Articoli & Rubriche Bioetica Le cellule staminali e i confini della scienza

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  • maria luigia : Sorelle e fratelli carissimi, stamani prego per tutti quelli che affrontano una dura prova, soffusi di tristezza e di scoramento per l'ingrata vita, che ci tortura. Affidiamoci nella preghiera a Maria, madre di grande misericordia: che ci insegni ad avere cieca fiducia in Dio. La vera gioia nasce dalla certezza di essere amati sempre, in ogni momento, dal Signore DIO. Mi affiderò completamente a Lei e mi lascerò avvolgere dal suo amore. AMEN, M.Luigia
  • eugiugrafe : Guardando la Tua Croce Signore, menisco il mio dolore con la preghiera che elevò a Te
  • eugiugrafe : Guardando la Tua Croce Signore, menisco il mio dolore con la preghiera che elevo a Te.
  • giona29 : vi chiedo una preghiera per me che devo andare in ospedale per una visita
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  • maria luigia : Sorelle e fratelli carissimi, le nostre preghiere mattutine siano la nostra forza e lo scudo che ci permette di combattere, vincendole, le avversità della vita. Quando ho terminato il mio rosario del mattino, provo una maggiore forza interiore ed una serenità totale. Prego Dio, la Madonna e i Santi per tutti gli uomini. AMEN, M.Luigia

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Le cellule staminali e i confini della scienza Stampa E-mail
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Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. L’ultima intervista apparsa su Ulisse, il sito della SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste) che si occupa dell’interazione fra scienza e società – riguarda le cellule staminali. L’intervistato è Umberto di Porzio, direttore del Laboratorio di Neurobiologia dello Sviluppo dell'Istituto di Genetica e Biofisica "Adriano Buzzati Traverso" di Napoli. E la prima considerazione che sorge spontanea leggendo l’intervista è che gli scienziati sono autorevoli fintantoché parlano di scienza, mentre sugli altri temi non lo sono più di altri.

Tuttavia, essi – come altre cruciali categorie professionali – per il prestigio di cui godono nel loro campo specifico tendono a risultare autorevoli anche al di fuori, soprattutto quando vengono investiti dall’informazione del ruolo di “oracoli”. Ciò carica indubbiamente gli uomini di scienza di una grande responsabilità etico-sociale, e genera l’esigenza, sempre più urgente, che il mondo scientifico sia formato a meglio indagare il significato antropologico e le implicazioni etiche delle ricerche.

L’intervista al prof. di Porzio mostra moto bene il tipico indebito passaggio dal discorso scientifico al discorso etico, mostrando di accordare la stessa capacità di discernimento e la stessa autorevolezza allo scienziato in entrambi i campi (Le frontiere della biologia: neuroni e cellule staminali).

Mentre lo studioso parla dei suoi studi in Italia e in America, lo ascoltiamo ammirati e compiaciuti, senza neppure pensare – in prima istanza – al valore applicativo di tali studi. Sono ricerche di base svolte sui topi, come spiega lui stesso, “con qualche prospettiva di applicazione futura”. L’eventuale uso terapeutico, dunque, è incerto, e non stupisce: sappiamo che nella ricerca questo è perfettamente normale. A dire il vero può attivarsi qui un primo moto di coscienza, e lo spettatore non scienziato può chiedersi, innanzitutto, se ogni ricerca abbia valore per i suoi meri aspetti conoscitivi o se debba essere invece impostata fin dall’inizio pensando al bene per l’uomo, fra cui hanno un posto – non esclusivo – le possibili future applicazioni, anche considerando l’onerosità della ricerca scientifica e la scarsità di risorse.

Ma non si vuole in alcun modo frustrare il desiderio di conoscenza dell’uomo, perciò il non scienziato preferisce rimanere nella sua muta ammirazione sapendo che, entro certi limiti e rispettando determinate condizioni etiche, ogni nuovo sapere è un valore, perché soddisfa la naturale sete dell’uomo di indagare gli aspetti particolari e quantitativi della realtà, per approfondire un quadro del sapere che, per l’uomo, è sempre perfettibile.

Il problema sorge quando, improvvisamente ma non inaspettatamente, l’intervistatore dirotta il colloquio con l’insigne medico e genetista sulla legge 40 riguardante la procreazione medicalmente assistita, chiedendo se questa non risulti limitante per la ricerca sulle cellule staminali a cui lo studioso si dedica da anni.

Lo scienziato parte allora con un discorso che non più nulla di scientifico e che suona più meno come tanti dei titoli di giornale letti lo scorso anno: la legge 40 è contro la salute delle donne, contro la loro dignità, contro i diritti riproduttivi, … Tutti ritornelli già sentiti, che lo scienziato dogmaticamente enuncia senza offrire alcun dato a supporto. E poi, incalza, la legge vieta ogni forma di ricerca con cellule staminali embrionali umane, danneggiando la ricerca italiana. Non la specifica ricerca del prof. divorzio e colleghi, che lavorano sui topi, ma quella di chi volesse invece studiare le staminali embrionali umane, come altri paesi fanno.

E puntualmente arrivano i confronti con l’estero, e le velate minacce di irrecuperabile arretratezza che investirebbe l’Italia a causa della temibile legge 40. Anzi, lo scienziato precisa che fino a qualche tempo fa il divario fra Italia e Stati uniti, ad esempio, era di carattere tecnologico. Ora che questo gap è stato quasi completamente superato, resterebbe al suo posto un forte ostacolo culturale.

