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  • maria luigia : Sorelle e fratelli carissimi, stamani prego per tutti quelli che affrontano una dura prova, soffusi di tristezza e di scoramento per l'ingrata vita, che ci tortura. Affidiamoci nella preghiera a Maria, madre di grande misericordia: che ci insegni ad avere cieca fiducia in Dio. La vera gioia nasce dalla certezza di essere amati sempre, in ogni momento, dal Signore DIO. Mi affiderò completamente a Lei e mi lascerò avvolgere dal suo amore. AMEN, M.Luigia
  • eugiugrafe : Guardando la Tua Croce Signore, menisco il mio dolore con la preghiera che elevò a Te
  • eugiugrafe : Guardando la Tua Croce Signore, menisco il mio dolore con la preghiera che elevo a Te.
  • giona29 : vi chiedo una preghiera per me che devo andare in ospedale per una visita
  • marypoppins : Cara Amelia...il Signore voglia accettare la mia umile preghiera anche per le tue intenzioni. coraggio!
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  • maria luigia : Sorelle e fratelli carissimi, le nostre preghiere mattutine siano la nostra forza e lo scudo che ci permette di combattere, vincendole, le avversità della vita. Quando ho terminato il mio rosario del mattino, provo una maggiore forza interiore ed una serenità totale. Prego Dio, la Madonna e i Santi per tutti gli uomini. AMEN, M.Luigia

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Apparizione a Guadalupe Stampa E-mail
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Apparizione a Guadalupe
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Le fonti ci parlano della situazione drammatica al principio della storia dell'evangelizzazione in America: frustrazione degli indios, che si sentono abbandonati dai loro dèi, da una parte, e, dall'altra, una certa incapacità di trasmettere una vera esperienza cristiana da parte dei missionari provenienti dal vecchio mondo. La maggior parte della popolazione nutre diffidenza nei confronti della nuova religione: il numero dei battezzati è inferiore alle aspettative. Tuttavia proprio in tale contesto accade qualcosa d'imprevisto: uno di quegli « interventi della grazia divina nel tempo », di cui parla la teologia, che cambiano il corso della storia. Un affresco nell'antico convento di Ozumba (Estado de México) rappresenta l'inizio della storia cristiana in Messico: l'arrivo dei primi dodici missionari francescani nel 1524, i tre indios adolescenti che diedero la vita per testimoniare la loro fede, e le apparizioni di santa Maria di Guadalupe, ai piedi della quale sta Juan Diego con l'aureola della santità. Maria sarà precisamente l'anello che unirà i due mondi lì rappresentati. Prima di ripercorrere il racconto dell'evento guadalupano è però necessario soffermarsi ad analizzare la tradizione guadalupana dal punto di vista critico.

