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Una definizione completa e precisa è quella contenuta nella Dichiarazione sull’eutanasia "Iura et bona", pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1980: "Per
eutanasia s’intende un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle
intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore.
L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi
usati.
Dopo aver già da tempo abbandonato il legame con l’etimo greco — eu-thánatos, "morte buona" —, il termine eutanasia viene usato nell’attuale dibattito in sensi spesso molto diversi.
Il suicidio medicalmente assistito
Si
ha il suicidio medicalmente assistito quando un medico fornisce ad una
persona che vuole suicidarsi i mezzi per uccidersi. Ad esempio,
prescrivendo una dose letale di un farmaco orale che il paziente
assumerà in un momento successivo. Oppure il medico può svolgere un
ruolo più attivo fornendo al paziente un macchinario che, una volta
messo in azione, automaticamente somministra in vena una dose letale di
sedativo, ad esempio un barbiturico, seguito da una grossa dose di
potassio che blocca il cuore o da un agente paralizzante che blocca la
respirazione. Il primo farmaco induce il sonno, il secondo uccide. Il
medico è coinvolto più direttamente in questo tipo di suicidio
assistito perché, oltre a prescrivere la dose letale di farmaco,
fornisce il macchinario e si presume che prepari l'infusione
intravenosa per il suicida. Un medico può aiutare il suicidio togliendo
l'alimentazionre/idratazione ad un paziente che ne faccia richiesta. In
molti paesi la legge non interviene se una persona cessa di assumere
cibo e acqua di sua volontà, ma se questo capita in un ospedale, il
medico responsabile, accettando, collabora al suicidio.
Ma se uno vuole morire perché proibirglielo?
Per
rispondere in modo efficace si può portare qualche esempio. Supponiamo
che un giovane sano, di mente e di corpo (che, dunque, si trova nelle
condizioni migliori per esercitare la libertà si butti in un fiume per
ammazzarsi e che altra persona coraggiosamente si butti nelle acque e
lo salvi portandolo a riva. Possiamo dire che il salvatore ha violato
la libertà altrui? Se così fosse egli andrebbe punito per il delitto di
violenza privata, se non, addirittura, per sequestro di persona
invece, probabilmente, l'amministrazione civica di una medaglia di
riconoscimento e di lode a quel salvatore. Ciò dimostra che non può
essere la libertà il valore che giustifica l'eutanasia. Proviamo allora
a ragionare più in profondità.
Perché
uccidersi o farsi uccidere non è un atto di libertà? Perché la libertà
non può negare se stessa Anche a questo proposito può servire un altro
esempio. Se qualcuno, ridotto alla estrema povertà, decidesse di
vendere la sua libertà, cioè di rendersi schiavo di un'altra persona,
il contratto sarebbe valido? Certamente no, perché non è conforme alla
dignità umana privarsi totalmente della libertà. Ma anche la morte
toglie ogni libertà. La vita, infatti, è il necessario presupposto
della libertà.
Inoltre
è difficile dire che il malato in preda a gravi sofferenze sia libero.
Certamente egli è meno libero del giovane sano che si butta nel fiume.
Non si è liberi sotto tortura. Anche dal punto di vista giuridico vi
sono delle condizioni della libertà. Essa ha bisogno di consapevolezza
e di assenza di costrizione. Per questo è prevista la invalidità degli
atti di disposizione giuridica, dal matrimonio a qualsiasi contratto,
quando il consenso risulta viziato da errore o violenza. In sede penale
la illiceità di certi fatti altrimenti criminosi è eliminata se vi è il
consenso dell'avente diritto, ma è necessario che costui possa
"validamente disporne". Il consenso non è valido non solo se il diritto
è indisponibile, ma anche se è frutto di costrizione. Nel caso del
malato in preda a gravi sofferenze e quando mai dubbio che il suo
consenso possa ritenersi libero. La situazione di piena consapevolezza
sembra rarissima.
Nello
stato agonico o preagonico la coscienza è di regola obnubilata ed è
perciò difficile immaginare un malato "pienamente cosciente", a meno
che non si voglia estendere molto il concetto di malato terminale con
intuibili pericolosissime conseguenze. Il caso più frequente in cui si
pone il problema dell'eutanasia è quello del malato in coma che, per
definizione, non è in grado neppure di manifestare alcun desiderio.
Bisogna
poi chiedersi che cosa significhi realmente una invocazione della
morte. Spesso essa è una protesta contro la solitudine. L'abbandono, la
mancanza di attenzione dei familiari. Non solo le cure fisiche, ma
anche una costante vicinanza psicologica, una mano tenuta nella mano
possono fare abbandonare la domanda di eutanasia.
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