Articoli & Rubriche Bioetica I confini della vita: aspetti bioetici

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  • eugiugrafe : Guardando la Tua Croce Signore, menisco il mio dolore con la preghiera che elevò a Te
  • eugiugrafe : Guardando la Tua Croce Signore, menisco il mio dolore con la preghiera che elevo a Te.
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I confini della vita: aspetti bioetici Stampa E-mail
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Pubblichiamo di seguito, per la rubrica di Bioetica, l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. C’è chi osserva, per certi versi con ragione, che l’attuale dibattito pubblico in tema di eutanasia, suicidio assistito e “testamento biologico” è notevolmente diverso da quello, giunto all’apice lo scorso anno, sulla procreazione medicalmente assistita. Si ritiene che ora, a differenza dell’anno scorso, abbiamo meno dati scientifici a supporto della riflessione etica, che la gente è ancor meno preparata di quanto non fosse sulla fecondazione artificiale, che gli argomenti a favore della vita, in questo caso, sono meno intuitivi.

In realtà, il nesso fra i due temi è molto più forte di quanto possa a prima vista sembrare. Le problematiche etiche di inizio e di fine vita, infatti, rappresentano le questioni bioetiche per eccellenza. Entrambe richiedono le tre operazioni proprie della bioetica: esame del dato scientifico-sperimentale, riflessione antropologica, giudizio etico. In questo senso, il problema di quando comincia e quando finisce la vita biologica dell’uomo è risolto attraverso l’analisi dei dati scientifici. Che cos’è la vita umana, chi è l’uomo, perché la vita umana ha un valore sono invece domande a cui risponde la riflessione antropologica. Il giudizio etico, infine, nasce allorché ci sia chieda che cosa sia bene o male fare per l’uomo nascente e morente.

Perché questo giudizio si possa dare è necessario conoscere i fatti, sia di tipo scientifico (prima operazione) che di tipo antropologico (seconda operazione). A seconda del problema, e delle competenze specifiche del ricercatore, si potrà partire dalla prima o dalla seconda operazione. Il dato scientifico ci serve ad esempio per dire se un’entità è un organismo (vivente), se un organismo è vivo o morto, se appartiene alla specie umana. In realtà, già nella prima di queste questioni entra un livello di riflessione che la biologia sperimentale fatica ad inquadrare e fa riferimento alla definizione di “vita”.

Durante le discussioni che hanno preceduto il referendum sulla legge 40, il noto politologo Giovanni Sartori aveva tentato appunto di spostare il dibattito sulla questione “vita/non vita” a proposito dell’embrione, sostenendo che fino ad un certo punto la vita dell’embrione è simile alla vita delle singole cellule, che possono riprodursi (colture cellulari), ma non costituiscono un organismo . D’altra parte, la storia di questo problema, nella filosofia della scienza e nella biologia, è lunga: ne discutevano gli epigenisti e i preformisti già nel Seicento, ne parlano oggi biologi e filosofi che studiano la teoria dell’autopoiesi (i sistemi autopoietici).

La differenza fra “insieme di cellule” e “organismo vivente” è stata all’origine di molti dibattiti bioetici sullo statuto e la dignità dell’embrione umano. Molte fra le cosiddette “teorie dell’inizio posticipato della vita umana” partono dall’idea che con la fecondazione non si ha da subito un nuovo individuo umano, ma si ha appunto un semplice “insieme di cellule” o, con lessico più fantasioso, un “grumo”, un “ricciolo di materia”, “solo un centimetro”. Solo quando il livello di organizzazione funzionale raggiungerebbe un certo grado, si potrebbe parlare di organismo vivente. Qualcuno ha anche provato a rispolverare vecchie teorie tomiste sulla “animazione ritardata”, a partire dalle insufficienti conoscenze scientifiche del tempo, per le quali si ammetteva che l’embrione umano fosse prodotto da “seme rappreso” (coagulo spermatico) che passava attraverso uno stadio vegetativo, animale e infine, con l’infusione dell’anima, umano. Certamente San Tommaso, potendo disporre delle attuali informazioni sul processo di fecondazione e sull’inizio della vita, non direbbe lo stesso.

