Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della
dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica
dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
Ci siamo. L’Italia è travolta dalla campagna a favore dell’eutanasia:
non passa giorno senza che i giornali, i notiziari o i talk show
riportino qualche caso di cronaca sul tema, o qualche testimonianza, o
la dichiarazione di politici, uomini di cultura e finanche di Chiesa
concernenti in modo diretto o indiretto l’eutanasia. E naturalmente
fioccano i commenti, le risposte, e per fortuna le reazioni.
Sullo
sfondo, si stagliano i disegni di legge riguardanti i documenti sulle
volontà anticipate di trattamento dei pazienti, che pur non trattando
ufficialmente di eutanasia hanno il preciso scopo di sollevare il
problema e, nella quasi totalità, di offrire una base di partenza
all’accettazione sociale e giuridica delle pratiche eutanasiche.
Come
in altre questioni bioetiche, le discussioni sono viziate in partenza
dalle ambiguità terminologiche e dalle scarse conoscenze scientifiche
sui problemi in esame. Ma, ancor di più, sono viziate dalla debolezza
morale dell’uomo moderno, che ha perso, insieme al riconoscimento di
valori oggettivi e universali, l’aggancio stesso alla realtà, e crede
che per uccidere la verità basti negarne l’evidenza e anche
l’esistenza.
Così, viene ridotta al rango di mera
“prospettiva” l’antropologia che vede nell’esistenza della vita umana
(dato verificabile attraverso l’indagine sperimentale e i dati
biologici) contemporaneamente – e indissolubilmente – l’esistenza di
una persona, cioè di una vita umana assolutamente degna, difendendo di
conseguenza senza eccezioni il precetto morale naturale “non uccidere”.
In realtà, noi dichiariamo il valore intrinseco e oggettivo di ogni
vita umana – anche se debole, malata, disabile, incosciente o morente –
ogniqualvolta ci battiamo per i diritti umani fondamentali, che al
giorno d’oggi vengono largamente confusi e rimaneggiati, ma la cui
intoccabile dignità, che tutti percepiscono e riconoscono, deriva dalla
dignità stessa dell’uomo, cioè dalla dimensione costitutivamente
personale di ogni essere umano in quanto umano.
Vi è al contrario chi afferma che la dignità della vita, cioè il fatto che valga la pena di essere vissuta, sia una valutazione soggettiva legata al giudizio di qualità
sulla vita stessa: un individuo potrebbe dunque ritenere che in
condizioni di non-autosufficienza non valga la pena vivere, oppure che
un neonato con spina bifida sia troppo compromesso per nascere, o che
un essere umano di poche cellule possa essere sacrificato per il bene
della scienza, o che un paziente in stato vegetativo non debba essere
alimentato e idratato a spese del contribuente.
Eppure, a ben
vedere, se sottraiamo la dignità umana al principio di intangibilità e
ne facciamo un dato soggettivo, ci troviamo ipso facto esposti
alle peggiori aberrazioni. Infatti, se un giudizio importante come
quello del valore di una vita umana può essere deciso da uno, o da
molti, o da una categoria, o dalla maggioranza (insomma sempre da un
giudizio particolare e mutevole), non potremo mai essere sicuri di
vedere rispettati i nostri diritti fondamentali nel momento in cui non
siamo più in grado di difenderli personalmente.
L’unico principio che permette di costruire una civiltà degna
di questo nome è quello che, nella persona propria come in quelle
altrui, accetta di rispettare il fondamentale diritto alla vita, e il
fondamentale dovere di tutelare la vita umana, in ogni momento. Il
relativismo, in questo senso, non equivale affatto ad uno spirito di
libertà e di tolleranza verso le differenze individuali, ma ad un
grande calderone che, per non impegnarsi in concetti come la verità,
l’oggettività, l’universalità, annega ogni possibile certezza,
conoscenza, e naturalmente ogni evidenza.
Così facendo,
tuttavia, esclude anche ogni base ragionevole per la difesa dei diritti
umani fondamentali, che restano irrimediabilmente in balia di volontà
particolari e finite. E chi ne paga le conseguenze sono i più deboli,
cioè coloro che non possono far sentire la loro voce e che non possono
far valere la loro volontà.
Ma è chiaro che un mondo che
schiaccia i deboli non è un mondo di libertà, bensì un mondo
totalitario. L’approdo ultimo del relativismo dunque è una società
insospettabilmente violenta, totalitaria ed eugenista, in cui le
discriminazioni fra i forti, i sani, i potenti, i grandi, i capaci e i
deboli, i malati, i poveri, i piccoli, gli inetti raggiungono punte
drammatiche, tanto più feroci in quanto ammantate di un ingannevole
spirito di democrazia.
Lo si vede molto bene non appena si
rifletta sulla fine della vita umana. L’idea di eutanasia che sta
passando nelle legislazioni, nazionale e internazionali, è un’idea
opportunamente “ristretta”, che, da un lato, serve a rendere
culturalmente innocue alcune forme di soppressione dei malati, (dal
momento che “non sono” eutanasia), dall’altro serve a far passare un
significato di eutanasia che possa essere accettabile agli occhi del
mondo, in modo da compiere un primo passo verso l’introduzione di ogni
forma di morte cosiddetta “pietosa”.
È evidente che occorre
rendere il trapasso più sereno possibile per i malati, attraverso l’uso
corretto delle cure palliative e in particolare della terapia del
dolore, ma ciò che si intende fare davvero con la morte procurata in
anticipo non è “sollevare” il paziente dal suo dolore, ma sollevare gli
altri (quelli che restano) dalla vista di un morente.