1. Il problema critico

La prima difficoltà che incontriamo esaminando l'evento guadalupano è la mancanza di dichiarazioni ufficiali - sia da parte del veggente sia da parte del vescovo di México, Juan de Zumarraga - in cui si parli espressamente dell'apparizione della Vergine e di un messaggio ricevuto da lei. Esistono tuttavia alcuni codici che attestano una tradizione scritta e orale. Le fonti storiche comprovanti l'apparizione della Vergine Maria nel secolo XVI sono numerose (circa una ventina) e d'indubbio valore. Alcuni originali sono andati irrimediabilmente perduti o, quanto meno, se ne sono perse le tracce. Lodevole il lavoro del Centro di Studi Guadalupani (C.E.G.) di Città di Messico, con la pubblicazione dei Monumenta Historica Guadalupanensia, I, Il, III, la promozione degli Incontri Nazionali Guadalupani, a partire dal 1976, e della rivista Historica, organo ufficiale del Centro, fondata nel 1977. Esistono ormai edizioni critiche delle opere guadalupane fondamentali ed è riconosciuta l'esistenza di documenti provenienti sia dall'ambiente indigeno sia da quello spagnolo in cui si fa riferimento all'apparizione mariana come a un fatto avvenuto in un tempo determinato. Occorre comunque distinguere tra culto e apparizione. Riguardo al culto, esiste una fondata tradizione. Gli scrittori « apparizionisti » - quelli cioè che ritengono l'apparizione un evento storicamente fondato, diversamente da altri di parere contrario e perciò detti « antiapparizionisti » - hanno provato in modo soddisfacente l'esistenza storica del culto già molto diffuso nel secolo XVI. Possiamo rifarci a ricevute di pagamento, testamenti, cantares, ex voto a testimonianza dei pellegrinaggi, documenti dell'autorità ecclesiastica oltre alla controversia Montufar-Bustamante, il documento più ampio e importante circa il culto mariano del Tepeyac nel secolo XVI, in quanto ci permette di notare che la cappella sul luogo dell'apparizione era ormai un vero e proprio santuario mariano. Per quanto riguarda l'apparizione, il documento piu importante, dopo l'immagine stessa, è senz'altro il Nican Mopohua (dalle prime due parole: Aqui se narra, « Qui si racconta »), codice originale su amate, scritto in nahuatl da un nobile e colto indio allievo del Collegio di Santa Cruz di Tlatelolco, probabilmente Antonio Valeriano, uno degli informatori di fra Bernardino de Sahagun, persona stimata non solo da quelli della sua razza, ma anche dalle più alte autorità spagnole civili e religiose, e quindi uomo di un'autorità morale al di sopra di ogni sospetto. Il documento originale è andato perso. Tuttavia la mancanza dell'originale non toglie autenticità al contenuto, che dagli studiosi più eminenti è ritenuto degno di fede. Il racconto delle apparizioni deve essere stato scritto verso la metà del secolo XVI, a giudicare da una copia esistente che risale a questo periodo. E’ probabile che successivamente siano state redatte altre copie. Esiste per lo meno un'altra copia della fine dello stesso secolo. Il testo del Nican Mopohua fu dato alle stampe per la prima volta nel 1649 da Luis Lasso de la Vega, in un'opera che va sotto il titolo generale di Huey Tlamahuizoltica e che si compone di cinque parti. Sempre a metà del secolo XVI venne stampata la versione spagnola del racconto delle apparizioni della Vergine di Guadalupe seguendo il testo di Valeriano, che per la sua autorità s'impose sulle altre relazioni che senza dubbio circolavano, come attesta una copia del secolo XVI conosciuta con il nome di Inin Huey Tlamahuizolizin. Né Luis Lasso de la Vega né Miguel Sanchez fornirono il nome dell'autore del Nican Mopohua: a loro bastava che il racconto fosse avallato dalla tradizione orale e scritta. La prima luce sull'argomento fu fatta da Luis Becerra Tanco, che nella dichiarazione rilasciata al processo delle Informaciones de 1666 delle quali si parlerà più avanti, affermò d'aver udito dire a Gaspar de Praves, conoscitore del nahuatl e suo zio materno, che l'autore della narrazione fu «Juan Valeriano», un alunno nobile del Collegio di Santiago de Tlatelolco. A partire da questa affermazione, Becerra Tanco ritenne, nonostante l'errore del nome, che Valeriano potrebbe essere stato l'autore del testo delle apparizioni, ma senza riuscire a provarlo. Nella seconda metà del secolo XVII si chiarisce l'autenticità del Nican Mopohua grazie a Carlos de Sigùenza y Gongora, uno dei più illustri conoscitori della cultura messicana di allora, che dichiara con giuramento solenne che Antonio Valeriano non solo è il vero autore del Nican Mopohua, ma altresì che egli stesso, Sigùenza y Gongora, possiede l'originale scritto di suo pugno da Valeriano. Quest'affermazione di Sigùenza y Gongora è ritenuta giustamente la «pietra angolare» dell'autenticità del racconto delle apparizioni. Perciò, benché a tutt'oggi si ignori la fine del manoscritto originale di Valeriano, alla critica storica basta la constatazione che il documento, riconosciuto come tale, appartenne a uno dei migliori conoscitori dell'antichità messicana, quale fu Sigùenza y Gongora. Recentemente è stato scoperto dal Centro de Estudios Guadalupanos un codice che porta il nome di «1548 », in cui compare la firma e il glifo di Antonio Valeriano, nonché la firma di Bernardino de Sahagùn. Due volte appare il nome della Vergine e due quello di Juan Diego. Si può distinguere chiaramente il paesaggio del Tepeyac. In esso si allude all'apparizione e alla morte di Juan Diego, avvenuta appunto nel 1548. Anche se attendiamo ancora il giudizio definitivo della critica storica, la scoperta conferma Valeriano come autore del Nican Mopohua. Padre Angel Maria Garibay ha avanzato l'ipotesi che Valeriano sia stato solo un componente dell'équipe di informatori che collaborarono con Sahagun nella composizione della sua Historia generai de las cosas de la Nueva Espana. Garibay fonda la sua affermazione sull'identità di stile tra i dati storici di Sahagùn e il Nican Mopohua, ritenendo quindi anche quest'ultimo frutto di un lavoro di équipe, come la Historia. In realtà gli informatori fornirono a Sahagùn i dati necessari a compilare la sua monumentale ricerca, ma la stesura finale fu opera dell'insigne etnologo. Per questo l'ipotesi di Garibay non è condivisa dalla maggior parte degli studiosi.



 

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