato il documento in questione soprattutto
per tre punti: 1) a 23 settimane 4 neonati su 10 sopravvivono, di
questi molti avranno varie disabilità; a 24 settimane il tasso di
sopravvivenza sale e cala il rischio di disabilità, dunque a 23-24
settimane non siamo per forza davanti a neonati morenti. 2) Chi
potrebbe giurare sull’età gestazionale esatta di un feto alla nascita?
3) La prognosi di un neonato resta incerta per mesi. Vari Primari di
neonatologia italiani hanno criticato il documento, associazioni
mediche e di volontariato e anche rappresentanti delle famiglie degli
ex bambini prematuri, indipendentemente dalla propria appartenenza
religiosa o culturale, hanno levato un coro di disapprovazione: oltre
250 firme di neonatologi, ostetrici e pediatri sono state raccolte in
pochi giorni, con un semplice passa-parola per sostenere apertamente un
principio diverso.
Quale?
Bellieni: Che, come
dice la lettera aperta che hanno scritto, “non esiste una ‘vita non
giusta’, ogni nato ha diritto alle cure, e ogni famiglia di persona
disabile ha già dalla nascita diritto alla massima assistenza da parte
della Società e dello Stato. Queste cure si devono offrire a chiunque
abbia serie possibilità di vita in seguito al nostro intervento, e un
neonato dalle 23 settimane di età gestazionale ha serie possibilità di
sopravvivere trattandolo come qualunque altro paziente. La missione del
medico è sempre quella di curare e la rinuncia a salvare una vita umana
in previsione di un ipotetico handicap è sempre una sconfitta”. Questo
significa anche che non ci si deve accanire quando non c’è una seria
possibilità di sopravvivenza.
Può altresì sorgere il dubbio
se sia corretto rianimare questi bambini, conoscendo l’ipotetico
rischio che essi dovranno convivere con un handicap.
Bellieni:
Qualunque paziente ha diritto ad essere rianimato e assistito nel
migliore dei modi, indipendentemente dal suo livello di abilità o
disabilità. Anche negli Stati Uniti fu sollevato questo dibattito: è
giusto rianimare un bambino Down come si rianimerebbe qualunque altro
bambino? E la risposta della Corte Suprema fu: assolutamente sì. In
realtà è oltremodo aleatorio stabilire un criterio in questo campo e
ogni bambino reagisce a suo modo.
Recentemente hanno fatto
molto scalpore le dichiarazioni del Ministro Carlo Giovanardi che ha
paragonato la legge sull’eutanasia olandese alla legislazione
eugenetica nazista. Qual è il suo parere in proposito?
Bellieni:
Che il problema viene da molto più lontano: è un problema antico, e nei
secoli c’è sempre stato chi ha definito qualcuno “vita di serie B”.
Oltretutto, chi asserisce che la risposta al dolore del neonato possa
esserne la soppressione, non si rende conto che oggi abbiamo tali
farmaci e trattamenti analgesici che fa inorridire vedere quanto poco
questi, invece, vengano usati, come abbiamo mostrato in una recente
ricerca nazionale.
Ora, passato il tempo delle discriminazioni
razziali o sessuali, non vorrei che invece di aiutare si preferisca in
futuro nascondere, censurare, eliminare. Ma i tempi fanno vedere che i
sentimenti del popolo stanno cambiando. Bisogna che cambi di
conseguenza anche la cultura e si incrementino in maniera importante i
fondi che gli Stati destinano alle spese per la disabilità.
|