Nello
stesso tempo il malato che chiede di morire vuole spesso sollevare chi
gli sta attorno dalla pena di assisterlo, dal momento che si sente un
peso, un inutile gravoso fardello che nessuno oramai vuole più. Lo
dimostra il fatto che dove le cure palliative sono ben praticate, tali
richieste vanno praticamente a zero, mentre dove impera l’eutanasia, le
cure palliative sono trascurate. L’Italia dovrebbe diventare il primo
paese al mondo nelle cure palliative, per l’antica consuetudine che ha
con la cura e l’assistenza dei malati, e per la sensibilità umana che,
suo malgrado, ancora resiste rispetto ad altri paesi occidentali.
Dunque, dietro il sostegno all’eutanasia si cela l’idea che la morte
biologica sia la conseguenza inevitabile e auspicabile di una vita
ritenuta inutile o addirittura dannosa, un male da estirpare.
Casi
particolari di questa mentalità si hanno ad esempio nella concezione
per cui la morte cerebrale equivalga alla perdita delle funzioni corticali,
ovvero alla compromissione delle facoltà intellettive superiori. Senza
funzioni superiori, si dice, l’essere umano non sarebbe più una
persona, ma una specie di “vegetale”. I fautori di questa teoria
vorrebbero infatti negare ai malati in tali condizioni cure di base
come l’alimentazione e l’idratazione artificiali, e auspicherebbero la
nascita di testamenti di vita legalmente riconosciuti in cui venga
chiesta la sospensione di ogni terapia di sostegno vitale in caso di
“stato vegetativo” o di morte della corteccia cerebrale.
Eppure
è innegabile che in tali condizioni la vita umana è ancora presente, e
secondo quanto detto prima se c’è vita umana, c’è dignità umana (ovvero
dimensione personale). Peraltro, anche chi non condividesse in toto
tale prospettiva non potrà comunque escluderla come impossibile,
vincolandosi quindi in ogni caso a sostenerla per il principio di
precauzione.
Diverso è il caso di diagnosi di morte cerebrale
totale. Il criterio della morte cerebrale totale è un criterio clinico,
basato su osservazioni empiriche e su conoscenze biologiche, secondo
cui, a fronte di una perdita definitiva e irreversibile di tutte
le funzioni dell’encefalo (corteccia cerebrale, tronco encefalico e
cervelletto) scompare l’unitarietà funzionale che caratterizza
l’organismo vivente.
Il sistema cessa cioè di essere un
“tutto”, anche se alcune parti sono ancora vitali (ad esempio crescono
unghie e capelli) e anche se, con un supporto rianimatorio, è possibile
indurre artificialmente un circolo cardiocircolatorio. In questo senso,
la morte cerebrale non è un tipo di morte, ma l’unica morte
umana stabilita attraverso i criteri neurologici, che sono stati
recepiti nella legislazione italiana come modalità affidabile di
accertamento della morte.
Di conseguenza, è legittimo in caso
di morte cerebrale totale, e dopo i dovuti controlli, sospendere ogni
forma rianimatoria e decretare la morte avvenuta. Vi è invero una
posizione critica secondo cui sarebbe più corretto affermare che la
rianimazione, nei soggetti in morte cerebrale, sia un caso estremo di
accanimento terapeutico, cioè di trattamento inefficace, gravoso e
oneroso che non migliora né la durata né la qualità di vita dei
pazienti. Secondo questi autori, non c’è totale certezza che la morte
cerebrale segni la scomparsa dell’organismo come un tutto, ma
occorrerebbe l’arresto di tutte le funzioni vitali, indicate dalla
triade cuore-cervello-polmoni.
In base ai dati offerti
attualmente dalla scienza e all’indagine filosofica, il criterio della
morte cerebrale appare un segno sufficientemente affidabile di
accertamento della morte, anche se è bene continuare le ricerche sul
piano scientifico fino a che non sia dissipato ogni possibile dubbio.
C’è però comunque di vero nelle obiezioni all’identificazione della
morte con la “morte del cervello”.
Certamente la morte umana
non è la morte di un organo, o di più organi. In realtà l’evento morte
resta qualcosa di ultimamente inafferrabile all’osservazione empirica,
così come inafferrabile è l’inizio della vita. Si parla di “onda
calcio” come primo evento scientificamente individuabile che dimostra
l’esistenza di un nuovo organismo; si parla di arresto della funzione
encefalica per sei ore (per un adulto) o di arresto cardiaco di venti
minuti per accertare la morte avvenuta di una persona. Ma, in ognuno di
questi casi, l’evento morte o l’evento vita sono avvenuti prima della loro individuazione con l’osservazione.
Lo
scienziato, il medico, il biologo cercano di avvicinarsi sempre di più
al momento magico e cruciale che “cambia tutto”: un soggetto che non
esisteva inizia ad esistere, una persona che fino ad un attimo fa c’era
non c’è più, e lascia un cadavere che assomiglia soltanto alla persona
che è stata. Il momento esatto dell’inizio e della fine sono davvero
inafferrabili, indeterminabili e sfuggono certamente dai confini del
metodo sperimentale. Ciò che accade è qualcosa di profondo e di
interiore che si vede quando è già accaduto, ad un livello non fisico che solo l’occhio dell’intelletto può comprendere, pur senza vedere.
In
questo senso, è corretto affermare che l’inizio e la fine della vita
umana sono eventi metafisici, legati a quel misterioso connubio di
anima e di corpo, o se preferisce di materia e di spirito, che
caratterizza l’intera nostra esistenza terrena. Questo inevitabile
appello al mistero costituisce uno scacco per il pensiero scientista
che tende a negare qualunque istanza metafisica e morale per il solo
fatto che non sono osservabili, e rappresenta per converso una
prepotente irruzione dell’eternità nel tempo.
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