Oltre alle teorie che affrontano il problema dal punto di vista biologico, cioè che vogliono stabilire quanto c’è vita, e dunque vita umana, cioè quando è presente un organismo appartenente alla specie umana, vi sono le teorie non biologiche sull’inizio della vita umana, che hanno un altro intento: quello di individuare il sorgere della vita umana in senso proprio , cioè della vita umana degna , detta talora anche vista personale . Tutte queste teorie hanno un comune presupposto: quello di identificare una manifestazione “superiore”, intesa come quella tipicamente umana, al cui apparire possiamo dire di trovarci di fronte un uomo. Queste teorie hanno anche il corrispettivo nella fine della vita: la scomparsa definitiva della manifestazione di una caratteristica ritenuta essenziale si potrebbe identificare con la “morte della persona”, o con la “perdita di dignità umana”, e dunque con la “morte”.

Alcuni credono di individuare tale criterio in un certo livello di capacità relazionale o nella presenza di attività cerebrale: ci sarebbe cioè una gradualità nelle capacità relazionali, che potrebbe portare ad identificare l’inizio della “vita personale” anche dopo la nascita. D’altra parte, prima della diciottesima settimana non è verosimile che il feto abbia capacità neurologiche minime, come la capacità di provare piacere e dolore, e che sia in grado di “apprendere” alcunché. Dunque, a seconda del livello di competenza neurologica accordata alla “dignità”, possiamo avere un “uomo” alla diciottesima settimana o parecchio tempo dopo la nascita. Oppure mai, come nel caso di disabilità mentale grave.

Altri puntano l’attenzione sul criterio dell’autonomia. Sostengono di conseguenza che finché il feto non è viabile, cioè in grado di vivere da solo fuori dell’utero materno, non è un uomo in senso pieno, ma solo un’appendice materna. È un’obiezione assolutamente povera di spessore, che non tiene conto di numerosi fattori: i progressi della medicina per i quali feti sempre più giovani possono sopravvivere alla nascita prematura, il livello di “autonomia” delle reazioni individuali nel feto ancora in utero, la scarsa autonomia dei neonati che ancora dipendono in tutto dalle cure di altri, l’interdipendenza che caratterizza in fondo tutti gli esseri umani. Per converso, affermano che quando l’autonomia è venuta irrimediabilmente meno anche la dignità umana è compromessa, e non varrebbe più la pena vivere. Indubbiamente dipendere in toto , o in buona parte, da altri è una condizione che può risultare umiliante, ma ciò sarà tanto più vero quanto più si sposa una mentalità che vede nei deboli, nei malati, nei sofferenti degli “insopportabili” segni della caducità dell’uomo, e che espunge dall’idea di amore la fondamentale capacità di “soffrire-per”.

La teoria più comune è forse quella che assegna la dignità umana a chi è cosciente . Le manifestazioni della coscienza appaiono dopo la nascita, sono intermittente nel corso della vita, possono essere perdute irreversibilmente, possono non apparire mai. Eppure è certamente vero che la coscienza, e in particolare l’auto-coscienza, è un tratto tipico della persona umana, così come in generale l’attività intellettiva, o la libertà, o la capacità di amare. Quello che le manifestazioni di tali capacità dicono alla riflessione antropologica, tuttavia, è semplicemente questo: l’essere umano ha una “natura” che lo rende in grado di manifestare, se non vi sono impedimenti, le famose funzioni intellettive superiori .

La mancanza di tali manifestazioni non equivale in alcun modo all’assenza di tale natura, e non dice nulla della natura stessa. Perché? Perché appunto vi possono essere impedimenti. La forza gravitazionale fa sì che un corpo libero di muoversi cada verso il basso, tuttavia tale corpo può non essere libero di muoversi. Nell’uomo, le manifestazioni superiori derivano dalla sua natura nel senso che solo per l’uomo la perfezione dello sviluppo le rende attuali. Un animale, per quanto perfetto e in buona salute, non parlerà, perché non è essenzialmente preposto a farlo. In questo senso, anche restando su un piano unicamente fenomenologico, possiamo dire che le funzioni intellettive sono qualcosa che non costruiamo con l’intelligenza, ma che troviamo in noi come dato antropologico profondo e inscindibile dalla nostra corporeità, al punto che un danno fisico e psichico ne rendono impossibile la manifestazione ma non l’esistenza.

