Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica la risposta alla
domanda di un lettore da parte della dottoressa Claudia Navarini,
docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
[…]
Dottoressa Navarini, gradirei molto un suo autorevole parere
sul Singer, in generale ed, in particolare, su due tesi che quest'
autore sostiene, in buona compagnia con alcuni campioni nostrani del
"pensiero laico" come Uberto Scarpelli, Eugenio Lecaldano e Maurizio
Mori.
La prima: gli stessi difensori del paradigma della sacralità-indisponibilità di ogni vita umana,
di fronte a situazioni particolarmente difficili, introducono
surrettiziamente definizioni e distinzioni tali che li portano a
contraddirsi e, agendo in modo incoerente con la loro convinzione
dichiarata, optano, effettivamente, per l' alternativa radicale sostenuta da Singer e soci, ovvero quella della preminenza della qualità-disponibilità della vita.
Usando
le stesse parole di Singer: "Hanno ridefinito la morte, in modo da
giustificare la rimozione di cuori ancora pulsanti da corpi caldi e
respiranti, e il loro trapianto in individui con prospettive migliori,
dicendo a se stessi di non fare altro che prelevare organi da un
cadavere. Hanno introdotto la distinzione tra mezzi terapeutici ordinari e straordinari,
e questo ha consentito loro di persuadersi che la loro decisione di
togliere il respiratore a una paziente in stato di coma irreversibile
non ha nulla a che fare con la bassa qualità della sua vita.
Somministrano ai malati terminali dosi massicce di morfina che sanno
avere l' effetto di accelerare la morte, ma dicono che questa prassi
non può definirsi una forma di eutanasia, in quanto la loro intenzione
dichiarata è solo quella di alleviare il dolore. Destinano al non trattamento
i neonati affetti da menomazioni gravi e fanno sì che muoiano, senza
per questo considerarsi responsabili della loro morte....Prendere sul
serio l' idea che la vita umana è ugualmente degna di cura e sostegno
indipendentemente dalla sua capacità di coscienza vorrebbe dire
escludere dalla medicina non solo i giudizi espliciti sulla qualità
della vita, ma anche quelli impliciti e mascherati. E allora ci
toccherebbe fare sempre del nostro meglio per prolungare
indefinitamente la vita di bambini anencefalici o affetti da morte
corticale e quella di pazienti in stato vegetativo persistente".
La
seconda, esplicitata da Lecaldano, afferma non solo la
contraddittorietà teorica, ma anche l' inefficienza e la sterilità
operativa della difesa ad oltranza della sacralità della vita. Questo
significherebbe che solo tenendo fermo il concetto di qualità della
vita si potrebbero:
1 - ricavare gradazioni e giudizi comparativi, (certe vite risulterebbero meriterebbero di essere vissute, altre meno...);
2
- affrontare le questioni onerose e difficili sollevate dalla pratica
clinica e dalla giustizia sanitaria (ad esempio come distribuire la
spesa medica o quali individui privilegiare, nei casi di interventi
ugualmente necessari ed urgenti).
La ringrazio molto per l'
attenzione che potrà dedicarmi, mi congratulo e le formulo i migliori
auguri per la sua preziosissima attività.
Stefano P., Rovigo
Caro Stefano,
i suoi quesiti toccano un punto fondamentale della riflessione bioetica, ovvero la distinzione tra sacralità e qualità
della vita umana. Come lei correttamente nota, una delle accuse più
frequentemente mosse dai sostenitori della seconda è quella
dell’ipocrisia, che lei illustra con le parole di Singer nella prima
tesi.
E su questa vorrei soffermarmi, rinviando – per un
giudizio più generale sul pensiero di Singer – ad un mio articolo
apparso in questa stessa rubrica alcuni mesi fa (C. Navarini, Profezie rivelatrici della cultura di morte,
ZENIT, 4 dicembre 2005). L’obiezione di Lecaldano, in quanto
direttamente conseguente dai presupposti della prima tesi, risulterà
poi facilmente confutabile.
Autori come Peter Singer (ma
potrei indicare molti altri, fra cui gli autori da lei richiamati) si
attardano lungamente nel tentativo di mostrare che anche la Chiesa
avrebbe mutato il suo pensiero e la sua valutazione etica riguardo
molte questioni bioetiche, soprattutto attraverso un uso “opportuno o
opportunista” del principio etico del “duplice effetto” (cfr. ad es. D.
Neri, Eutanasia. Valori, scelte morali, dignità delle persone, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 69-87).
