L'uso
della ragione imposto dalle scienze della natura è sempre più
considerato come il tribunale ultimo per giudicare ciò che è vero anche
rispetto alla vita di tutti i giorni. Si considera "vero" solo ciò che
le "scienze" ci dicono essere "vero". Questo uso "ristretto" della
ragione impone un'idea di uomo come un mero meccanismo, quasi un
oggetto meccanico, che, come tale, non può essere capace di un solo
atto libero. A maggior ragione, in quest'ottica, appare assurda l'idea
che l'uomo sia esigenza di infinito. Se questo fosse vero, non
resterebbe all'uomo che adattarsi passivamente agli scossoni
dell'ambiente, come un buon meccanismo che non voglia sciuparsi,
rinunciando alle esigenze che il cuore umano impone - che impone tanto
potentemente, che chi si pone in quest'ottica è costretto a censurarle.
Questa concezione è rafforzata da un'interpretazione superficiale, che
oggi è prevalente nell'opinione pubblica, dei risultati che
continuamente giungono dagli esperimenti di neurofisiologia. Da un lato
c'è la nostra attività mentale, che comprende ogni nostra esperienza
cosciente, dalla più semplice come la percezione del dolore alle
esperienze più complesse come l'attività pensante di un ragionamento
che mi porta ad operare una determinata scelta di vita; dall'altro lato
c'è l'attività cerebrale, che consiste in segnali elettrici e chimici
che avvengono nel cervello. Mentre l'attività mentale la posso
conoscere direttamente solo in me stesso, l'attività cerebrale è
indagabile mediante misure di segnali elettrici e chimici. La
neurofisiologia ci dimostra chiaramente che questi due diversi aspetti
dell'uomo sono strettamente connessi. Infatti, ogni evento mentale è
correlato con una variazione dell'attività cerebrale, misurabile con
parametri fisici o chimici e utilizzando di conseguenza le metodologie
e le regole imposte dalle scienze fisiche e chimiche. Una conseguenza
illecita che viene sovente tratta da questa correlazione è che anche
gli eventi mentali stessi possano essere studiati, "visualizzati", con
metodi fisico-chimici. Tra coloro che riescono a scorgere l'assurdità
di questa posizione, sovente rimane la convinzione che la razionalità
"ristretta" di queste scienze sia adeguata per indagare il pensiero e
gli affetti umani. La divulgazione scientifica predominante riporta
addirittura ad un localizzazionismo delle funzioni mentali, in
apparenza giustificato dal fatto che, qualunque cosa io pensi e
qualunque emozione o affetto io provi, questo pensare o provare è
correlato con delle variazioni di attività nervosa localizzate in
alcune aree cerebrali. Si è quindi tentati di attribuire qualunque
evento mentale all'attivazione di una particolare area cerebrale:
esisterebbe per esempio un'area dell'esperienza della bellezza, della
giustizia, dell'amore. È vero che questa conclusione si basa sui dati
sperimentali delle neuroscienze? Se studiamo le aree cerebrali che si
attivano durante il giudizio estetico di bello/brutto, notiamo che sono
ampiamente sovrapposte a quelle del giudizio morale di giusto/ingiusto.
A ben vedere, si tratta delle aree cerebrali la cui attività è
correlata al pensiero razionale, in cui vengono ponderati
esplicitamente e coscientemente tutti gli elementi in gioco al fine di
giungere ad una decisione del comportamento da attuare o del tipo di
giudizio da scegliere. Questa valutazione razionale non utilizza solo
elementi puramente logici, ma tiene conto anche delle emozioni e degli
affetti. Infatti, sono questi ultimi i più importanti per le decisioni
della nostra vita, come testimoniato dal fallimento delle vite di
persone che hanno lesioni cerebrali che impediscono al loro
ragionamento di tener conto delle emozioni e degli affetti. In altre
parole, non esiste un'area del "bello" e del "giusto", che si "accende"
come una lampadina quando proviamo le sensazioni di bellezza e
giustizia, ma esistono delle aree di corteccia cerebrale che si
attivano durante il pensiero razionale, esteso agli elementi emotivi e
affettivi. Certamente non è un caso se queste aree cerebrali sono
praticamente esclusive dell'uomo, essendo quasi assenti o minime
persino negli animali a noi più simili: le scimmie antropomorfe. Una
possibile concezione, con cui concordo pienamente, è che l'attività
correlata fisico-chimica e mentale in queste aree sia il substrato
della libertà di decisione dell'uomo, del libero arbitrio. Ovvero,
l'esito della ponderazione razionale che avviene nella correlazione tra
queste aree e gli eventi mentali, non è una mera conseguenza meccanica
degli antecedenti fisico-chimici del cervello. L'idea di conseguenza
meccanica completamente determinata dagli antecedenti fisico/chimici è
giustificata solo se si censura il fatto, inconfutabile, che essa non è
l'unico attore di questa scena, ma che la condivide con gli eventi
mentali ad essa correlati. Mentre è in corso la valutazione razionale,
le attività cerebrale e mentale procedono vagliando tutti gli elementi
a cui possono accedere. Durante questo processo di valutazione
cosciente, in qualunque istante la decisione razionale può cambiare. In
altre parole, l'esito di tale valutazione non è predeterminabile come
avviene per gli eventi meccanici. L'idea di non prendere in
considerazione l'esistenza di un'attività mentale correlata ai
parametri fisico-chimici del cervello è un esempio di restrizione
ingiustificata della ragione. Ancor più illogica è un'altra posizione:
di applicare all'attività mentale le stesse leggi e le stesse
metodologie che hanno successo nel campo della fisica e della chimica.
Concezioni di questo tipo derivano dall'assunzione che la razionalità
di queste scienze esaurisca tutti i generi di ragione possibili e
utilizzabili. Allargando l'ambito della ragione, è molto più facile
evitare di cadere in trappole della ragione "ristretta" che impediscono
di valutare la realtà in base a come essa è realmente, anziché come ci
costringe a pensarla una razionalità derivata da un sottoinsieme delle
scienze.
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