D’altra parte, questa è una realtà di cui dichiariamo la consapevolezza ogniqualvolta ci battiamo per i diritti umani fondamentali, che al giorno d’oggi vengono largamente confusi e rimaneggiati, ma la cui intoccabile dignità, che tutti percepiscono e riconoscono, deriva dalla dignità stessa dell’uomo, cioè dalla dimensione costitutivamente personale di ogni essere umano in quanto umano.

Nella visione dell’uomo si trova dunque il punto d’incontro irrinunciabile fra etica della fase iniziale ed etica della fase terminale della vita. La prospettiva antropologica che vede nell’esistenza della vita umana (dato verificabile attraverso l’indagine sperimentale e i dati biologici) contemporaneamente e indissolubilmente l’esistenza di una persona, cioè di una vita umana assolutamente degna, difende comportamenti che coerentemente si ritrovano in entrambi i confini della vita, e che si riassumono emblematicamente nel precetto morale naturale “non uccidere”.

Si potrebbe rispondere a questa affermazione che la dignità di una vita, il fatto che valga la pena di essere vissuta, sono valutazioni soggettive: un individuo potrebbe ritenere che in condizioni di non-autosufficienza non valga la pena vivere, oppure che un neonato con spina bifida sia troppo compromesso per nascere, o che un essere umano di poche cellule possa essere sacrificato per il bene della scienza, o che un paziente in stato vegetativo non debba essere alimentato e idratato a spese del contribuente. Eppure, a ben vedere, se sottraiamo dal principio dell’intangibilità la dignità umana e ne facciamo un dato soggettivo, ci troveremo esposti alle peggiori aberrazioni.

Come potremo sentirci mai sicuri di vedere rispettati i nostri diritti fondamentali e quelli di tutti, se introduciamo l’idea che un giudizio importante come quello del valore di una vita umana possa essere deciso da uno, o da molti, o da una categoria, insomma sempre da un giudizio particolare e mutevole? L’unico principio che permette di costruire una civiltà degna di questo nome è quello che, nella persona propria come in quelle altrui, accetta di rispettare il fondamentale diritto alla vita, e il fondamentale dovere di tutelare la vita umana, in ogni momento; almeno per un minimale principio di precauzione.

Il relativismo, in questo senso, non equivale affatto ad uno spirito di libertà e di tolleranza verso le differenze individuali, ma ad un grande calderone che, per non impegnarsi con concetti come verità, oggettività, universalità, annega ogni possibile certezza, conoscenza, e naturalmente ogni evidenza. Ma così facendo, esclude anche ogni base ragionevole per la difesa dei diritti umani fondamentali, che restano in balia di volontà particolari e finite. Chi ne paga le conseguenze sono i più deboli, cioè coloro che non possono far sentire la loro voce e che non possono far valere la loro volontà. E un mondo che schiaccia i deboli non è un mondo di libertà, è un totalitarismo. L’approdo ultimo del relativismo dunque è una società insospettabilmente violenta, totalitaria, ed eugenista, in cui le discriminazioni fra i forti, i sani, i potenti, i grandi, i capaci e i deboli, i malati, i poveri, i piccoli, gli inetti raggiungono punte drammatiche, tanto più feroci in quanto ammantate di un ingannevole spirito di democrazia.

Lo si vede molto bene quando si rifletta sulla fine della vita umana. L’idea di eutanasia che sta passando nelle legislazioni è un’idea opportunamente “ristretta”, che serve da un lato a rendere culturalmente innocue alcune forme di soppressione dei malati, dal momento che “non sono” eutanasia. Dall’altro serve a far passare un significato di eutanasia che possa essere accettabile agli occhi del mondo, in modo da compiere un primo passo verso l’introduzione di ogni forma di morte cosiddetta “pietosa”.

