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Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della
dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica
dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
Qualche volta gli eventi scientifici divengono momenti salienti nella
storia e negli sviluppi di una particolare disciplina o direzione di
ricerca. Non accade di frequente, ma potrebbe essere questo il caso del
Congresso Internazionale su “Cellule Staminali: quale futuro
terapeutico? Aspetti scientifici e problematiche bioetiche”,
organizzato a Roma dal 14 al 16 settembre 2006 dalla Federazione
Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche e dalla Pontificia
Accademia per la Vita.
È stata un’occasione preziosa, in cui un’altamente qualificata
rappresentanza internazionale di medici, scienziati, moralisti e
bioeticisti si è confrontata senza pregiudizi o dipendenze ideologiche
su uno dei temi maggiormente sensibili del nostro tempo, denso di
attese e speranze per impostare la medicina e la scienza di domani. Lo
sfondo etico-antropologico è stato esplicitato in sede introduttiva dal
presidente della Pontificia Accademia per la Vita, S.E. Mons. Elio
Sgreccia: si intendeva esplorare le vie presenti e future di
applicazione terapeutica della ricerca con le cellule staminali,
riconoscendo al contempo e salvaguardando i diritti e la dignità
dell’embrione umano.
Tale prospettiva non contraddice in alcun modo con l’intento di
scientificità, di oggettività e di libertà di pensiero che ha
caratterizzato l’evento e che ha pervaso i vivaci dibattiti scaturiti
dopo ogni sessione. Infatti, l’intangibile diritto alla vita
embrionaria non è stato assunto dogmaticamente, ma discusso – e da
qualcuno anche messo in dubbio – attraverso serrate argomentazioni che
hanno magnificamente fondato gli interventi più propriamente tecnici e
scientifici.
Le relazioni di carattere più propriamente medico e biogenetico,
infatti, hanno messo attentamente a confronto i risultati e le
prospettive della ricerca con le cellule staminali embrionali (proprie
dell’embrione nelle prime fasi di vita) rispetto a quella con le
staminali somatiche (o “adulte”, ovvero provenienti dall’organismo più
sviluppato). Hanno inoltre presentato i dati della ricerca più recente
in questo campo, evidenziando al di là di ogni ragionevole dubbio la
superiorità scientifica e clinica, oltre a quella etica, dell’impiego
delle cellule staminali somatiche (ASC) rispetto alle cellule
embrionali (ESC). Infine, hanno esaminato le possibili vie alternative
per ottenere cellule staminali pluripotenti senza distruggere embrioni
umani.
Il tutto rifuggendo riduzioni provincialiste e con lo sguardo
rivolto alla collaborazione internazionale, come raccomandava in
apertura dei lavori il past presidente della FIAMC Gianluigi Gigli. Il
materiale offerto dal congresso è estremamente ricco, e sarà oggetto di
riflessioni approfondite nelle prossime edizioni della presente
rubrica. al fine di cogliere i contenuti essenziali, basterà qui il
riferimento all’ampia ed esauriente relazione conclusiva di Maurizio
Faggioni, professore ordinario di bioetica all’Accademia Alfonsiana di
Roma.
Punto di partenza ineludibile è la questione dello statuto ontologico e
morale dell’embrione umano. Secondo l’argomentazione di Faggioni,
l’embrione è un vivente, perché fin dal concepimento è un organismo,
cioè un sistema auto-organizzato che pur in continua evoluzione
mantiene una situazione di equilibrio. Se è un vivente, non può che
appartenere ad una categoria, o ad una specie, di viventi, che nel
nostro caso è la specie umana. Dunque, per la biologia l’embrione è fin
dal concepimento un essere umano.
In questo senso, precisava il relatore, non si può definirlo essere
umano in potenza, perché in effetti lo è già in atto. Si può dire
certamente che non presenta tutte le caratteristiche che riconosciamo
negli individui nati, o negli individui adulti, ma tale differenza non
ne sminuisce in alcun modo la dignità e il valore. Nessuno si
sognerebbe di dire – è l’esempio avanzato dallo studioso – che un
bambino ha una dignità ridotta perché non presenta ancora tutte le
caratteristiche del soggetto maturo, e dunque può essere usato per la
sperimentazione o sfruttato prelevandone, ad esempio, gli organi prima
della morte, sia pure allo scopo di salvare altre persone. Lo stesso
ragionamento vale per l’embrione, proprio in quanto essere umano. Per
questo motivo, continuava, chi parla di bilanciamento di interessi fra
la tutela della vita embrionaria e la speranza di trovare nuove terapie
(così come ha fatto il prof. Demetrio Neri al congresso), trascura il
dovere fondamentale di riconoscere il valore della vita umana in ogni
circostanza.
