n occasione della sua XII Assemblea Generale, il 27 e 28 febbraio
scorsi la Pontificia Accademia per la Vita (PAV) ha celebrato un
Congresso internazionale sul tema “L'embrione umano nella fase del
preimpianto. Aspetti scientifici e considerazioni bioetiche” (cfr.
“Scienza e bioetica confermano che l’embrione è una persona”, ZENIT, 6
marzo 2006).
Pubblichiamo di seguito il comunicato finale diffuso dalla PAV.
PONTIFICIA ACADEMIA PRO VITA
XII ASSEMBLEA GENERALE
DICHIARAZIONE FINALE
CONGRESSO INTERNAZIONALE
"L'EMBRIONE UMANO NELLA FASE DEL PREIMPIANTO"
23 marzo 2006
1.
A nessuno sfugge come gran parte del dibattito bioetico contemporaneo,
soprattutto in questi ultimi anni, si sia concentrato attorno alla
realtà dell'embrione umano, sia egli considerato in se stesso oppure in
relazione all'agire degli altri esseri umani nei suoi confronti; ciò si
spiega bene dal momento che le molteplici implicazioni (scientifiche,
filosofiche, etiche, religiose, legislative, economiche, ideologiche,
ecc.) legate a questi ambiti inevitabilmente finiscono per catalizzare
differenti interessi, oltre che attirare l'attenzione di chi è alla
ricerca di un agire etico autentico. Diventa perciò ineludibile
affrontare un quesito di fondo: "Chi o cosa è l'embrione
umano?", per poter derivare da una risposta fondata e coerente a tale
domanda criteri d'azione che siano pienamente rispettosi della verità
integrale dell'embrione stesso.
A tal fine, secondo una
corretta metodologia bioetica, è necessario innanzitutto volgere lo
sguardo ai dati che la più aggiornata scienza mette oggi a nostra
disposizione, consentendoci di conoscere in gran dettaglio i diversi
processi attraverso i quali un nuovo essere umano inizia la sua
esistenza. Tali dati dovranno poi essere sottoposti all'interpretazione
antropologica, al fine di evidenziarne i significati ed i valori
emergenti, ai quali, infine, fare riferimento per derivare le norme
morali dell'agire concreto, della prassi operativa.
2. Alla
luce, dunque, delle acquisizioni più recenti dell’ embriologia è
possibile fissare alcuni punti essenziali universalmente riconosciuti:
a)
Il momento che segna l’inizio della esistenza di un nuovo “essere
umano” è rappresentato dalla penetrazione dello spermatozoo
nell’ovocita. La fecondazione induce tutta una serie di eventi
articolati e trasforma la cellula uovo in “zigote”. Nella specie umana
entrano all’interno dell’ovocita il nucleo dello spermatozoo (compreso
nella testa) e un centriolo (il quale avrà un ruolo determinante nella
formazione del fuso mitotico all’atto della prima divisione cellulare);
la membrana plasmatica resta all’esterno. Il nucleo maschile subisce
profonde modificazioni biochimiche e strutturali che dipendono dal
citoplasma ovulare e che vanno a predisporre la funzione che il genoma
maschile inizierà subito a svolgere. Si assiste infatti alla
decondensazione della cromatina (indotta da fattori sintetizzati nelle
ultime fasi dell’ovogenesi) che rende possibile la trascrizione dei
geni paterni. L’ovocita, dopo l’ingresso dello spermatozoo, completa la
sua seconda divisione meiotica ed espelle il secondo globulo polare,
riducendo il suo genoma ad un numero aploide di cromosomi al fine di
ricostituire insieme ai cromosomi portati dal nucleo maschile il
cariotipo caratteristico della specie. Al tempo stesso esso va incontro
ad una “attivazione” dal punto di vista metabolico in vista della prima
mitosi. E’ sempre l’ambiente citoplasmatico dell’ovocita ad indurre il
centriolo dello spermatozoo a duplicarsi, costituendo così il
centrosoma dello zigote . Tale centrosoma si duplica in vista della
costituzione dei microtubuli che comporranno il fuso mitotico. I due
set cromosomici trovano il fuso mitotico già formato e si dispongono
all’equatore in posizione di metafase. Seguono le altre fasi della
mitosi ed alla fine il citoplasma si divide e lo zigote dà vita ai
primi due blastomeri. L’attivazione del genoma embrionale è
probabilmente un processo graduale. Nell’embrione unicellulare umano
sono già attivi 7 geni, altri sono espressi nel passaggio dallo stadio
di zigote a quello a due cellule.
b) La biologia, e più in particolare l’embriologia, forniscono la documentazione di una definita direzione di sviluppo: ciò significa che il processo è “orientato” – nel tempo – nella direzione di una progressiva differenziazione e acquisizione di complessità e non può regredire su stadi già percorsi.
c) Un ulteriore punto acquisito con le primissime fasi di sviluppo è quello dell’“autonomia” del nuovo essere nel processo di autoduplicazione del materiale genetico.
d) Strettamente correlate alla proprietà della “continuità” sono anche le caratteristiche di “gradualità” (il passaggio necessitato nel tempo da uno stadio meno differenziato a quello più differenziato) e di “coordinazione”
dello sviluppo (esistenza di meccanismi che regolano in un insieme
unitario il processo di sviluppo). Queste proprietà – all’inizio quasi
trascurate nel dibattito bioetico – vengono sempre più considerate
importanti in epoca recente, a motivo delle progressive acquisizioni
che la ricerca offre sulla dinamica dello sviluppo embrionale anche
allo stadio di “ morula” che precede la formazione della blastocisti.
