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Se avessimo il coraggio – e l’aiuto di una vera assistenza medica
domiciliare – di accompagnare alla morte chi vi si avvicina, molti
morirebbero a casa, circondati da persone e oggetti familiari. Morire
così oggi è divenuto un grande privilegio dei ricchi"
(Lucetta Scaraffia)
Intervista a Maria Luisa Di Pietro,
Co-presidente di Scienza & Vita
Dall’inizio alla fine. Il cerchio della vita si chiude, ma non smette
di girare. A circa un anno e mezzo dal referendum sulla fecondazione
assistita, infatti, Scienza & Vita torna a organizzare una campagna
su larga scala. Stavolta non si tratta però di difendere il “nucleo
germinale” della vita umana, bensì gli ultimi istanti. A partire dalla
richiesta di eutanasia di Piergiorgio Welby, alcune forze politiche e
sociali, primi fra tutti i radicali, vorrebbero ottenere il
riconoscimento del diritto alla “dolce morte”.
Per contrastare
questa pericolosa deriva, le oltre cinquanta associazioni che
compongono il tessuto associativo di Scienza & Vita a livello
locale organizzano da martedì 28 novembre una settimana di riflessione
dal titolo “Né accanimento, né eutanasia”. Il titolo, uguale per tutti
dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, contraddistingue una serie di
manifestazioni pubbliche. L’apertura ufficiale è prevista a Firenze,
mentre il convegno conclusivo si terrà a Roma il 5 dicembre (vedi box
in pagina). “Abbiamo voluto impostare una campagna che aiuti a
riflettere su tematiche complesse e di grande importanza per il futuro
del Paese. Non è più tempo solo di emozionarsi o di assistere inermi
all’incrociarsi caotico di pareri sensazionalistici. Non vogliamo né
urlare né utilizzare chi sta male per sostenere le nostre idee, ma
piuttosto ci rivolgiamo a quanti - e sono molti - vogliono farsi
un’opinione corretta sul tema”, spiega la presidente di Scienza &
Vita, Maria Luisa Di Pietro, che dirige l’Associazione con il noto
genetista Bruno Dallapiccola.
Cos’altro vi proponete?
Di
riportare il dibattito pubblico su un piano diverso da quello attuale,
sempre più impostato secondo un copione sempre uguale. Così è stato per
l’aborto e per la fecondazione artificiale. Prima vengono i casi
pietosi, poi l’allarme sulle pratiche clandestine, la difesa
dell’autodeterminazione a tutti i costi, il turismo eutanasico per
quanti possono permetterselo, la necessità che il nostro Paese si
adegui ad altre realtà dell’Europa e del mondo per non essere tagliato
fuori dalla “modernità” e dalla “civiltà”. Senza mai mettere in
evidenza che se esiste una pratica clandestina illecita, questa non va
avvallata ma piuttosto condannata; senza interrogarsi sui veri bisogni
del malato e della sua famiglia; senza pensare a sufficienza al fatto
che la richiesta di eutanasia scaturisce prima dal cuore della società
e, poi, arriva sulla bocca del malato. Il dibattito attuale è forzato e
manipolato anche per l’uso che si fa dei termini. Basti pensare al
fatto che si fa passare per eutanasia solo un atto uccisivo attivo e
non anche la sospensione delle cure, dell’alimentazione e
dell’idratazione.
L’eutanasia viene presentata come
diritto a scegliere da parte del soggetto che, non vedendo alternative
e non potendo togliersi la vita da sé, chiede ad altri di porre fine a
sofferenze da lui ritenute insopportabili.
Sì, l'eutanasia
viene presentata come la via da perseguire - in nome di un presunto
diritto alla morte - per porre fine ad una sofferenza non più
tollerabile. Nella realtà essa si traduce nell’uccisione del malato e
nell’anticipazione della sua morte. In nome di un diritto si chiede,
quindi, di annullare la ragione d’essere di questo diritto: la vita. Il
termine "diritto" può essere, però, utilizzato solo nei confronti di un
bene: la vita umana è un bene, la morte è solo un avvenimento. E della
vita umana non si può disporre già solo per il fatto che è il
presupposto per poter disporre di noi stessi. Se di diritti si vuole
parlare, ricordiamo che il vero diritto di ogni malato è quello di
avere una morte degna in cui non vi è spazio né per l’abbandono né per
la ghettizzazione, ma solo per il sostegno da parte di un ambiente
accogliente e solidale.
