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Pagina 1 di 6 Le fonti ci parlano della situazione drammatica al principio della
storia dell'evangelizzazione in America: frustrazione degli indios, che
si sentono abbandonati dai loro dèi, da una parte, e, dall'altra, una
certa incapacità di trasmettere una vera esperienza cristiana da parte
dei missionari provenienti dal vecchio mondo. La maggior parte della
popolazione nutre diffidenza nei confronti della nuova religione: il
numero dei battezzati è inferiore alle aspettative. Tuttavia proprio in
tale contesto accade qualcosa d'imprevisto: uno di quegli « interventi
della grazia divina nel tempo », di cui parla la teologia, che cambiano
il corso della storia. Un affresco nell'antico convento di Ozumba
(Estado de México) rappresenta l'inizio della storia cristiana in
Messico: l'arrivo dei primi dodici missionari francescani nel 1524, i
tre indios adolescenti che diedero la vita per testimoniare la loro
fede, e le apparizioni di santa Maria di Guadalupe, ai piedi della
quale sta Juan Diego con l'aureola della santità. Maria sarà
precisamente l'anello che unirà i due mondi lì rappresentati. Prima di
ripercorrere il racconto dell'evento guadalupano è però necessario
soffermarsi ad analizzare la tradizione guadalupana dal punto di vista
critico.
1. Il problema critico
La prima difficoltà che incontriamo esaminando l'evento guadalupano è
la mancanza di dichiarazioni ufficiali - sia da parte del veggente sia
da parte del vescovo di México, Juan de Zumarraga - in cui si parli
espressamente dell'apparizione della Vergine e di un messaggio ricevuto
da lei. Esistono tuttavia alcuni codici che attestano una tradizione
scritta e orale. Le fonti storiche comprovanti l'apparizione della
Vergine Maria nel secolo XVI sono numerose (circa una ventina) e
d'indubbio valore. Alcuni originali sono andati irrimediabilmente
perduti o, quanto meno, se ne sono perse le tracce. Lodevole il lavoro
del Centro di Studi Guadalupani (C.E.G.) di Città di Messico, con la
pubblicazione dei Monumenta Historica Guadalupanensia, I, Il, III, la
promozione degli Incontri Nazionali Guadalupani, a partire dal 1976, e
della rivista Historica, organo ufficiale del Centro, fondata nel 1977.
Esistono ormai edizioni critiche delle opere guadalupane fondamentali
ed è riconosciuta l'esistenza di documenti provenienti sia
dall'ambiente indigeno sia da quello spagnolo in cui si fa riferimento
all'apparizione mariana come a un fatto avvenuto in un tempo
determinato. Occorre comunque distinguere tra culto e apparizione.
Riguardo al culto, esiste una fondata tradizione. Gli scrittori «
apparizionisti » - quelli cioè che ritengono l'apparizione un evento
storicamente fondato, diversamente da altri di parere contrario e
perciò detti « antiapparizionisti » - hanno provato in modo
soddisfacente l'esistenza storica del culto già molto diffuso nel
secolo XVI. Possiamo rifarci a ricevute di pagamento, testamenti,
cantares, ex voto a testimonianza dei pellegrinaggi, documenti
dell'autorità ecclesiastica oltre alla controversia
Montufar-Bustamante, il documento più ampio e importante circa il culto
mariano del Tepeyac nel secolo XVI, in quanto ci permette di notare che
la cappella sul luogo dell'apparizione era ormai un vero e proprio
santuario mariano. Per quanto riguarda l'apparizione, il documento piu
importante, dopo l'immagine stessa, è senz'altro il Nican Mopohua
(dalle prime due parole: Aqui se narra, « Qui si racconta »), codice
originale su amate, scritto in nahuatl da un nobile e colto indio
allievo del Collegio di Santa Cruz di Tlatelolco, probabilmente Antonio
Valeriano, uno degli informatori di fra Bernardino de Sahagun, persona
stimata non solo da quelli della sua razza, ma anche dalle più alte
autorità spagnole civili e religiose, e quindi uomo di un'autorità