L’insieme di queste tendenze costituisce la base per interpretare lo
zigote già come un “organismo” primordiale (organismo monocellulare)
che esprime coerentemente le sue potenzialità di sviluppo attraverso
una continua integrazione dapprima fra i vari componenti interni e poi
fra le cellule cui dà progressivamente luogo. L’integrazione è sia
morfologica che biochimica. Le ricerche in corso già da qualche anno
non fanno che apportare ulteriori “prove” di queste realtà.
3.
Tali acquisizioni della moderna embriologia necessitano di essere
sottoposte al vaglio dell’interpretazione filosofico-antropologica per
poter cogliere la preziosità valoriale che ogni essere umano, pur allo
stadio embrionale, porta con sé ed esprime. Si tratta, dunque, di
affrontare la questione basilare dello status morale dell’embrione.
È
noto come, tra le varie proposte ermeneutiche presenti nel dibattito
bioetico attuale, siano stati indicati diversi momenti dello sviluppo
embrionale umano a cui legare l’attribuzione di un suo status morale,
accampando spesso ragioni fondate su criteri "estrinseci" (partendo
cioè da fattori esterni all'embrione stesso). Ma tale modo di procedere
non risulta essere idoneo ad identificare realmente lo status morale
dell’embrione, dal momento che ogni possibile giudizio finisce per
basarsi su elementi del tutto convenzionali ed arbitrari.
Per
poter formulare un giudizio più oggettivo sulla realtà dell'embrione
umano e dedurne, quindi, delle indicazioni etiche, bisogna piuttosto
prendere in considerazione dei criteri "intrinseci" all’embrione
stesso, a cominciare proprio dai dati che la conoscenza scientifica
mette a nostra disposizione. A partire da essi, si può asserire che
l'embrione umano nella fase del preimpianto è: a) un essere della
specie umana; b) un essere individuale; c) un essere che possiede in sé
la finalità di svilupparsi in quanto persona umana ed insieme la
capacità intrinseca di operare tale sviluppo. Da tutto ciò si può
concludere che l'embrione umano nella fase del preimpianto sia già
realmente una "persona"? È ovvio che, trattandosi di un'interpretazione
filosofica, la risposta a tale interrogativo non sia di "fede definita"
e rimanga aperta, in ogni caso, ad ulteriori considerazioni.
Tuttavia,
proprio a partire dai dati biologici disponibili, riteniamo non esservi
alcuna ragione significativa che porti a negare l'essere persona
dell'embrione, già in questa fase. Naturalmente, ciò presuppone
un'interpretazione del concetto di persona di tipo sostanziale,
riferita cioè alla stessa natura umana in quanto tale, ricca di
potenzialità che si esprimeranno lungo tutto lo sviluppo embrionale e
anche dopo la nascita. A supporto di tale posizione, va osservato come
la teoria dell'animazione immediata, applicata ad ogni essere umano che
viene all'esistenza, si mostri pienamente coerente con la sua realtà
biologica (oltre che in "sostanziale" continuità col pensiero della
Tradizione). "Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel
seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono
stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo" recita il Salmo
(Sal 139,13-14), riferendosi all'intervento diretto di Dio nella
creazione dell’anima di ogni nuovo essere umano.
Dal punto di
vista morale, poi, aldilà di ogni considerazione sulla personalità
dell'embrione umano, il semplice fatto di essere in presenza di un
essere umano (e sarebbe sufficiente persino il dubbio di trovarsi alla
sua presenza) esige nei suoi confronti il pieno rispetto della sua
integrità e dignità: ogni comportamento che in qualche modo possa
costituire una minaccia o un'offesa per i suoi diritti fondamentali,
primo fra tutti il diritto alla vita, è da considerarsi come gravemente
immorale.
In conclusione, desideriamo fare nostre le parole
che il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato nel suo indirizzo al
nostro Congresso : "L'amore di Dio non fa differenza fra il
neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il
giovane, o l'uomo maturo o l'anziano. Non fa differenza perché in
ognuno di essi vede l'impronta della propria immagine e somiglianza (Gn
1,26). Non fa differenza perché in tutti ravvisa riflesso il volto del
suo Figlio Unigenito, in cui "ci ha scelti prima della creazione del
mondo, ... predestinandoci a essere suoi figli adottivi ... secondo il
beneplacito della sua volontà" (Ef 1,4-6)". (Benedetto XVI, Ai
partecipanti all’assemblea generale della Pontificia Accademia per la
Vita e al Congresso internazionale "L’embrione umano nella fase del
preimpianto", 27/2/2006).
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