A cosa si riferisce?
A
tutto quello che manca o è ancora insufficiente in Italia: efficaci
reti di assistenza domiciliare, interventi a sostegno delle famiglie
dei malati, carenza di hospice e di strutture per la lungodegenza,
impossibilità di accedere con facilità alle cure palliative, mancanza
di personale sanitario adeguato, maggiore valorizzazione del
volontariato sociale e familiare. C’è un clima culturale troppo incline
a rimuovere la sofferenza e la morte, dimenticando che queste
esperienze sono parte integrante della vita di ciascuno. Chi si batte
contro l’eutanasia viene accusato di voler imporre agli altri di
soffrire. Questo non è assolutamente vero. La sofferenza, la mancanza
di senso, la disperazione, non si combattono eliminando il sofferente,
ma cercando di sollevarlo dal dolore fisico e di sostenerlo dal punto
di vista psicologico e spirituale. E’ per questa ragione che tra le
nostre richieste vi è quella di implementare la conoscenza e l'accesso
alle cure palliative, che sono un atto dovuto a quanti ne hanno bisogno
proprio nell'ottica dell'umanizzazione della morte. Una dimensione,
quella dell'umanizzazione della morte, che rischia di essere persa se
si riduce tutta la gestione della malattia, soprattutto in assenza di
capacità di intendere e di volere, a mettere in atto quanto scritto in
un arido pezzo di carta dove sono raccolte volontà che il malato ha
espresso in condizioni e in circostanze ben diverse da quelle in cui si
trova.
Lei introduce il tema dei cosiddetti “testamenti
biologici”, sui quali sono depositati diversi disegni di legge in
Parlamento. Quali problemi risolverebbe una chiara presa di posizione
dell’interessato riguardo al modo in cui essere curato nei casi in cui
non possa più esprimere le proprie volontà?
Si tratta di
una questione molto complessa sulla quale è necessaria una attenta
riflessione. Non mettiamo in discussione il coinvolgimento del malato
nella gestione della propria malattia, quanto piuttosto cosa può essere
oggetto di richiesta di volontà anticipate e quale è il modo ottimale
per raccoglierle. Dall'analisi dei disegni di legge si evince che
oggetto delle volontà anticipate sono l’accanimento terapeutico, le
cure palliative, l’assistenza a domicilio o in ospedale, la donazione
di organi ai fini del trapianto, l’assistenza religiosa. Tenendo conto
che la sospensione dell'accanimento terapeutico e l'attivazione delle
cure palliative sono atti dovuti, che per la donazione degli organi
esiste già un'altra legge e che la scelta del luogo ove morire o del
ricorso all'assistenza religiosa può essere comunicata alla famiglia o
essere contenuta in un testamento spirituale, si arriva alla
conclusione che una legge sul testamento biologico o sulle
dichiarazioni anticipate è inutile. Se a questo si aggiungono le
difficoltà legate all'intepretazione di volontà espresse "ora per
allora", alla presenza della figura del fiduciario, alla vincolatività
per il medico e all'obbligatorietà per cittadino di rilasciarle, ci si
rende conto che lo stesso diritto di scelta in nome del quale vengono
proposte non è assolutamente tutelato.
Ma, allora, è meglio non legiferare sui "testamenti biologici"?
Riteniamo
che sia alquanto imprudente ridurre l’acquisizione di volontà
anticipate a un mero strumento burocratico e pensare di risolvere per
legge una materia tanto complessa. E’ necessario, invece, che tali
decisioni maturino all’interno del rapporto del medico con il malato e
con la sua famiglia. Solo in tal modo sarà possibile decidere in
scienza e coscienza nei singoli casi, per loro natura irriducibili a
semplificazioni e schemi di comportamento. Senza un tale approccio vi è
solo il rischio che il testamento di vita o le dichiarazione anticipate
divengano di fatto un modo subdolo per legittimare pratiche eutanasiche
e superare le resistenze dell’opinione pubblica alla diretta uccisione
dei malati.
(Tratto da Scienza e Vita )
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