Tale
principio, invero utilizzato in teologia e in filosofia morale da molto
tempo, si enuncia sostanzialmente così: “è lecito compiere un’azione (o
ometterla deliberatamente) anche quando questa scelta comporta (…) un
effetto cattivo, alle seguenti condizioni:
- che l’intenzione dell’agente sia informata dalla finalità positiva
- che l’effetto diretto dell’intervento sia quello positivo
- che l’effetto positivo sia proporzionalmente superiore o almeno equivalente all’effetto negativo
- che l’intervento (…) non abbia altri rimedi esenti da effetti negativi” (E. Sgreccia, Manuale di bioetica. I Fondamenti ed etica medica, Vita e Pensiero, Milano 1999III, p. 177).
In
altre parole, è lecito tollerare un effetto negativo – la cui ricerca è
moralmente condannabile – come conseguenza inevitabile, prevista ma non voluta,
di un atto buono che produce, direttamente e in prima istanza, un
effetto positivo. In virtù di tale principio, viene riconosciuta
l’assenza di responsabilità etica, ad esempio, nell’aborto involontario indiretto,
cioè nel caso di un aborto che seguisse al tentativo di salvare la vita
della madre. Potrà essere un trattamento farmacologico (ad esempio una
chemioterapia), o un intervento alle vie genitali femminili eseguito
non già per eliminare il feto, ma per asportare un tumore uterino (cfr.
J. de Finance, Etica generale, Tipografica Meridionale Cassano Murge [Bari] 1994, p. 337).
Allo
stesso modo, laddove un morente sia stremato da dolori intollerabili, è
lecito somministrargli analgesici in dosi efficaci a lenire il dolore,
anche se ciò comportasse una lieve anticipazione della morte.
Lo diceva già papa Pio XII nel 1957, invocando appunto il principio del
duplice effetto; il passaggio è riportato testualmente nella Dichiarazione sull’eutanasia “Iura et bona” della
Congregazione per la Dottrina della Fede (1980, parte III): “Ad un
gruppo di medici che gli avevano posto la seguente domanda: La
soppressione del dolore e della coscienza per mezzo dei narcotici... è
permessa dalla religione e dalla morale al medico e al paziente (anche
all’avvicinarsi della morte e se si prevede che l’uso dei narcotici
abbrevierà la vita)? , il Papa rispose: Se non esistono altri mezzi e se, nelle date circostanze, ciò non impedisce l’adempimento di altri doveri religiosi e morali: Sì (Pio XII, Allocutio,
die 24 febr. 1957: AAS 49 [1957] 147). In questo caso, infatti, è
chiaro che la morte non è voluta o ricercata in alcun modo, benché se
ne corra il rischio per una ragionevole causa: si intende semplicemente
lenire il dolore in maniera efficace, usando allo scopo quegli
analgesici di cui la medicina dispone”.
A dire il vero le
attuali possibilità farmacologiche rendono l’evento dell’anticipazione
della morte per l’uso di analgesici oppiacei sempre più improbabile e
controllabile, ma – al di là dei casi specifici – resta il principio
etico di fondo, che ricorre più spesso di quanto si creda anche nelle
scelte quotidiane. Sgreccia lo applica alla farmacologia in genere:
“come la terapia farmacologica porta con sé spesso effetti secondari
collegati all’effetto terapeutico principale direttamente inteso, così
capita spesso nell’esperienza morale che ad un’azione buona e, talora,
anche necessaria, siano collegate prevedibili conseguenze negative”
(cfr. E. Sgreccia, Manuale…cit., p. 177).
E continua:
“lo stesso lavoro quotidiano di ognuno di noi, fatto con fedeltà e
assiduità (…), può comportare effetti negativi alla salute (…).
Bisognerebbe uscire dal mondo o condannarsi all’inerzia per evitare
ogni possibile risvolto negativo” (ibidem). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi all’infinito.
Perché il ricorso al principio del duplice effetto non sia appunto una forma mascherata di utilitarismo è essenziale che realmente l’effetto negativo non sia voluto né ricercato in alcun modo – nemmeno come mezzo per ottenere un fine buono – , ma sia unicamente subito come inevitabile.
Totalmente
diverso è, invece, scegliere positivamente un male, anche se come mezzo
per ottenere un bene o per evitare mali maggiori. Un male non può mai
essere oggetto di scelta, senza connotare in modo eticamente negativo
l’intero atto umano. La responsabilità morale di ciascuno, infatti,
riguarda gli atti compiuti – quanto all’oggetto, ai fini, ai mezzi e
alle circostanze dell’atto – e non tutte le conseguenze che da tale
atto possono scaturire, soprattutto quando esse coinvolgono la libertà
altrui. Sarà tuttavia doveroso fare il possibile per evitare o ridurre
gli effetti negativi.
