Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della
dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica
dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
L’ultima intervista apparsa su Ulisse, il sito della SISSA (Scuola
Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste) che si occupa
dell’interazione fra scienza e società – riguarda le cellule staminali.
L’intervistato è Umberto di Porzio, direttore del Laboratorio di
Neurobiologia dello Sviluppo dell'Istituto di Genetica e Biofisica
"Adriano Buzzati Traverso" di Napoli. E la prima considerazione che
sorge spontanea leggendo l’intervista è che gli scienziati sono
autorevoli fintantoché parlano di scienza, mentre sugli altri temi non
lo sono più di altri.
Tuttavia, essi – come altre cruciali
categorie professionali – per il prestigio di cui godono nel loro campo
specifico tendono a risultare autorevoli anche al di fuori, soprattutto
quando vengono investiti dall’informazione del ruolo di “oracoli”. Ciò
carica indubbiamente gli uomini di scienza di una grande responsabilità
etico-sociale, e genera l’esigenza, sempre più urgente, che il mondo
scientifico sia formato a meglio indagare il significato antropologico
e le implicazioni etiche delle ricerche.
L’intervista al prof.
di Porzio mostra moto bene il tipico indebito passaggio dal discorso
scientifico al discorso etico, mostrando di accordare la stessa
capacità di discernimento e la stessa autorevolezza allo scienziato in
entrambi i campi (Le frontiere della biologia: neuroni e cellule
staminali).
Mentre lo studioso parla dei suoi studi in Italia e
in America, lo ascoltiamo ammirati e compiaciuti, senza neppure pensare
– in prima istanza – al valore applicativo di tali studi. Sono ricerche
di base svolte sui topi, come spiega lui stesso, “con qualche
prospettiva di applicazione futura”. L’eventuale uso terapeutico,
dunque, è incerto, e non stupisce: sappiamo che nella ricerca questo è
perfettamente normale. A dire il vero può attivarsi qui un primo moto
di coscienza, e lo spettatore non scienziato può chiedersi,
innanzitutto, se ogni ricerca abbia valore per i suoi meri aspetti
conoscitivi o se debba essere invece impostata fin dall’inizio pensando
al bene per l’uomo, fra cui hanno un posto – non esclusivo – le
possibili future applicazioni, anche considerando l’onerosità della
ricerca scientifica e la scarsità di risorse.
Ma non si vuole in
alcun modo frustrare il desiderio di conoscenza dell’uomo, perciò il
non scienziato preferisce rimanere nella sua muta ammirazione sapendo
che, entro certi limiti e rispettando determinate condizioni etiche,
ogni nuovo sapere è un valore, perché soddisfa la naturale sete
dell’uomo di indagare gli aspetti particolari e quantitativi della
realtà, per approfondire un quadro del sapere che, per l’uomo, è sempre
perfettibile.
Il problema sorge quando, improvvisamente ma non
inaspettatamente, l’intervistatore dirotta il colloquio con l’insigne
medico e genetista sulla legge 40 riguardante la procreazione
medicalmente assistita, chiedendo se questa non risulti limitante per
la ricerca sulle cellule staminali a cui lo studioso si dedica da anni.
Lo
scienziato parte allora con un discorso che non più nulla di
scientifico e che suona più meno come tanti dei titoli di giornale
letti lo scorso anno: la legge 40 è contro la salute delle donne,
contro la loro dignità, contro i diritti riproduttivi, … Tutti
ritornelli già sentiti, che lo scienziato dogmaticamente enuncia senza
offrire alcun dato a supporto. E poi, incalza, la legge vieta ogni
forma di ricerca con cellule staminali embrionali umane, danneggiando
la ricerca italiana. Non la specifica ricerca del prof. divorzio e
colleghi, che lavorano sui topi, ma quella di chi volesse invece
studiare le staminali embrionali umane, come altri paesi fanno.
E
puntualmente arrivano i confronti con l’estero, e le velate minacce di
irrecuperabile arretratezza che investirebbe l’Italia a causa della
temibile legge 40. Anzi, lo scienziato precisa che fino a qualche tempo
fa il divario fra Italia e Stati uniti, ad esempio, era di carattere
tecnologico. Ora che questo gap è stato quasi completamente superato,
resterebbe al suo posto un forte ostacolo culturale.
Denuncia
infatti “l'istaurarsi di un nuovo gap culturale e di conoscenze, per
cui mentre i coreani, i cinesi, i californiani, gli inglesi potranno
portare avanti le loro ricerche sulle cellule staminali embrionali
umane, noi potremo fare in questo campo solo una ricerca di
retroguardia”.
Scontata la responsabilità attribuita alla Chiesa
Cattolica, che in ogni tempo avrebbe impedito lo sviluppo della
scienza, salvo poi modificato, a posteriori, alcune sue posizioni. E
scontato l’attacco a quei “pochissimi” scienziati italiani che hanno
appoggiato la legge 40 durante la campagna pre-referendaria, “per
ragioni ideologiche”.