Denuncia infatti “l'istaurarsi di un nuovo gap culturale e di conoscenze, per cui mentre i coreani, i cinesi, i californiani, gli inglesi potranno portare avanti le loro ricerche sulle cellule staminali embrionali umane, noi potremo fare in questo campo solo una ricerca di retroguardia”.

Scontata la responsabilità attribuita alla Chiesa Cattolica, che in ogni tempo avrebbe impedito lo sviluppo della scienza, salvo poi modificato, a posteriori, alcune sue posizioni. E scontato l’attacco a quei “pochissimi” scienziati italiani che hanno appoggiato la legge 40 durante la campagna pre-referendaria, “per ragioni ideologiche”.

Le affermazioni a-scientifiche del professore sono purtroppo un condensato di imprecisioni, scorrettezze, luoghi comuni. Non si vede, intanto, quali siano state le motivazioni ideologiche degli scienziati che hanno appoggiato l’astensione al referendum del 2005 e, in particolare, di coloro che hanno difeso la ricerca con le cellule staminali adulte, rispetto a quella con le embrionali.

Il riferimento non esplicito ma scontato è ad Angelo Vescovi, studioso di cellule stamianli e con-direttore dell' "Istituto di ricerca sulle cellule staminali" dell’ospedale San Raffaele di Milano. Il prof. Vescovi non è cattolico, dunque non era mosso da intenti “confessionali”, né difendeva in toto la prospettiva etica cattolica, che pure non è di tipo dogmatico ma razionale e naturale. Vescovi metteva unicamente in guardia dai facili ottimismi relati alle ricerche con le stamianli embrionali – che molta parte dei referendari magnificava come preziose risorse per curare “milioni di malati” – e presentava i risultati concreti ottenibili e ottenuti anche sull’uomo con le cellule staminali “adulte”, spesso frettolosamente indicate come “meno efficaci”. Nel suo libro La cura che viene da dentro, Vescovi ammette che le staminali embrionali potrebbero rivelarsi maggiormente utili, in alcuni casi, di quelle adulte, ma che è tutto da dimostrare.

Dunque la pressione ideologica e l’opera di disinformazione su questo tema è stata portata avanti, da oltre un anno, nella direzione esattamente opposta a quella indicata da di Porzio: non una contrapposizione fra adulte ed embrionali creata artificiosamente dal fronte astensionista per mascherare i risultati delle embrionali, ma una puntualizzazione, da parte degli astensionisti, sul carattere puramente ipotetico e forse illusorio delle terapie con staminali embrionali. È ciò che ammette serenamente ogni onesto studioso del settore.

In questo senso, è semplicemente corretto – e non ideologico – affermare che finora i risultati concreti vengono solo dalla ricerca con le adulte, che curano già molte malattie e il cui raggio d’azione potrebbe estendersi rapidamente nei prossimi anni.

Ma la vera questione non si situa a livello di “battaglia dei dati”. I dati sono certamente utili, se servono a capire quali siano i punti di partenza per la riflessione sull’uomo, se possono fornire punti fermi elimiando errori e false certezze e inducendo un po’ più di sano realismo. Fatto questo, tuttavia, si entra nel cuore del problema, che non è – per l’appunto – di natura tecnico-scientifica. È di natura squisitamente etica.

Il motivo per cui le staminali embrionali umane non si possono usare a fini di ricerca non è principalmente la loro inefficacia, o la loro ingovernabilità, o la loro illegalità. È il fatto, eticamente ovvio e inoppugnabile, che attualmente il loro reperimento richiede il consapevole e premeditato sacrificio di embrioni umani, a cui la retta ragione – e non la fede – riconosce un valore intrinseco. Gli esseri umani, anche allo stadio embrionale, non possono esser considerati un “possesso di qualcuno”, o semplice “materiale di laboratorio”. Per la loro intima dignità hanno il diritto alla vita che non può essere violato da alcuno.

La legge 40 si limita ad affermare questo banale principio. Che non è valido per ragioni “storiche”, come insinua lo studioso, ma sempre e dovunque. La visione morale di Porzio, infatti, spegne in un attimo l’entusiasmo e la stima che suscita la descrizione delle sue scoperte scientifiche, allorché afferma con supponenza che “l'etica cambia, perché è storicamente determinata: ci sono alcune cose che si mantengono, come alcuni principi etici, mentre altri aspetti della società si trasformano”.

La legge morale naturale, al contrario, esiste e non varia con la storia, rimane immutata attraverso tutta al storia dell’uomo. Per questo la Chiesa non cambierà mai idea sull’utilizzo degli embrioni umani a fini di ricerca. Non può farlo. Nessuno in realtà è libero di introdurre un simile principio violento, discriminatorio e anti-sociale nella cultura e negli ordinamenti.

Se questo accade, è perché l’uomo perde di vista il suo vero bene. Anche l’uomo che agisce contro se stesso, o contro altri, è mosso da beni apparenti, o da beni parziali, o dal desiderio di rifiutare dei mali. C’è dunque – quasi sempre – una spiegazione ai comportamenti iniqui che l’uomo attua, che ce li possono rendere in parte comprensibili – anche se mai giustificabili – e che lasciano continuamente aperta la speranza di un cambiamento del cuore, di una con-versione. Il punto è, tuttavia, la capacità di vedere beni sempre più alti, che aprano ad una visione più profonda della realtà, di acquisire cioè quello sguardo umile e contemplativo sulle cose che il sapiente – ma a quanto pare sempre meno l’uomo di scienza - instancabilmente coltiva.


[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]
 

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