Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della
dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica
dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
Sulla scena bioetica internazionale si torna a parlare di maternità in
menopausa. Dopo l’intenso dibattito scaturito nel gennaio 2005 per il
caso di Adriana Iliescu, una donna romena che a 67 anni ha partorito un
bambina, è adesso la volta di una donna inglese, Patricia Rashbrook,
che a 63 anni è incinta di sette mesi. L’artefice del “miracolo” è il
ginecologo italiano Severino Antinori, già noto per avere sottoposto a
fecondazione artificiale numerose donne in età avanzata. L’esempio
forse più conosciuto dell’attività di Antinori in questo ambito risale
al 1994, quando l’Italia – in assenza di normativa sulla materia –
aveva avuto una mamma-nonna di 63 anni.
È quasi superfluo
ricordare le complesse problematiche che una simile pratica comporta
quanto a precarietà per la donna in gravidanza, rischi per il
nascituro, difficoltà di gestione della maternità dopo la nascita,
squilibri relazionali ed educativi dovuti allo sproporzionato scarto
generazionale, impatto della maternità e della paternità volutamente
tardive sulla crescita del figlio (cfr. È un segno di progresso riuscire a diventare mamma a 67 anni? , ZENIT, 19 gennaio 2005).
È
invece significativo riflettere su due aspetti – forse meno vistosi o
comunque poco criticati – con cui il caso britannico finisce per
intrecciarsi strettamente. Il primo aspetto è quasi un ritornello per
tutti coloro che, anche di recente, si sono espressi nel nostro paese
in favore di un cambiamento in senso permissivo della legge 40 sulla
procreazione assistita: la legge non dovrebbe stabilire il numero di
embrioni da fecondare, il genere di fecondazione da praticare (omologa
o eterologa) o la tipologia di persone che possono avvalersi delle
pratiche (età, sesso, ecc.), ma attenersi alle indicazioni dei medici,
sulla base delle condizioni della donna che si rivolge alle tecnologie
riproduttive.
Nella notizia ANSA che il 4 maggio 2006
annunciava l’insolita gravidanza, ad esempio, si faceva riferimento a
questo modo di impostare il problema della fecondazione artificiale:
“in Gran Bretagna non esiste un limite legale dell’età in cui una donna
può sottoporsi all’inseminazione artificiale e la decisione viene presa
a seconda dei casi dai medici, tenendo conto dello stato di salute
della coppia e della loro capacità di provvedere ai bisogni del
bambino” (GB: incinta a 63 anni, futura mamma tra gioie e polemiche, ANSA, 4 maggio 2006, h. 18:53).
Secondo
tale diffusa prospettiva, dunque, sarebbe la competenza del medico,
d’accordo con la coppia o con la sola donna, a decidere “i limiti” da
porre all’uso delle tecnologie riproduttive. Tuttavia, una simile
visione è a dir poco ingenua. Si basa infatti sull’improbabile assunto
che ogni centro di riproduzione assistita e ogni medico che esegue i
trattamenti agiscano nella più totale scienza e coscienza, per il bene
dei soggetti coinvolti.
Ma la legge italiana sulla
procreazione assistita è nata per il problema esattamente opposto,
ossia per far fronte ad una serie di abusi e di scorrettezze che
venivano impunemente portati avanti dalla ben nota giungla di
millantatori che, sfruttando il desiderio di maternità e di paternità
di tante coppie, succhiava soldi, energia e salute a quanti – animati
da speranze e promesse – riponevano in essi la loro fiducia.
Non
è nata, la legge 40, per scoraggiare la fecondazione artificiale, ma
per favorire i centri che già lavoravano in modo più coscienzioso e
fermare gli altri. In effetti, molti centri di riproduzione assistita
aderivano già sostanzialmente ai principi espressi dalla legge 40, e la
nuova norma non li ha perciò danneggiati in alcun modo.
Lo
dimostrano i primi dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità, che
riporta una diminuzione non rilevante nelle nascite da fecondazione
artificiale dopo la legge 40. Chi si è trovato a mal partito
sono stati i laboratori che avevano fatto degli embrioni soprannumerari
la loro “risorsa”, da utilizzare per gli scopi più vari, o coloro che
sottoponevano le donne a cicli devastanti e poco fruttuosi
essenzialmente per estorcere loro maggior denaro.
In
definitiva, si può affermare con certezza che la legge italiana ha
posto dei limiti doverosi, intendendo così proteggere gli utenti – i
genitori – e i destinatari – i concepiti – dal comportamento scorretto
in questo campo da parte di medici, sanitari e tecnici poco scrupolosi.
Tant’è che punisce severamente le violazioni alla norma da parte dei
centri e dei medici, ma non punisce le coppie e le donne che si
prestano a tecniche vietate, ben sapendo quanto grande possa essere la
loro vulnerabilità in tali frangenti.
Non ha dunque alcun
senso invocare contro i limiti posti dalla legge l’autorevolezza dei
medici nei centri di riproduzione assistita, poiché l’eterogeneità che
si è evidenziata al loro interno non offre sufficienti garanzie di
eticità e di sana deontologia. Episodi come quello di Patricia
Rashbrook (una psicologa infantile, fra l’altro) ne rappresentano una
dolorosa conferma.
Un secondo elemento da tenere in
considerazione riguarda più in generale il limite della scienza e della
tecnologia. Vedere la scienza (e la tecnologia) come campi “neutri”, in
cui la valutazione etica non dovrebbe entrare, e che si giustificano
solo grazie alla loro interna possibilità di realizzazione (si
deve fare tutto ciò che è possibile fare perché “non si può fermare la
scienza”), porta precisamente ad aberrazioni come quella della
gravidanza di Patricia. Un’assurda, egoistica e consapevole violazione
di fondamentali diritti di un bambino – il figlio tanto atteso – , che
viene posto deliberatamente e premeditatamente in condizioni di
oggettiva debolezza e disagio per poter soddisfare il desiderio dei
genitori. Come si può non vedere in un bambino così ricercato uno
strumento, invece di un dono d’amore?
D’altra parte, questo è
coerente con il quadro di scientismo onnipotente e tecnocratico che
invade a macchia d’olio la società attuale. Se il criterio di ricerca e
di attuazione nella tecnoscienza è unicamente la capacità di
realizzazione (il saper fare), se i diritti fondamentali dell’uomo –
come il diritto alla vita, alle cure, alla famiglie e all’educazione –
non fungono da barriere invalicabili per la volontà, allora bisogna
concludere che non c’è più alcuna etica di riferimento.
E a
tratti il nostro mondo testardo e viziato sembra proprio così: un
tumulto di gente che, in nome della libertà, chiede in realtà alla
scienza di assecondare la tirannia dei loro desideri, in barba a coloro
che ne faranno le spese. Quando tali sono i presupposti dell’agire
personale e sociale, infatti, c’è sempre qualcuno che paga, e per lo
più sono i soggetti deboli.
Non è strano: dove l’etica ha
lasciato il posto al delirio delle volontà e del “potere” (il poter
fare, appunto), solo la legge del più forte può avere uno spazio. Vi
sarà chi rassicura e minimizza, denunciando il catastrofismo di
realisti-integralisti-oscurantisti e l’antiquata ingenuità di coloro
che ancora si battono per difendere la legge morale naturale. Ma per
capire che non si tratta di allarmismo gratuito basta guardare i fatti:
non sono forse i più deboli, all’inizio come alla fine della vita, ad
essere progressivamente estromessi dal regno dei “degni” e a pagare le
spese dell’altrui “libertà”?
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo:
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La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e
privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome,
le iniziali del cognome e la città di provenienza]
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