Stravolgere questo principio porta a conseguenze morali molto gravi, in
termini di possibile selezione eugenetica, di ingiusta discriminazione
fra esseri umani, di mancata tutela dei più deboli. Occorre allora
ricordare – ribadiva Faggioni – il principio etico secondo cui la
ricerca di un fine buono non può giustificare l’uso di mezzi
intrinsecamente cattivi, quale è la soppressione di vite umane allo
stadio
embrionale.
La discussione sullo statuto dell’embrione umano è gravida di
conseguenze per la questioni bioetiche in esame. Parlando di
clonazione, il relatore precisava come la clonazione cosiddetta
“terapeutica” (a volte mascherata dietro il termine tecnico asettico di
“trasferimento nucleare”) non è eticamente meno problematica della
clonazione terapeutica; anzi, per certi versi è peggiore, perché non
solo attiva modalità artificiali di produzione della vita assolutamente
indegni dell’uomo, ma crea esseri umani al solo ed unico scopo di
distruggerli per la sperimentazione.
Una questione assai rilevante affrontata da Faggioni è stata quella
dell’utilizzo di cellule staminali di derivazione embrionale pur senza
averle prodotte. Tale questione si presenta molto delicata dopo la
decisione del Consiglio dell’Unione Europea in merito alla ricerca
sulle cellule staminali nell’ambito del VII Programma Quadro (cfr. F.
Vari, Prime note a proposito del finanziamento europeo della ricerca
sulle cellule staminali embrionali, “Federalismi.it Rivista di diritto
pubblico italiano, comunitario e comparato”, 6 agosto 2006).
Il fatto di usare linee cellulari embrionali precedentemente
prodotte, con il divieto chiaro ed esplicito di non produrre altre
linee cellulari potrebbe giustificarsi dal punto di vista morale come
cooperazione materiale remota, cioè come una come partecipazione
involontaria ad un atto sbagliato, lontana e oramai irrelata con l’atto
stesso, nel senso che non ne incentiva la reiterazione. Starebbe qui la
differenza, ad esempio, tra l’uso di vaccini che in origine erano stati
prodotti con feti abortiti (ma che oggi si conservano e coltivano
autonomamente, senza creare nuovi ceppi) e l’uso di vaccini attualmente
prodotti con materiale embrio-fetale da aborto procurato.
Diverso è il caso in cui vi sia la possibilità di importare linee
cellulari, pur senza generarle, o – analogamente – di eseguire tutte le
fasi successive della ricerca, con la sola esclusione della formazione
delle linee cellulari. Qui si tratterebbe piuttosto di cooperazione
formale (in cui si condivide l’intenzione e l’oggetto dell’atto) o di
cooperazione materiale prossima, in cui l’atto immorale non viene
condiviso, ma ciononostante viene positivamente favorito, con
conseguente responsabilità morale.
Faggioni ha inoltre trattato il tema scottante delle vie “etiche”
per ottenere staminali embrionali. Lo studioso reputa interessanti e
apprezzabili i tentativi di reperire staminali di tipo embrionale senza
uccidere o danneggiare embrioni umani. Una certa “attenzione” ad
evitare la creazione di embrioni unicamente a scopo di ricerca
risponde, oltre che ai dettami della legge naturale, ai valori e alla
sensibilità più comuni nella cultura occidentale. Infatti, la
produzione di embrioni a scopo di ricerca è generalmente vietata a
livello internazionale (con l’eccezione del Regno Unito). Tuttavia,
vari paesi sono fortemente inclini ad utilizzare per la ricerca
embrioni crioconservati e abbandonati (i cosiddetti soprannumerari),
come se la loro distruzione fosse “il male minore”. Con varie
motivazioni: non sono “veramente umani”, sono comunque condannati, non
sono impiantabili, servono a curare i malati.
Si concentrano qui bugie ed errori, chiaramente individuati da
Faggioni.
1) Come già visto, il fine buono e il bilanciamento di interessi non
giustificano mezzi e atti malvagi. Dunque, la speranza – ad oggi vana –
di curare i malati attraverso le staminali embrionali non può mai
essere una ragione sufficiente per sopprimere vite umane innocenti.
2) Dal punto di vista clinico e sperimentale, sono innegabili la
maggiore efficacia e le prospettive più concrete dischiuse dalle
cellule somatiche (le staminali “adulte”). Non c’è pertanto alcun reale
bisogno delle staminali embrionali.
3) L’ineluttabilità della morte degli embrioni rimasti inutilizzati
(fuori o dentro i congelatori) non autorizza in alcun modo la sua
anticipazione volontaria, che equivale comunque ad un omicidio.