Per quanto concerne la rinuncia
all’accanimento terapeutico, l’ambiguità su questo concetto è
funzionale alle peggiori manipolazioni, ed è prevedibile che ciò
divenga sempre più evidente nel prossimo futuro. Una delle modalità
privilegiate per guadagnare il consenso dell’opinione pubblica
all’eutanasia è proprio quella di incitare i cittadini a battersi
contro l’accanimento terapeutico dei medici, dove però per “accanimento
terapeutico” si intende la somministrazione di cure dovute a ciascuno
in ogni condizione - cure assolutamente necessarie per mantenere in
vita una persona - come l’alimentazione e l’idratazione artificiali, la
respirazione assistita, la dialisi, le emotrasfusioni. La stessa
rianimazione cardiopolmonare può essere considerata una forma di
accanimento soltanto in particolari circostanze.
Ciò che
qualifica un trattamento come “eccessivo” è l’intenzione di prolungare
l’agonia, gravando inutilmente il malato con terapie sproporzionate
rispetto alla sua situazione, che è di imminenza della morte, e non la
considerazione che la vita – a certe condizioni – non sia più “degna di
essere vissuta”, e che sia preferibile la morte. In questo caso,
infatti, l’oggetto dell’atto non sarebbe effettivamente la rinuncia ai
trattamenti gravosi, ma la scelta della morte, propria o di un paziente
in fase terminale (cfr. C. Navarini, Accanimento terapeutico e amore per la vita, ZENIT, 19 marzo 2006).
Un
capitolo a parte andrebbe aperto per la questione della morte cerebrale
totale, che Singer definisce un modo ipocrita di eliminare i soggetti
con “qualità di vita molto bassa”. Il criterio cerebrale per la
diagnosi di morte vede, accanto a molti sostenitori, alcuni oppositori,
che si interrogano sul valore della “compromissione irreversibile di
tutte le funzioni dell’encefalo”, come previsto anche dalla legge
italiana per l’accertamento della morte avvenuta (cfr. L. 578/1993).
È certamente importante che la riflessione e le ricerche sul tema
continuino, al fine di verificare sempre meglio l’attendibilità di tale
criterio. Tuttavia, il criterio cerebrale è, allo stato attuale,
ritenuto scientificamente affidabile, pertanto è sostenuto anche
filosoficamente in modo del tutto onesto.
Proprio per questa
ragione si pone particolare attenzione nel distinguere la morte di
tutto l’encefalo come morte della persona, di contro alla sola morte
della corteccia cerebrale che compromette le funzioni superiori ma non
indica la morte umana. Questa differenza, per Singer, non ha alcun
valore, dal momento che il suo intento – come quello in genere degli
utilitaristi – è quello di usare qualunque mezzo per rigettare la
millenaria visione sacrale della vita umana, una visione che ha le sue
radici nella legge morale naturale accessibile a tutti gli uomini
attraverso l’uso della retta ragione.
L’intento volutamente
manipolatorio è esplicitato dalle parole da lei citate: “allora ci
toccherebbe fare sempre del nostro meglio per prolungare
indefinitamente la vita di bambini anencefalici o affetti da morte
corticale e quella di pazienti in stato vegetativo persistente”. Dopo
avere accusato di ipocrisia la valutazione di vari casi-limite, si
cerca di far rientrare nelle stesse categorie casi completamente
diversi (come l’anencefalia, la morte corticale, lo stato vegetativo)
che non rientrano di per sé né nelle situazioni di accanimento
terapeutico, né di morte cerebrale totale, né di ricorso al duplice
effetto.
È evidentemente necessario fare di tutto per
prolungare la vita dei bambini anencefalici, dei soggetti in morte
corticale o in stato vegetativo persistente. Indefinitamente, se
possibile. È noto che tali condizioni critiche evolvono spontaneamente
verso la morte (sebbene nello stato vegetativo ciò possa avvenire dopo
molti anni), configurando eventualmente situazioni di accanimento
terapeutico che è bene evitare. E tuttavia il personale sanitario è
tenuto a circondare queste fragili vite di tutta la cura dovuta a
esseri umani bisognosi, nella consapevolezza che i limiti intrinseci
della medicina e la finitezza della natura umana non possono tramutarsi
in pretesti per lasciar morire o sopprimere i più deboli.
[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo:
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. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e
privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome,
le iniziali del cognome e la città di provenienza]
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