morale al di sopra di ogni sospetto. Il documento originale è andato
perso. Tuttavia la mancanza dell'originale non toglie autenticità al
contenuto, che dagli studiosi più eminenti è ritenuto degno di fede. Il
racconto delle apparizioni deve essere stato scritto verso la metà del
secolo XVI, a giudicare da una copia esistente che risale a questo
periodo. E’ probabile che successivamente siano state redatte altre
copie. Esiste per lo meno un'altra copia della fine dello stesso
secolo. Il testo del Nican Mopohua fu dato alle stampe per la prima
volta nel 1649 da Luis Lasso de la Vega, in un'opera che va sotto il
titolo generale di Huey Tlamahuizoltica e che si compone di cinque
parti. Sempre a metà del secolo XVI venne stampata la versione spagnola
del racconto delle apparizioni della Vergine di Guadalupe seguendo il
testo di Valeriano, che per la sua autorità s'impose sulle altre
relazioni che senza dubbio circolavano, come attesta una copia del
secolo XVI conosciuta con il nome di Inin Huey Tlamahuizolizin. Né Luis
Lasso de la Vega né Miguel Sanchez fornirono il nome dell'autore del
Nican Mopohua: a loro bastava che il racconto fosse avallato dalla
tradizione orale e scritta. La prima luce sull'argomento fu fatta da
Luis Becerra Tanco, che nella dichiarazione rilasciata al processo
delle Informaciones de 1666 delle quali si parlerà più avanti, affermò
d'aver udito dire a Gaspar de Praves, conoscitore del nahuatl e suo zio
materno, che l'autore della narrazione fu «Juan Valeriano», un alunno
nobile del Collegio di Santiago de Tlatelolco. A partire da questa
affermazione, Becerra Tanco ritenne, nonostante l'errore del nome, che
Valeriano potrebbe essere stato l'autore del testo delle apparizioni,
ma senza riuscire a provarlo. Nella seconda metà del secolo XVII si
chiarisce l'autenticità del Nican Mopohua grazie a Carlos de Sigùenza y
Gongora, uno dei più illustri conoscitori della cultura messicana di
allora, che dichiara con giuramento solenne che Antonio Valeriano non
solo è il vero autore del Nican Mopohua, ma altresì che egli stesso,
Sigùenza y Gongora, possiede l'originale scritto di suo pugno da
Valeriano. Quest'affermazione di Sigùenza y Gongora è ritenuta
giustamente la «pietra angolare» dell'autenticità del racconto delle
apparizioni. Perciò, benché a tutt'oggi si ignori la fine del
manoscritto originale di Valeriano, alla critica storica basta la
constatazione che il documento, riconosciuto come tale, appartenne a
uno dei migliori conoscitori dell'antichità messicana, quale fu
Sigùenza y Gongora. Recentemente è stato scoperto dal Centro de
Estudios Guadalupanos un codice che porta il nome di «1548 », in cui
compare la firma e il glifo di Antonio Valeriano, nonché la firma di
Bernardino de Sahagùn. Due volte appare il nome della Vergine e due
quello di Juan Diego. Si può distinguere chiaramente il paesaggio del
Tepeyac. In esso si allude all'apparizione e alla morte di Juan Diego,
avvenuta appunto nel 1548. Anche se attendiamo ancora il giudizio
definitivo della critica storica, la scoperta conferma Valeriano come
autore del Nican Mopohua. Padre Angel Maria Garibay ha avanzato
l'ipotesi che Valeriano sia stato solo un componente dell'équipe di
informatori che collaborarono con Sahagun nella composizione della sua
Historia generai de las cosas de la Nueva Espana. Garibay fonda la sua
affermazione sull'identità di stile tra i dati storici di Sahagùn e il
Nican Mopohua, ritenendo quindi anche quest'ultimo frutto di un lavoro
di équipe, come la Historia. In realtà gli informatori fornirono a
Sahagùn i dati necessari a compilare la sua monumentale ricerca, ma la
stesura finale fu opera dell'insigne etnologo. Per questo l'ipotesi di
Garibay non è condivisa dalla maggior parte degli studiosi.
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