4) Gli embrioni, in ogni loro fase, sono a tutti gli effetti esseri
umani in quanto organismi della specie umana.
5) Nonostante i limiti probabilistici stabiliti, l’impiantabilità degli
embrioni crioconservati non può essere stabilità a priori, ma
unicamente dopo lo scongelamento. Alcuni di loro, forse, sono ancora
impiantabili.
6) È assolutamente scorretto posticipare l’inizio della vita umana alla
fase post-impianto, che non è che una delle tappe di sviluppo
dell’organismo. Dunque, gli embrioni in vitro sono pienamente uomini
anche prima dell’impianto
7) A dispetto dei molti chiarimenti teorici, spesso i ricercatori e i
moralisti confondono la viabilità con la vitalità, come ha limpidamente
la prof. Maria Luisa Di Pietro nel suo intervento al congresso. Dire
che un embrione non può proseguire nel suo sviluppo, non significa dire
ipso facto che non è più vivo.
Tra le vie “etiche” per ottenere staminali pluripotenti senza
“passare” per l’embrione, Faggioni ha citato la derivazione di linee
cellulari a partire da un solo blastomero. Tale procedura, studiata
negliutlimi tempi particolarmente da Lanza e colleghi, presenta
problemi insormontabili e dunque non può essere eticamente accettabile:
- L’embrione può essere danneggiato o ucciso dal prelievo
- Se il blastomero prelevato conserva la sua totipotenza, ci si
troverebbe ad effettuare di fatto una clonazione per embryo splitting,
e dunque a creare un nuovo embrione, clonato, per distruggerlo
- C’è necessità di operare la fecondazione in vitro, per avere
l’embrione donatore
- Si possono configurare interessi commerciali nella produzione di
embrioni umani
Un altro metodo indagato attualmente dalla ricerca è l’ANT (altered
nuclear transfer), in cui un processo di clonazione per traferimento
viene effettuato con un nucleo alterato geneticamente, specificamente
silenziando alcuni geni, senza i quali l’entità che si sviluppa non
sarebbe più un organismo umano. Il dubbio etico è se si tratti
effettivamente di un non-embrione, di un artefatto biologico
(biological artefact), di una cosa, o invece di un embrione umano
deficitario, disabile, di un morente programmato. Vale tuttavia la pena
di studiare approfonditamente la tecnica sul modello animale. Si
possono anche utilizzare dei nuclei normali, da trasferire in un
ovocita modificato, in modo da ottenere, di nuovo, una struttura non
organizzata da cui ricavare comunque staminali pluripotenti di tipo
embrionale. Ovviamente per tutti questi tentativi valgono tutti i
rischi legati alle staminali embrionali rispetto alle adulte, ad
esempio la possibilità che formino tumori, o che contengano anomalie
genetiche trasmissibili all’organismo da curare.
Un altro sistema in corso di studio è la realizzazione di partenoti,
cioè di entità derivate dalla divisione indotta per partenogenesi dei
soli ovociti. Tali entità, secondo alcuni, non sarebbero esseri umani
perché di derivazione esclusivamente ovocitaria, e dunque senza la
doppia appartenenza cromosomica. Il problema principale è rappresentato
dalla vera identità morale dei partenoti, che, nonostante le loro
alterazioni, presentano lo sviluppo di un normale embrione. Inoltre,
questo metodo richiede la raccolta di molti ovociti.
Al contrario, la riprogrammazione di cellule somatiche è la via più
promettente, ed è inoltre eticamente ineccepibile. Si tratta di
riportare cellule somatiche staminali (epiteliali, muscolari, nervose,
epatiche, ecc.) allo stadio di massima indifferenziazione possibile.
Questo tipo di metodo permette di avere cellule compatibili con il
soggetto da curare (in quanto autologhe), di non sollevare riserve
morali, di praticare – alle dovute condizioni – la sperimentazione già
sull’uomo, come in effetti sta avvenendo già da vari anni con buoni
risultati.
Faggioni ha brevemente affondato l’annosa questione di che cosa fare
degli embrioni soprannumerari in alternativa alla ricerca. Il problema
non è di facile soluzione. C’è chi propende per l’adozione e chi
ritiene che tali embrioni vadano scongelati e lasciati morire in
coltura, oppure crioconservati indefinitamente. Ognuna di tali
soluzioni presenta dei limiti più o meno gravi, e tali da richiedere un
attento prosieguo della riflessione. Occorre tenere tuttavia a mente,
ricordava significativamente il relatore, che “quando la ragione etica
è alterata la possibilità di trovare una soluzione è già
inevitabilmente compromessa”.
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di
bioetica scrivendo all’indirizzo:
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La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e
privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome,
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