Solo a partire da una concezione deviata di essere umano, di persona e di dignità umana deviati può discendere l’accettabilità dell’idea di una morte “su richiesta” o di una morte “doverosa”. È evidente che occorre rendere il trapasso più sereno possibile ai malati attraverso l’uso corretto delle cure palliative e in particolare della terapia del dolore, ma ciò che si intende fare davvero con la morte procurata in anticipo non è “sollevare” il paziente dal suo dolore, ma sollevare se stessi dalla vista di un morente. E il morente che chiede di morire, spesso vuole sollevare chi gli sta attorno dalla pena di assisterlo, dal momento che si sente un peso, un inutile gravoso fardello che nessuno oramai vuole più. Lo dimostra il fatto che dove le cure palliative sono ben praticate, tali richieste vanno praticamente a zero, mentre dove impera l’eutanasia, le cure palliative sono trascurate. L’Italia dovrebbe diventare il primo paese al mondo nelle cure palliative, per l’antica consuetudine che ha con la cura e l’assistenza dei malati, e per la sensibilità umana che, suo malgrado, ancora resiste rispetto ad altri paesi occidentali.

L’eutanasia rivela l’idea che la morte biologica è la conseguenza inevitabile e auspicabile di una vita ritenuta inutile o addirittura dannosa, un male da estirpare. Casi particolari di questa mentalità si hanno ad esempio nella concezione per cui la morte cerebrale sia la perdita irreversibile delle funzioni corticali, ovvero la compromissione delle facoltà intellettive superiori. Senza funzioni superiori, si dice, l’essere umano non sarebbe più una persona, ma quasi un “vegetale”. I fautori di questa teoria vorrebbero infatti negare cure di base come l’alimentazione e l’idratazione artificiali ai malati in tali condizioni, e auspicherebbero la nascita di testamenti di vita legalmente riconosciuti in cui venga chiesta la sospensione di ogni terapia di sostegno vitale in caso di “stato vegetativo” o morte corticale. Eppure è innegabile che in queste condizioni la vita umana sia ancora presente, e secondo quanto detto prima se c’è vita umana, c’è dignità umana (dimensione personale), e anche chi non condividesse in toto tale prospettiva non potrà escluderla, vincolandosi quindi in ogni caso a sostenerla per il principio di precauzione.

In realtà l’evento morte resta qualcosa di ultimamente inafferrabile all’osservazione empirica, così come inafferrabile è l’inizio della vita. Si parla di “onda calcio” come primo evento scientificamente individuabile che dimostra l’esistenza di un nuovo organismo; si parla di arresto della funzione encefalica per sei ore (per un adulto) o di arresto cardiaco di venti minuti per accertare la morte avvenuta di una persona. Ma, in ognuno di questi casi, l’evento morte o l’evento vita sono avvenuti prima della loro individuazione con l’osservazione. Lo scienziato, il medico, il biologo cercano di avvicinarsi sempre di più al momento magico e cruciale che “cambia tutto”: un soggetto che non esisteva inizia ad esistere, una persona che fino ad un attimo fa c’era non c’è più, e lascia un cadavere che assomiglia soltanto alla persona che è stata. Il momento esatto dell’inizio e della fine sono davvero inafferrabili, indeterminabili e sfuggono certamente dai confini del metodo sperimentale.

Ciò che accade è qualcosa di profondo e di interiore che si vede quando è già accaduto, ad un livello non fisico che solo l’occhio dell’intelletto può comprendere, pur senza vedere. In questo senso, è corretto affermare che l’inizio e la fine della vita umana sono eventi metafisici, legati a quel misterioso connubio di anima e di corpo, o se preferisce di materia e di spirito, che caratterizza l’intera nostra esistenza terrena. Questo inevitabile appello al mistero costituisce uno scacco per il pensiero scientista che tende a negare qualunque istanza metafisica e morale per il solo fatto che non sono osservabili, e rappresenta per converso una prepotente irruzione dell’eternità nel tempo.
 

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Versione: 4.5  del febbraio 2011

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