Le affermazioni a-scientifiche del
professore sono purtroppo un condensato di imprecisioni, scorrettezze,
luoghi comuni. Non si vede, intanto, quali siano state le motivazioni
ideologiche degli scienziati che hanno appoggiato l’astensione al
referendum del 2005 e, in particolare, di coloro che hanno difeso la
ricerca con le cellule staminali adulte, rispetto a quella con le
embrionali.
Il riferimento non esplicito ma scontato è ad Angelo
Vescovi, studioso di cellule stamianli e con-direttore dell' "Istituto
di ricerca sulle cellule staminali" dell’ospedale San Raffaele di
Milano. Il prof. Vescovi non è cattolico, dunque non era mosso da
intenti “confessionali”, né difendeva in toto la prospettiva etica
cattolica, che pure non è di tipo dogmatico ma razionale e naturale.
Vescovi metteva unicamente in guardia dai facili ottimismi relati alle
ricerche con le stamianli embrionali – che molta parte dei referendari
magnificava come preziose risorse per curare “milioni di malati” – e
presentava i risultati concreti ottenibili e ottenuti anche sull’uomo
con le cellule staminali “adulte”, spesso frettolosamente indicate come
“meno efficaci”. Nel suo libro La cura che viene da dentro, Vescovi
ammette che le staminali embrionali potrebbero rivelarsi maggiormente
utili, in alcuni casi, di quelle adulte, ma che è tutto da dimostrare.
Dunque
la pressione ideologica e l’opera di disinformazione su questo tema è
stata portata avanti, da oltre un anno, nella direzione esattamente
opposta a quella indicata da di Porzio: non una contrapposizione fra
adulte ed embrionali creata artificiosamente dal fronte astensionista
per mascherare i risultati delle embrionali, ma una puntualizzazione,
da parte degli astensionisti, sul carattere puramente ipotetico e forse
illusorio delle terapie con staminali embrionali. È ciò che ammette
serenamente ogni onesto studioso del settore.
In questo senso, è
semplicemente corretto – e non ideologico – affermare che finora i
risultati concreti vengono solo dalla ricerca con le adulte, che curano
già molte malattie e il cui raggio d’azione potrebbe estendersi
rapidamente nei prossimi anni.
Ma la vera questione non si situa
a livello di “battaglia dei dati”. I dati sono certamente utili, se
servono a capire quali siano i punti di partenza per la riflessione
sull’uomo, se possono fornire punti fermi elimiando errori e false
certezze e inducendo un po’ più di sano realismo. Fatto questo,
tuttavia, si entra nel cuore del problema, che non è – per l’appunto –
di natura tecnico-scientifica. È di natura squisitamente etica.
Il
motivo per cui le staminali embrionali umane non si possono usare a
fini di ricerca non è principalmente la loro inefficacia, o la loro
ingovernabilità, o la loro illegalità. È il fatto, eticamente ovvio e
inoppugnabile, che attualmente il loro reperimento richiede il
consapevole e premeditato sacrificio di embrioni umani, a cui la retta
ragione – e non la fede – riconosce un valore intrinseco. Gli esseri
umani, anche allo stadio embrionale, non possono esser considerati un
“possesso di qualcuno”, o semplice “materiale di laboratorio”. Per la
loro intima dignità hanno il diritto alla vita che non può essere
violato da alcuno.
La legge 40 si limita ad affermare questo
banale principio. Che non è valido per ragioni “storiche”, come insinua
lo studioso, ma sempre e dovunque. La visione morale di Porzio,
infatti, spegne in un attimo l’entusiasmo e la stima che suscita la
descrizione delle sue scoperte scientifiche, allorché afferma con
supponenza che “l'etica cambia, perché è storicamente determinata: ci
sono alcune cose che si mantengono, come alcuni principi etici, mentre
altri aspetti della società si trasformano”.
La legge morale
naturale, al contrario, esiste e non varia con la storia, rimane
immutata attraverso tutta al storia dell’uomo. Per questo la Chiesa non
cambierà mai idea sull’utilizzo degli embrioni umani a fini di ricerca.
Non può farlo. Nessuno in realtà è libero di introdurre un simile
principio violento, discriminatorio e anti-sociale nella cultura e
negli ordinamenti.
Se questo accade, è perché l’uomo perde di
vista il suo vero bene. Anche l’uomo che agisce contro se stesso, o
contro altri, è mosso da beni apparenti, o da beni parziali, o dal
desiderio di rifiutare dei mali. C’è dunque – quasi sempre – una
spiegazione ai comportamenti iniqui che l’uomo attua, che ce li possono
rendere in parte comprensibili – anche se mai giustificabili – e che
lasciano continuamente aperta la speranza di un cambiamento del cuore,
di una con-versione. Il punto è, tuttavia, la capacità di vedere beni
sempre più alti, che aprano ad una visione più profonda della realtà,
di acquisire cioè quello sguardo umile e contemplativo sulle cose che
il sapiente – ma a quanto pare sempre meno l’uomo di scienza -
instancabilmente coltiva.
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo:
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La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e
privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome,
le iniziali del cognome e la città di provenienza]
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